Golfo, escalation e rischi per l’energia. Trump chiede un nuovo presidente ucraino

Riad colpita, Washington valuta altri attacchi. Il gasolio russo divide gli alleati. Tra Polonia e Ucraina riemergono tensioni economiche e storiche

Sintesi

L’attacco all’aeroporto di Riad ha provocato 12 morti e 309 feriti, secondo il bilancio delle Autorità saudite. Lo scalo ha sospeso le operazioni e diversi Paesi hanno raccomandato di evitare la zona. Trump valuta un intervento americano contro gli Houthi al fianco dei sauditi. Anche i collegamenti aerei sono esposti alla guerra.

Nel Golfo dell’Oman gli Stati Uniti hanno colpito una nave commerciale, accusata di avere tentato di superare il blocco contro l’Iran. Intanto il Pentagono prepara nuove opzioni militari, senza una decisione pubblica sull’avvio degli attacchi. Le rotte energetiche restano sotto pressione.

L’accordo sul gasolio tra Trump e Putin ha aggravato lo scontro con Zelensky. Washington ha autorizzato temporaneamente operazioni sul carburante russo e il presidente americano ha chiesto all’Ucraina di cambiare leader. Kiev e Bruxelles contestano le nuove entrate garantite a Mosca. Energia e negoziati di pace si intrecciano.

In Polonia cresce l’opposizione all’accoglienza dei rifugiati ucraini, mentre tornano al centro del confronto la concorrenza economica e i massacri della Volinia. Tuttavia, un altro sondaggio mostra che il 75% degli intervistati sostiene la cooperazione con Kiev contro la minaccia russa. Le tensioni non cancellano gli interessi comuni.

Pizzaballa ha incontrato Leone XIV e richiamato l’attenzione sulle condizioni di Gaza. Il cardinale descrive una popolazione sempre più stremata e una crescente sfiducia nella possibilità di una soluzione politica. L’emergenza dei civili continua.

Articolo

Riad, il bilancio sale a 309 feriti

Oggi, 11 ottobre, il bilancio comunicato dalla GACA (Autorità generale dell’aviazione civile saudita) per l’attacco avvenuto ieri, 10 ottobre, all’aeroporto internazionale King Khalid di Riad (capitale dell’Arabia Saudita) è di 12 morti e 309 feriti, alcuni in condizioni critiche. Le vittime comprendono cittadini sauditi e stranieri. Le operazioni aeroportuali sono state sospese per consentire soccorsi e verifiche.

L’attacco è attribuito agli Houthi (movimento politico e militare yemenita sostenuto dall’Iran). Secondo la ricostruzione dell’Associated Press ripresa dal Times of Israel, un missile ha colpito il complesso dei terminal 3 e 4, utilizzati per i voli interni. Lo scalo era già stato bersagliato nei giorni precedenti. Evacuazioni, cancellazioni e dirottamenti hanno coinvolto passeggeri e compagnie aeree.

Anche la Farnesina (Ministero degli Affari esteri italiano) ha raccomandato di evitare l’utilizzo dello scalo e gli spostamenti non essenziali nell’area. La prudenza riguarda quindi sia chi deve raggiungere la capitale saudita sia chi prevede una coincidenza aeroportuale. Le indicazioni vanno controllate prima della partenza, perché possono cambiare con l’evoluzione della crisi.

Washington valuta un intervento contro gli Houthi

Donald Trump (presidente degli Stati Uniti) ha definito inaccettabile quanto accaduto in Arabia Saudita e ha aperto alla possibilità di partecipare agli attacchi sauditi contro gli Houthi. Le sue dichiarazioni indicano una valutazione in corso, senza annunciare una decisione operativa definitiva. Marco Rubio (segretario di Stato americano) ha condannato gli attacchi contro i civili.

La nuova escalation si inserisce nella ripresa del conflitto yemenita. La coalizione saudita sostiene militarmente il governo dello Yemen dal 2015 contro gli Houthi, insediati anche a Sanaa (capitale yemenita). La tregua raggiunta nel 2022 si è deteriorata durante l’estate. Le parti hanno riferito numerosi bombardamenti e vittime civili, ma Reuters precisa di non avere potuto verificare autonomamente tutti i bilanci.

