Dalla Sicilia ai cicli del passato: perché il riscaldamento attuale non è solo una normale oscillazione (2ª parte)

Le oscillazioni climatiche hanno sempre influenzato società e territori, ma dall’Ottocento industrializzazione, combustibili fossili, agricoltura intensiva e deforestazione hanno accelerato l’aumento dell'effetto serra

Sintesi

Tra il 700 e il 500 a.C. alcune regioni mediterranee hanno conosciuto condizioni relativamente favorevoli alla crescita delle città greche, mentre dal 300 a.C. diversi territori europei hanno attraversato il cosiddetto periodo caldo romano. Nel 218 a.C. Annibale ha superato le Alpi con il proprio esercito, ma l’episodio non dimostra un arretramento generalizzato dei ghiacciai. Tra la tarda antichità e l’alto Medioevo si sono alternate fasi fredde, umide o instabili. Dal IX al XIII secolo alcune zone dell’emisfero settentrionale hanno sperimentato un intervallo più mite, seguito dalla piccola era glaciale, durante la quale il Tamigi e altri corsi o bacini europei sono gelati più volte. Dalla metà del XIX secolo l’industrializzazione, la combustione di carbone, petrolio e gas, la produzione di cemento, l’agricoltura intensiva e la deforestazione hanno accresciuto rapidamente la concentrazione dei gas serra. Nel 2017 una valutazione federale statunitense ha attribuito con elevatissima probabilità la maggior parte del riscaldamento successivo alla metà del Novecento all’influenza umana e nel 2023 una nuova edizione ha confermato l’aggravamento degli effetti. Le oscillazioni naturali continuano a modificare il clima, ma non spiegano il riscaldamento odierno quasi simultaneo osservato sull’intero pianeta, né escludono la necessità di ridurre le emissioni e preparare la Sicilia agli impatti ormai inevitabili.

Articolo

Tra il 700 e il 500 a.C. varie aree del Mediterraneo hanno attraversato condizioni climatiche relativamente miti e favorevoli all’agricoltura. Questo intervallo ha accompagnato la crescita delle città greche e l’espansione delle colonie, ma non può esserne considerato l’unico motore. Le migrazioni sono dipese anche dall’aumento della popolazione, dalla scarsità di terre coltivabili, dai commerci, dai conflitti politici e dalla necessità di controllare le rotte marittime. Le successive alluvioni e gli accumuli di sedimenti hanno danneggiato o ricoperto diversi insediamenti costieri, senza che ciò dimostri un unico e improvviso raffreddamento esteso a tutto il pianeta.

Dal 300 a.C. circa numerose regioni europee e mediterranee hanno vissuto periodi miti, indicati convenzionalmente come periodo caldo romano. Le condizioni non sono state uniformi né costanti: si sono alternati intervalli umidi, siccitosi, più caldi o più freschi, con differenze notevoli tra il Mediterraneo occidentale, quello orientale e l’Europa settentrionale. Il clima ha favorito o aggravato raccolti, epidemie e movimenti di popolazione, ma l’espansione e la crisi di Roma sono derivate anche da guerre, amministrazione, economia, demografia e trasformazioni politiche.

Nel settembre del 218 a.C. Annibale Barca (comandante cartaginese impegnato nella seconda guerra punica contro Roma) ha attraversato le Alpi con un esercito che, secondo la tradizione, comprendeva 37 elefanti. Le fonti antiche non concordano sul numero iniziale dei soldati e gli studiosi continuano a discutere il valico percorso. La più recente ricerca sui consumi degli animali ha confrontato diversi itinerari senza risolvere definitivamente il problema archeologico. Il passaggio dimostra che una via alpina era percorribile, seppure con perdite e difficoltà enormi, ma non consente di ricostruire da solo l’estensione dei ghiacciai o l’altezza della linea degli alberi.

