Cicloni, erosione e difese rigide: l’Italia perde 5 chilometri di costa l’anno. Anche l’Europa arretra

Dal ciclone Harry alle falesie che crollano in Normandia, fino alle spiagge catalane dimezzate: dati ufficiali, atti pubblici e analisi scientifiche delineano una crisi strutturale aggravata da cambiamenti climatici e interventi umani. Occorre un grande piano europeo di rilocalizzazione graduale incentivata, di abitati costieri/fluviali a rischio marosi e inondazioni, verso aree sicure, al fine di prevenire danni, sfollati e costi enormemente maggiori

Sintesi

Un mese addietro il ciclone Harry ha devastato Sicilia, Calabria e Sardegna con onde fino a 9 metri e raffiche a 120 chilometri orari causando anche l’interruzione della linea ferroviaria tra Messina e Palermo. L’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) conferma che l’innalzamento del livello del mare e la variazione dei regimi di vento intensificano l’energia delle onde e accelerano l’erosione. Ogni anno in Italia scompaiono 5 chilometri di costa naturale anche per effetto della gestione dei fiumi e della diffusione di opere rigide che ostacolano il trasporto dei sedimenti. In Francia crolli e arretramenti minacciano litorali e comuni atlantici con previsioni di perdita fino a 50 metri entro il 2050. In Spagna il 65% delle spiagge catalane si è ridotto e il caso Montgat evidenzia una contrazione del 90% della superficie sabbiosa in meno di 10 anni. L’erosione costiera è ormai una dinamica strutturale legata a clima, idraulica e infrastrutture, che obbliga Italia, Francia e Spagna a adottare strategie di adattamento integrate per proteggere le coste europee in arretramento conciliando sicurezza, morfologia e sostenibilità economica. Da circa 150 anni siamo in una mini-era calda, analoga a quella medievale (850 d.C. -1300), che durerà probabilmente almeno altri 3 secoli con estremi climatici. Servirebbe quindi un grande piano europeo, incentivato massicciamente, per la rilocalizzazione graduale di abitati costieri e fluviali, a rischio marosi e inondazioni, verso zone sicure, così da prevenire danni, sfollati e costi molto più gravosi.

Articolo

A distanza di un mese dall’impatto del ciclone Harry sulle coste di Sicilia, Calabria e Sardegna, il bilancio resta emblematico della crescente vulnerabilità territoriale italiana. Onde fino a 9 metri e raffiche che hanno toccato i 120 chilometri orari hanno generato precipitazioni e mareggiate tali da asportare perfino un tratto della rete ferroviaria tra Messina e Palermo. L’evento, per intensità e rapidità, non rappresenta più un episodio sporadico ma si inserisce in una sequenza di fenomeni estremi sempre più ravvicinati, coerenti con l’incremento della frequenza e della violenza degli eventi meteorologici attribuiti al riscaldamento globale.

Secondo l’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), l’innalzamento del livello marino e l’alterazione dei regimi anemometrici e delle correnti accrescono la forza del moto ondoso e comprimono ulteriormente l’equilibrio delle coste già esposte. In una nota ufficiale l’Istituto ha precisato che tali trasformazioni amplificano l’energia delle onde, accelerano i processi erosivi e accrescono la vulnerabilità dei litorali. Inoltre le mareggiate presentino oggi direzioni meno prevedibili rispetto al passato, con una componente di variabilità ancora oggetto di approfondimento scientifico.

Il dato strutturale più allarmante riguarda la perdita media annua di 5 chilometri di costa naturale negli ultimi 20 anni, rilevazione aggiornata al 2022. Le cause principali risultano in larga misura riconducibili all’azione antropica (dell’uomo). La prima concerne la regolazione dei corsi d’acqua. Dal secondo dopoguerra in poi, per contenere le piene e favorire sviluppo agricolo e insediamenti urbani, si è progressivamente ridotta la capacità dei fiumi di trasportare sedimenti verso il mare. Tuttavia sono proprio le piene a veicolare la maggiore quantità di sabbia utile al ripascimento naturale degli arenili. La mitigazione del rischio idraulico ha così prodotto un effetto controintuitivo, sottraendo materiale alle spiagge e accelerando l’arretramento della linea di riva.

Il secondo elemento riguarda la diffusione delle opere rigide di difesa costiera. I dati diffusi da Ispra a metà febbraio indicano che nel 2020 oltre 1.500 chilometri su un totale di 8.300 risultavano interessati da strutture permanenti, pari al 18% del litorale nazionale, con un incremento del 27% rispetto al 2000, equivalente a più di 200 chilometri aggiuntivi. La Calabria registra un aumento del 66%, il più marcato tra le Regioni. Seguendo la medesima traiettoria, dal 2020 a oggi si stimerebbero ulteriori 50 chilometri, portando l’estensione complessiva a circa 1.550 chilometri. Negli ultimi decenni sono state censite quasi 11mila opere tra pennelli perpendicolari alla costa, barriere distaccate e sistemi complessi come i pennelli “a T” lungo il Tirreno calabrese.

