Israele senza maggioranza dopo le elezioni. La Commissione difende il voto, il Likud sale ma resta lo stallo

Nessun riscontro a violazioni sistematiche. Proseguono gli accertamenti sulle possibili interferenze. Il voto arabo pesa sulle alleanze, Peled richiama la minaccia iraniana

Sintesi

Il Likud conquista un seggio in più, ma Netanyahu resta senza maggioranza. Con il 97,3% dei voti scrutinato, il suo schieramento mantiene 53 deputati, contro i 48 del blocco di Eisenkot e i 19 dei partiti arabi. Cambiano i rapporti fra alcune liste, non l’equilibrio generale. Per governare servono nuovi accordi.

La Commissione elettorale centrale afferma che il voto si è svolto legalmente e che non risultano elementi a sostegno di violazioni sistematiche. Anche la Polizia respinge le accuse di elezioni sottratte attraverso brogli. Proseguono verifiche riservate su possibili interferenze straniere. I sospetti devono ancora essere dimostrati.

La partecipazione araba, comprese le donne beduine, acquista rilievo politico, mentre Herzog cerca una soluzione per evitare altre elezioni. L’ambasciatore israeliano Peled sostiene che la minaccia iraniana rimanga indipendentemente dal futuro premier. Le trattative interne si intrecciano con le tensioni regionali.

Articolo

Il Likud guadagna un seggio, Netanyahu non avanza verso la maggioranza

Il Likud si rafforza, ma il risultato non risolve lo stallo israeliano. Come riferisce Israel National News, testata giornalistica israeliana, nel resoconto dello scrutinio al 97,3%, il partito di Benjamin Netanyahu (primo ministro del Governo nazionale israeliano e leader della formazione di destra) sale a 27 seggi, guadagnandone uno a spese dell’alleato Shas (partito religioso ultraortodosso). Il passaggio avviene all’interno dello stesso schieramento e non ne aumenta la forza complessiva: il blocco del premier resta a 53 deputati, contro i 48 dello schieramento guidato da Gadi Eisenkot (ex capo di Stato maggiore e leader di Yashar) e i 19 dei partiti arabi. Nella Knesset (Parlamento monocamerale israeliano composto da 120 deputati), la maggioranza assoluta è di 61 seggi.

La ripartizione provvisoria riportata dalla testata israeliana assegna 27 seggi al Likud; 21 a Yashar; 12 a Beyachad, la lista di Naftali Bennett e Yair Lapid (entrambi ex primi ministri); 11 alla Lista Comune araba; 8 ai Democratici; 8 a Ra’am, formazione araba islamista; 7 a Yisrael Beiteinu; 7 a Otzma Yehudit, partito della destra radicale guidato da Itamar Ben Gvir (ministro della Sicurezza nazionale); 7 a Giudaismo Unito della Torah; 6 a Shas; 6 alla lista Sionismo religioso-Zehut, che comprende la formazione di Bezalel Smotrich (ministro delle Finanze). Il conteggio delle schede speciali e i calcoli per distribuire i seggi possono ancora modificare l’assegnazione: questi numeri non costituiscono il risultato definitivo.

La Commissione elettorale difende la regolarità del voto

Sul risultato pesa lo scontro sulle accuse di brogli. Dean Livne, direttore generale ad interim della Commissione elettorale centrale, ha affermato che le elezioni si sono svolte legalmente e che, per quanto risulta all’organismo, non esistono elementi a sostegno di violazioni sistematiche della regolarità elettorale. Il chiarimento è contenuto nella risposta a Vladimir Beliak (deputato di Yesh Atid, partito centrista, e componente della Commissione), che aveva chiesto una riunione per ottenere spiegazioni. La lettera è stata riferita dal Times of Israel (testata giornalistica israeliana in lingua inglese).