Anche il racconto dei tronchi ammassati e incendiati contro le rocce, sulle quali sarebbe stato versato vino inacidito per provocarne la frattura, appartiene alla narrazione tramandata dalle fonti classiche. Non vi sono elementi sufficienti per trasformarlo in una prova paleoclimatica o per affermare che lungo il percorso si trovassero foreste dove oggi non potrebbero crescere. Le ricostruzioni scientifiche del clima richiedono invece serie di dati ottenute da sedimenti, pollini, anelli degli alberi, ghiacci, coralli e altri indicatori confrontabili.

Tra il III e il IX secolo d.C. sono state registrate nuove oscillazioni, comprendenti il raffreddamento della tarda antichità, particolarmente evidente tra il 536 e il 660. Piogge, alluvioni e mutamenti delle coltivazioni hanno colpito diverse regioni, ma non con la medesima cronologia. Dal IX secolo è poi iniziata l’anomalia climatica medievale, riscontrata soprattutto nell’area nordatlantica e in alcune zone europee. La crescita demografica di quei secoli, l’ampliamento delle colture e le migrazioni verso nuovi territori sono stati favoriti in alcuni luoghi da condizioni più miti, ma le crociate non possono essere ricondotte al caldo: sono nate da un intreccio di religione, potere, commerci, dinamiche sociali e strategie militari.

A partire dal XIV secolo e con particolare evidenza tra il XVI e il XIX, parti dell’emisfero settentrionale sono entrate nella Little Ice Age (piccola era glaciale). Gli inverni europei sono diventati in alcune fasi più rigidi e il Tamigi, che attraversa Londra è gelato più volte. Tra il 1607 e il 1814 il ghiaccio è stato sufficientemente spesso da ospitare 5 o 6 grandi fiere sul fiume. Sono documentate anche eccezionali gelate del Po e della laguna di Venezia, ma tali episodi hanno rappresentato condizioni regionali, non una simultanea glaciazione mondiale.

Le piogge insistenti, le stagioni agricole brevi e i raccolti danneggiati hanno favorito carestie e indebolito molte comunità. La peste nera, che nel XIV secolo ha ucciso una parte enorme della popolazione europea, si è però propagata attraverso il batterio responsabile della malattia, i traffici commerciali, gli spostamenti, le condizioni igieniche, la malnutrizione e la densità urbana. Il clima può avere modificato l’ambiente e la disponibilità alimentare, ma non costituisce una spiegazione unica.

Alla piccola era glaciale è stata associata anche l’ipotesi secondo cui la crescita più lenta degli alberi avrebbe prodotto un legno molto compatto, adatto alla costruzione dei violini. Il collegamento con il timbro degli strumenti di Antonio Stradivari resta tuttavia una possibile concausa e non una prova generale delle temperature del periodo. Il Met Office (Servizio meteorologico nazionale del Regno Unito) cita l’ipotesi come interpretazione storica, non come conclusione definitiva sulla qualità irripetibile degli strumenti.

Dalla metà del XIX secolo la tendenza è cambiata mentre la rivoluzione industriale ha ampliato l’uso dei combustibili fossili. Le centrali a carbone e a gas, la siderurgia, la chimica, la produzione del cemento, i trasporti, il riscaldamento, l’estrazione energetica e le attività manifatturiere hanno liberato quantità crescenti di anidride carbonica, indicata dalla formula CO₂. Allevamenti, risaie, discariche e perdite negli impianti di estrazione e distribuzione hanno aumentato anche il metano, indicato dalla formula CH₄.

Questi gas assorbono una parte della radiazione infrarossa emessa dalla Terra, ostacolandone la dispersione nello spazio e rafforzando l’effetto serra naturale. La Terra riceve calore dal Sole e poi cerca di rimandarne una parte nello spazio. I gas serra trattengono una quota di questo calore, un po’ come una coperta: entro certi limiti è un fenomeno naturale e indispensabile, perché mantiene il pianeta abbastanza caldo da permettere la vita. Il problema nasce quando le attività umane aumentano troppo questi gas: la “coperta” diventa più spessa e la Terra trattiene più calore del necessario. Una parte di questo riscaldamento è stata temporaneamente attenuata da alcune particelle inquinanti, chiamate aerosol, che riflettono una parte della luce solare. Ciò non significa che siano utili: polveri sottili, ossidi di azoto, anidride solforosa e altri inquinanti danneggiano comunque la salute, l’aria, l’acqua, le piante e gli ecosistemi.