Una nave colpita nel Golfo dell’Oman

Ieri, 10 ottobre, il CENTCOM (Comando centrale delle forze armate statunitensi) ha annunciato di avere disabilitato la nave commerciale Ocean Molica, conosciuta anche come Arika Sun e battente bandiera panamense. Secondo il comando americano, il cargo aveva lasciato un porto iraniano e ignorato ripetuti avvertimenti prima di tentare di superare il blocco navale. Un aereo militare ne avrebbe colpito la poppa, mettendo fuori uso la propulsione senza ferire l’equipaggio. Questa ricostruzione è quella fornita dagli Stati Uniti.

Il comando riferisce inoltre che, dalla ripresa del blocco il 14 luglio, 4 navi commerciali sono state disabilitate e 135 hanno dovuto invertire la rotta. Dichiara anche la distruzione di 10 petroliere collegate alla rete delle Guardie della rivoluzione iraniane. Sono dati militari americani, da mantenere attribuiti alla fonte.

Hormuz e Bab el-Mandeb, il rischio per i prezzi

Gli stretti di Hormuz e di Bab el-Mandeb sono 2 passaggi fondamentali per l’energia e il commercio mondiale. Hormuz (tra Iran e Oman, collega il Golfo Persico al Golfo dell’Oman e da lì all’Oceano Indiano) permette alle navi di trasportare all’estero le risorse dei Paesi del Golfo. Nel primo semestre del 2025 vi transitavano circa 20,9 milioni di barili al giorno di petrolio e derivati, equivalenti a circa il 20% del consumo mondiale, e oltre il 20% del commercio mondiale di GNL (gas naturale liquefatto, raffreddato per poter essere trasportato sulle navi), soprattutto dal Qatar. Passano anche gasolio e carburante per aerei. Le difficoltà della navigazione attraverso Hormuz, già seguite da Mediterranea24, possono quindi mettere sotto pressione diverse forniture energetiche contemporaneamente.

La crisi può arrivare anche nei campi e sulle nostre tavole. Secondo l’UNCTAD (organismo delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo), attraverso Hormuz passa circa un terzo dei fertilizzanti commerciati nel mondo via mare. Tra questi figurano urea e ammoniaca, utilizzate per nutrire le colture. Sono importanti anche le esportazioni di zolfo dei Paesi del Golfo, materia prima per altri concimi. Se queste forniture rallentano o rincarano, gli agricoltori possono spendere di più o utilizzare meno fertilizzanti, con il rischio di raccolti meno abbondanti. Bab el-Mandeb (tra lo Yemen e le coste africane di Gibuti ed Eritrea, collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e all’Oceano Indiano) è invece il passaggio meridionale della rotta verso il Canale di Suez (in Egitto, collega il Mar Rosso al Mediterraneo). Lungo questo corridoio viaggiano petrolio, cereali, alimenti e container con prodotti industriali, elettronica e componenti. Nel 2023 Suez movimentava circa il 12%-15% del commercio mondiale: è un dato precedente alle successive interruzioni, non una misura del traffico attuale. Mediterranea24 ha già raccontato la pressione degli Houthi sulle rotte del Mar Rosso.

Quando questi passaggi diventano pericolosi, aumentano i tempi e i costi delle consegne. Per evitare Bab el-Mandeb e Suez, le navi possono dover aggirare l’Africa passando dal Capo di Buona Speranza (all’estremità sudoccidentale del Sudafrica), percorrendo una rotta molto più lunga. Crescono così il consumo di carburante, le spese di trasporto e quelle assicurative. Per le forniture che devono uscire dal Golfo attraverso Hormuz, invece, le alternative sono più limitate e gli oleodotti possono sostituire solo una parte dei flussi petroliferi. Le conseguenze possono raggiungere famiglie e imprese attraverso carburanti, bollette, biglietti aerei, alimenti e beni di uso quotidiano, come emerge anche dagli approfondimenti di Mediterranea24 sulle ricadute del caro energia in Sicilia. I rincari non sono però automatici né uguali per tutti: dipendono anche dalle scorte, dalle forniture alternative, dalla durata delle interruzioni, dalle imposte e dalle scelte delle