Livne ha distinto la regolarità delle operazioni ai seggi dagli accertamenti richiesti da Noam Sohlberg (Giudice della Corte suprema e presidente della Commissione elettorale centrale). La richiesta rivolta allo Shin Bet (servizio israeliano di sicurezza interna) riguarda informazioni riservate che hanno sollevato sospetti e richiedono ulteriori verifiche. Livne ha respinto la convocazione richiesta richiamando la riservatezza dell’indagine. L’esistenza di informazioni da esaminare non equivale alla dimostrazione di un’alterazione del voto.

Anche la polizia respinge le accuse di elezioni sottratte

La polizia israeliana ha dichiarato di non avere riscontri investigativi o di intelligence alle accuse del Likud secondo cui i partiti arabi avrebbero sottratto le elezioni attraverso brogli. Secondo la risposta riportata dalla stampa israeliana, durante la giornata elettorale si sono verificati pochi episodi anomali riguardanti l’integrità del voto, anche nel confronto con le precedenti consultazioni. Il Jerusalem Post (quotidiano israeliano in lingua inglese) ha riportato la smentita della polizia.

Il Likud ha sostenuto di avere raccolto segnalazioni e materiale da sottoporre alle autorità, avanzando anche accuse di finanziamenti stranieri destinati alla mobilitazione elettorale araba. Queste contestazioni non risultano pubblicamente dimostrate. Eisenkot ha chiesto che ogni sospetto venga approfondito, mettendo però in guardia dall’uso politico dell’indagine per ritardare l’insediamento del nuovo Parlamento. Avigdor Liberman (leader di Yisrael Beiteinu, partito nazionalista laico) ha sollecitato accertamenti rapidi.

I seggi arabi contano, ma un’alleanza non è automatica

La crescita delle formazioni arabe rende più difficile ignorarne il ruolo nella costruzione delle maggioranze. Gadi Eisenkot, nome traslitterato anche Eizenkot (ex capo di Stato maggiore dell’esercito israeliano), guida Yashar, partito centrista di orientamento sionista, che sostiene il carattere ebraico e democratico dello Stato. Il suo programma punta su sicurezza, servizio militare o civile per tutti, istruzione pubblica e tutela dell’indipendenza della magistratura. I 19 seggi arabi appartengono a 2 liste, non a 19 formazioni: la Lista Comune, con 11 deputati, riunisce Hadash, Ta’al e Balad, espressioni della sinistra e del nazionalismo arabo; Ra’am, con 8 deputati, è il partito islamista guidato da Mansour Abbas, attento ai servizi e alle condizioni delle comunità arabe israeliane. Entrambe chiedono maggiore uguaglianza e tutela della minoranza araba, pur con orientamenti differenti. Sommati ai 48 seggi del blocco di Eisenkot, raggiungerebbero quota 67, oltre la maggioranza assoluta di 61. Questa possibilità numerica non costituisce però un accordo di governo: come ricostruisce il Times of Israel, nell’opposizione restano forti resistenze alla collaborazione con le liste arabe.

Isaac Herzog (presidente dello Stato di Israele) ha invitato i partiti a trovare un accordo per governare, evitando di chiedere ai cittadini di votare nuovamente. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, intende verificare con Netanyahu ed Eisenkot se siano disposti a formare un governo di unità nazionale, cioè un esecutivo nel quale collaborino partiti oggi avversari, condividendo ministri e decisioni su un programma concordato. Per ora questo accordo non c’è, né è stata definita un’altra alleanza con i numeri necessari per governare. Il Likud ha ottenuto più seggi di ogni altro singolo partito, ma essere il primo partito non significa avere la maggioranza del Parlamento: Netanyahu deve quindi trovare altri deputati disposti a sostenere il suo governo. Se Eisenkot riuscisse invece a raccogliere il sostegno parlamentare necessario, potrebbe essere lui a guidare il prossimo esecutivo.