Le apparenti controtendenze intorno agli anni Venti e tra il 1960 e il 1980 non hanno cancellato l’aumento di lungo periodo. Sono intervenuti eruzioni vulcaniche, variazioni delle correnti oceaniche, cicli naturali, aerosol industriali e oscillazioni solari. Secondo l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico), i soli fattori solari e vulcanici hanno modificato la temperatura globale di circa ±0,1 °C nel periodo studiato, mentre la variabilità interna ha inciso per circa ±0,2 °C. L’influenza umana ha invece fornito la spiegazione dominante del riscaldamento osservato.

Il fenomeno antropico (umano) globale non si è limitato alle industrie. L’espansione urbana, il consumo di suolo, l’agricoltura intensiva, la distruzione delle zone umide e la deforestazione hanno ridotto la capacità naturale di assorbire carbonio e regolare l’acqua. La foresta amazzonica, distribuita in Sud America soprattutto nel territorio brasiliano, il bacino del Congo, nell’Africa centrale, e la taiga russa, estesa nella parte settentrionale dell’Eurasia, rappresentano sistemi di importanza planetaria e vitale per la vita sul pianeta come la conosciamo oggi. La Foresta Nera, regione montuosa e boscosa della Germania sudoccidentale, svolge un rilevante ruolo europeo e locale, ma per estensione non è paragonabile ai grandi complessi tropicali o boreali.

Definire questi sistemi “polmoni verdi” costituisce una metafora: le foreste assorbono e rilasciano anidride carbonica, immagazzinano carbonio, proteggono biodiversità e suoli e regolano il ciclo idrico. La FAO (Food and Agriculture Organization, Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) ha calcolato che tra il 2015 e il 2025 la deforestazione mondiale è proseguita al ritmo di 10,9 milioni di ettari l’anno. Gli incendi, i parassiti, le malattie e gli eventi meteorologici estremi hanno aggiunto ulteriori pressioni su ecosistemi già frammentati.

Nel 2017 gli Stati Uniti hanno pubblicato il Climate Science Special Report (rapporto speciale sulla scienza del clima), 1° volume della 4ª NCA (National Climate Assessment, valutazione nazionale del clima). Il documento ha raccolto le osservazioni disponibili dall’alta atmosfera alle profondità oceaniche e ha giudicato estremamente probabile che l’influenza umana sia stata la causa dominante del riscaldamento dalla metà del XX secolo. Ha inoltre escluso che l’attività solare, la variabilità interna o cicli naturali conosciuti potessero spiegare da soli i mutamenti osservati.

La 5ª valutazione, pubblicata il 14 novembre 2023 e successivamente corretta negli aspetti formali, ha coinvolto circa 500 autori e il coordinamento di 14 dipartimenti e agenzie federali. Non si tratta quindi di una nuova relazione ultimata nel 2026, ma dell’ultima edizione completa attualmente disponibile. Il rapporto ha ribadito che gli effetti del cambiamento climatico causato dall’uomo sono diffusi, in peggioramento e già visibili sulla salute, sulle risorse idriche, sugli ecosistemi, sulle infrastrutture e sull’economia.

La conclusione coincide con quella dell’IPCC: le attività umane hanno inequivocabilmente prodotto il riscaldamento globale e la temperatura media della superficie ha raggiunto circa 1,1 °C sopra il periodo 1850-1900 nel ventennio 2011-2020. Dal 1970 l’aumento si è verificato più rapidamente che in qualsiasi altro periodo di 50 anni degli ultimi 2.000 anni. Le ricostruzioni paleoclimatiche pubblicate su “Nature” mostrano inoltre che il XX secolo è risultato il più caldo in oltre il 98% del pianeta, mentre le precedenti epoche calde e fredde non hanno raggiunto il massimo nello stesso momento in tutte le regioni.