Il paradosso risiede nel fatto che tali infrastrutture, progettate per attenuare l’impatto delle mareggiate, riducono anche l’apporto sedimentario trasportato dalle stesse onde, ostacolando il naturale ripascimento. Le Linee Guida nazionali ne riconoscono l’utilità in contesti circoscritti ma segnalano che possono bloccare il flusso dei sedimenti su tratti estesi. Ne deriva una dinamica in cui difesa e degrado convivono, alimentando un arretramento progressivo aggravato dall’urbanizzazione intensiva.

La tendenza non riguarda soltanto l’Italia. Il 27 agosto 2025 sulla spiaggia di Petites Dalles, rinomata località balneare francese situata in Normandia, nota per le sue spettacolari scogliere (falesie) e le ville del XIX secolo e affacciata sul canale della Manica, si assisteette ad un crollo di falesia documentato da video diffusi sui social ha mostrato turisti in fuga mentre la parete rocciosa si sgretolava. L’episodio rientra tra circa 60 cedimenti annui registrati nella regione. Nelle stesse ore Météo-France ha diramato un’allerta gialla per mareggiate in 6 dipartimenti, da Côtes-d’Armor a Pyrénées-Atlantiques, lungo l’intera fascia atlantica tra Biarritz e Brest, segnalando onde di 4-5 metri e possibili sommersioni in coincidenza con l’alta marea.

Già quasi 10 anni fa Le Monde, citando dati del ministero dell’Ambiente francese, aveva avvertito che in alcune aree la costa avrebbe potuto arretrare fino a 50 metri entro il 2050. Almeno il 22% del litorale risultava in regressione con una media annua variabile tra 10 centimetri e 8 metri. Tra il 1949 e il 2005 sarebbe scomparsa una superficie di circa 26 chilometri quadrati, equivalente a 3.100 campi da rugby. Nella sola Seine-Maritime 142 comuni registrano riduzioni di circa 50 centimetri l’anno e altri 19 superano i 3 metri.

In Spagna la situazione presenta analogie significative. Secondo l’Icgc (Istituto Cartografico e Geologico della Catalogna),il 65% delle 489 spiagge censite in Catalogna, pari a 319, si è ridotto tra il 1956 e il 2019. Le autorità di Barcellona hanno stimato in 60 milioni di euro le risorse necessarie per consolidare i 42 chilometri di litorale urbano, cui si sommano i costi annuali di manutenzione post-tempesta. Il caso di Montgat, comune spagnolo situato nella comunità autonoma della Catalogna sulla costa mediterranea, evidenziato da Greenpeace, mostra una perdita del 90% della sabbia in meno di 10 anni, con una superficie scesa da 25mila a 6.400 metri quadrati dal luglio 2023. Nell’aprile 2024 eventi meteorologici intensi noti con l’acronimo Dana (Depresión Aislada en Niveles Altos, depressione isolata in quota) hanno generato onde fino a 5 metri che hanno raggiunto le abitazioni costiere, accelerando progetti di nuove barriere frangiflutti. Nel 2024 il ministero dell’Ambiente spagnolo ha supervisionato interventi per circa 250 milioni di euro, suscitando contrasti con alcune autorità regionali timorose di ricadute economiche.

L’insieme di dati, documenti tecnici e prese di posizione istituzionali delinea una traiettoria comune: l’erosione costiera non è più una variabile occasionale ma una dinamica strutturale che intreccia cambiamento climatico, pianificazione idraulica e scelte infrastrutturali. L’Italia, come Francia e Spagna, si trova davanti alla necessità di ripensare strategie di adattamento integrate, capaci di conciliare protezione, equilibrio morfologico e sostenibilità economica in un contesto di progressivo arretramento delle coste europee.

La scienza moderna ci dice che in tutto il mondo e particolarmente soggetto l’emisfero boreale, da un secolo e mezzo circa siamo dentro una mini era calda che, viste le precedenti nel corso di millenni, potrebbe durare almeno altri tre secoli, con conseguenti cambiamenti climatici estremi, come ci sono stati in quelle passate, l’ultima tra l’850 d.C. e il 1300. Occorrerebbe quindi un preventivo grande piano europeo che, gradualmente e con mirati quanto sostanziosi incentivi, agevoli nei prossimi decenni l’esodo di interi abitati verso aree più arretrate rispetto al mare e alle zone dove secoli fa lambivano se non anche scorrevano le acque di torrenti e fiumi, così da evitare danni, sfollati, feriti, vittime, nonché costi di gran lunga superiori. Il resto appare come volere prendere a mani nude la coda di una balena (la Natura).