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Le donne beduine e la domanda di rappresentanza

Fra gli aspetti più significativi delle elezioni del 27 ottobre figura la partecipazione delle donne beduine del Negev (regione desertica nel sud di Israele). Le cronache hanno documentato file di elettrici a Rahat (città israeliana del Negev) e la mobilitazione in altre comunità. L’ANSA ha raccolto testimonianze che collegano la scelta di votare alla necessità di ottenere ascolto e rappresentanza.

Non sono disponibili dati ufficiali distinti che misurino quante donne beduine abbiano votato, né quante lo abbiano fatto per la prima volta. Le immagini mostrano una partecipazione rilevante, ma non consentono di attribuire a tutte le elettrici le stesse motivazioni o condizioni di vita. Il voto porta nello spazio pubblico comunità spesso poco rappresentate nel racconto politico.

Le donne del Medio Oriente e del Nord Africa non vivono tutte nelle stesse condizioni: le possibilità di studiare, lavorare e decidere della propria vita cambiano da un Paese all’altro, fra città e campagne e secondo le risorse della famiglia. La Banca mondiale (istituzione finanziaria internazionale che sostiene lo sviluppo), nel piano regionale sulle opportunità femminili per il 2025-2030, descrive una situazione nella quale i progressi nello studio non si traducono sempre nella possibilità di lavorare e avere un reddito proprio. Una giovane può conseguire una laurea, ma incontrare difficoltà a trovare un impiego perché mancano trasporti sicuri, servizi per i figli o opportunità di assunzione, oppure perché le regole sociali e familiari ne limitano le scelte. Senza un guadagno personale diventa più difficile sostenersi e prendere decisioni autonome. Sarebbe quindi sbagliato descrivere tutte queste donne come prive di istruzione o isolate dalla società: il rapporto segnala, per esempio, che il 64% delle donne dell’area considerata utilizza Internet. Le disuguaglianze restano profonde, ma assumono forme e intensità diverse.

Peled richiama la minaccia iraniana e il percorso degli Accordi di Abramo

Jonathan Peled (ambasciatore di Israele in Italia e a San Marino) sostiene che cambiare primo ministro non eliminerebbe i pericoli che Israele ritiene di dover affrontare. Secondo il diplomatico, Netanyahu, Eisenkot o un altro capo del governo dovrebbero comunque occuparsi delle minacce provenienti dall’Iran, da Hamas (movimento islamista palestinese dotato di un’ala armata) e da Hezbollah (organizzazione politica e armata sciita libanese sostenuta dall’Iran). È la valutazione dell’ambasciatore: queste parole non significano che sia già stata decisa una nuova guerra.

Peled richiama però anche la possibilità di migliorare i rapporti con altri Paesi della regione, attraverso gli Accordi di Abramo. Sono intese avviate nel 2020, con la mediazione degli Stati Uniti, per stabilire normali relazioni fra Israele e alcuni Paesi arabi, inizialmente Emirati Arabi Uniti e Bahrein. Significa riconoscersi ufficialmente, aprire ambasciate e facilitare commerci, investimenti, collegamenti aerei e turismo. Gli accordi consentono quindi a governi, imprese e cittadini di avere rapporti diretti e una collaborazione più stabile. Il percorso e gli ambiti di cooperazione sono illustrati anche nei testi degli Accordi di Abramo.

L’auspicio indicato da Peled è estendere questo percorso anche all’Arabia Saudita, ampliando il numero dei Paesi arabi che collaborano apertamente con Israele. Queste intese, tuttavia, non risolvono da sole il conflitto fra israeliani e palestinesi e non garantiscono la fine degli scontri nella regione. Il Parlamento europeo, nella risoluzione del 20 gennaio 2021, ha riconosciuto il valore delle nuove relazioni diplomatiche e ribadito la necessità di negoziati fra Israele e Palestina. Il quadro descritto dall’ambasciatore comprende dunque sia la possibilità di costruire nuove collaborazioni sia il permanere di gravi tensioni militari.