Il fatto che il clima sia sempre cambiato è dunque corretto, ma non dimostra che ogni mutamento abbia la stessa origine. Nel passato hanno agito eruzioni, variazioni dell’orbita terrestre, cambiamenti della radiazione solare, correnti oceaniche e oscillazioni interne. Oggi questi fattori continuano a operare, ma non spiegano né la rapidità né la coerenza geografica del riscaldamento. L’elemento nuovo è l’immissione in atmosfera, nell’arco di circa 2 secoli, del carbonio rimasto accumulato per milioni di anni nei combustibili fossili.

Non è neppure corretto immaginare che i fondi destinati alla riduzione delle emissioni siano necessariamente sottratti all’adattamento. Le 2 azioni rispondono a esigenze complementari: la mitigazione limita il riscaldamento futuro, mentre l’adattamento riduce i danni che non possono più essere evitati. Le emissioni passate non rendono inevitabile il superamento permanente di ogni soglia, ma hanno già determinato conseguenze durature, tra cui l’innalzamento del mare e il riscaldamento degli oceani. Ogni ulteriore quantità di gas serra aumenta i rischi e rende più costosi gli interventi.

Il PNACC, approvato nel 2023, ha riconosciuto la necessità di rendere l’Italia più resistente a siccità, incendi, alluvioni, erosione costiera, ondate di calore e dissesto. Il 9 aprile 2024 la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo, pronunciandosi nel caso Verein KlimaSeniorinnen Schweiz e altri contro Svizzera, ha stabilito che il diritto alla vita privata e familiare comprende una protezione effettiva contro le gravi conseguenze climatiche su salute, benessere e qualità della vita. La sentenza ha lasciato agli Stati un margine nella scelta delle misure, ma ha richiesto politiche tempestive, coerenti e concretamente applicate.

Per la Sicilia questo significa difendere le falde, ridurre le perdite delle reti idriche, manutenere dighe e invasi, riutilizzare le acque depurate, sorvegliare i boschi, recuperare i terreni abbandonati e impedire nuove edificazioni nelle zone alluvionali o soggette all’erosione. Significa anche pianificare, nei luoghi più esposti, arretramenti graduali dalle coste, rinaturalizzare torrenti e zone umide e sostenere economicamente le comunità costrette a modificare attività e insediamenti.

Affrontare il cambiamento climatico senza ideologie vuol dire distinguere i fatti documentati dalle supposizioni. I cicli naturali sono reali e hanno influenzato la storia umana, ma non costituiscono una spiegazione alternativa all’effetto prodotto oggi da carbone, petrolio, gas, deforestazione e trasformazioni del territorio. Combattere l’inquinamento, tutelare flora e fauna, diminuire le emissioni e preparare le popolazioni agli eventi estremi non sono strategie contrapposte: rappresentano le parti inseparabili di una stessa difesa dell’ambiente e della società.

L’immagine di copertina raffigura le emissioni di CO₂ (anidride carbonica o biossido di carbonio) pro capite di nel mondo e le variazioni climatiche degli ultimi 3.000 anni, con il netto passaggio dalla penultima piccola era glaciale al riscaldamento in corso da circa 250 anni.

L’opinione

Nel 2017 ho scritto un articolo sui cambiamenti climatici che hanno interessato gli ultimi 3.000 anni. Dopo alcune migliaia di articoli dedicati agli argomenti più diversi e qualche lettura scientifica, quel testo aveva ormai bisogno di essere rivisto. Come sempre, in queste pagine si cerca di affrontare ogni tema senza allarmismi e non trasformandolo in una contrapposizione politica da stadio, senza per questo rinunciare, quando necessario, a critiche anche severe, che tuttavia, si ritiene, si mantengono nei limiti civili. L’obiettivo primario resta quello di procedere con il massimo possibile di obiettività, prudenza e riscontro scientifico. Nel caso specifico del clima, il punto diventa anche comprendere quanto siamo vicini ad alcune soglie critiche e quali conseguenze potrebbero divenire difficili, o perfino impossibili, da invertire. Di questo si parlerà nella 3ª parte del percorso, dedicata agli scenari futuri che la ricerca considera plausibili su basi scientifiche e alcuni dei quali potrebbero produrre effetti anche molto gravi. Una quarta parte sarà più localizzata all’area ionica della Sicilia.