Teheran e Hezbollah non leggono il voto come una distensione

Da Teheran (capitale dell’Iran), Esmail Baghaei (portavoce del ministero degli Esteri iraniano) ha sostenuto che l’Iran non cambierà strategia in base a chi guiderà il prossimo governo israeliano. Secondo le autorità iraniane, sia Netanyahu sia i suoi principali avversari manterrebbero una politica ostile verso Teheran. Per questo l’Iran non considera l’eventuale cambio di primo ministro una garanzia di rapporti meno conflittuali. È una valutazione iraniana: non significa che i programmi e le decisioni dei diversi leader israeliani siano necessariamente uguali.

In Libano, Naim Qassem (segretario generale di Hezbollah, organizzazione politica e armata sciita sostenuta dall’Iran) ha letto il risultato come un indebolimento di Netanyahu, ma ha ribadito che Hezbollah continuerà a chiedere il ritiro israeliano dal territorio libanese e rifiuta di consegnare le armi finché considera quel territorio occupato. Per il movimento, dunque, cambiare il capo del governo israeliano non basta: devono cambiare anche le azioni di Israele sul territorio. Queste posizioni mostrano che lo scontro resta aperto, ma non dimostrano che una nuova guerra sia già decisa o inevitabile.

Come si forma il governo e quando si torna a votare

In Israele le principali regole dello Stato sono contenute nelle Leggi fondamentali, testi separati che disciplinano il funzionamento delle istituzioni. Dopo le elezioni, il presidente dello Stato incontra i rappresentanti dei partiti e valuta quale deputato abbia più possibilità di ottenere il sostegno del Parlamento. Non deve necessariamente scegliere il capo del partito arrivato primo: conta soprattutto la capacità di trovare alleati. La procedura prevede che l’incarico venga assegnato entro 7 giorni dalla pubblicazione ufficiale dei risultati.

Il deputato incaricato ha 28 giorni per trovare un accordo con altri partiti, stabilire il programma e scegliere i ministri. Il presidente può concedergli fino ad altri 14 giorni. L’accordo fra i leader, però, non basta: il governo deve presentarsi alla Knesset (Parlamento israeliano) e ottenere la fiducia, cioè un voto favorevole che gli permetta di entrare in carica.

Se il primo incaricato non riesce, il presidente può affidare il tentativo a un altro deputato, che dispone di 28 giorni senza proroga. Se anche questo tentativo fallisce, oppure il presidente ritiene che non ci siano le condizioni per affidarlo, il Parlamento ha un’ultima possibilità: entro 21 giorni, almeno 61 deputati possono chiedere insieme di incaricare un candidato disponibile. Quest’ultimo avrà 14 giorni per trovare l’accordo e formare il governo. La Legge fondamentale sul governo stabilisce questi passaggi e il ritorno alle elezioni se non si trova una soluzione.

Il fallimento di una trattativa, quindi, non porta subito a nuove elezioni: prima si devono esaurire le possibilità previste. Nel frattempo, il governo uscente continua a svolgere le proprie funzioni, così lo Stato non rimane senza un esecutivo.

Loewenthal, il Likud resiste ma deve trovare nuovi alleati

Elena Loewenthal (scrittrice, traduttrice e studiosa della tradizione ebraica, già addetta culturale all’Ambasciata italiana in Israele), intervistata dall’ANSA sul risultato elettorale, ha spiegato che il Likud ha conservato un consenso importante, ma lo schieramento di Netanyahu non ha ottenuto abbastanza seggi per governare da solo. Il voto non ha dunque cancellato la forza del premier, ma lo obbliga a cercare sostegni oltre i suoi alleati.

Secondo Loewenthal, la crescita dei partiti arabi rende necessario ripensare le alleanze. Questi deputati possono contribuire a costruire una maggioranza alternativa, ma occorre che altri partiti accettino di collaborare con loro. Il punto è concreto: ricevere molti voti e riuscire a formare un governo sono 2 risultati diversi. Il primo dipende dagli elettori, il secondo dagli accordi che i partiti riescono a raggiungere in Parlamento.