I piani contro l’Iran restano opzioni

Secondo il New York Times, il Pentagono (Dipartimento della Difesa americano) ha preparato possibili piani per bombardare intensamente l’Iran per circa 3 giorni. Gli attacchi potrebbero colpire depositi e impianti di missili e droni, strutture energetiche e sedi delle Guardie della rivoluzione (forza militare iraniana). Sono inoltre previste nell’area 3 portaerei americane, grandi navi dalle quali possono decollare aerei militari. Si tratta di preparativi, non di attacchi già decisi.

Si tratta di indiscrezioni su piani militari, non dell’annuncio di un’offensiva già autorizzata. Lo stesso resoconto ricorda che Trump ha respinto precedenti proposte e l’8 ottobre ha dichiarato di non voler attaccare l’Iran prima delle elezioni americane di metà mandato del 3 novembre, mentre proseguono contatti diplomatici. Non emerge da queste informazioni una decisione di rinviare o sospendere il voto.

Putin tra mediazione e forniture energetiche

L’8 ottobre Vladimir Putin (presidente della Russia) ha incontrato Masoud Pezeshkian (presidente dell’Iran) in Turkmenistan, offrendo un contributo alla soluzione del conflitto. Ieri, 10 ottobre, il Cremlino (presidenza russa) ha riferito che Putin aveva trasmesso a Trump la posizione iraniana su una possibile intesa, durante la telefonata del giorno precedente. Non ha reso pubblici i dettagli della proposta né la risposta americana.

Mosca mantiene quindi rapporti con Teheran e contemporaneamente tratta con Washington sulle forniture di carburante. La Russia interviene su entrambi i fronti diplomatici ed energetici, mentre continua la propria guerra contro l’Ucraina.

Gasolio russo, la deroga fino ad aprile

Il 9 ottobre Trump ha annunciato un’intesa con Putin per immettere gasolio russo nei mercati americano e mondiale: oltre 300.000 tonnellate iniziali, altre 500.000 a novembre e 1 milione successivamente. Sono quantità annunciate, da distinguere dalle consegne effettivamente realizzate. L’obiettivo dichiarato è frenare i prezzi del carburante.

Il provvedimento concreto è la licenza generale 135, emanata il 9 ottobre dall’OFAC (Ufficio del Tesoro americano che amministra le sanzioni). Autorizza fino al 7 aprile 2027 determinate operazioni di vendita, consegna, scarico e importazione di gasolio di origine russa, comprese le importazioni negli Stati Uniti. Conserva specifiche esclusioni. Non equivale alla cancellazione dell’intero sistema di sanzioni contro Mosca.

L’accordo può aggiungere carburante al mercato, ma non garantisce un ribasso duraturo. Gli analisti consultati da Reuters giudicano le quantità insufficienti a risolvere da sole la crisi dell’offerta. Il problema comprende infatti le difficoltà delle rotte mediorientali e i danni agli impianti di raffinazione.

Trump chiede di cambiare Zelensky

Ieri, 10 ottobre, Trump ha chiesto che l’Ucraina trovi un nuovo presidente capace di raggiungere un accordo e ha contestato gli attacchi ucraini contro le raffinerie russe. La richiesta di cambiare Volodymyr Zelensky è dunque confermata, ma non documenta un meccanismo già avviato per sostituirlo né l’individuazione di un successore.

Zelensky (presidente dell’Ucraina) considera l’intesa sul gasolio un vantaggio economico per la Russia. Anche Kaja Kallas (alta rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri) ha contestato la sospensione delle restrizioni, sostenendo che le maggiori entrate possano finanziare la guerra russa. Lo scontro è esploso mentre ucraini, europei e negoziatori americani erano impegnati nei colloqui di Miami (città della Florida, negli Stati Uniti).

Intanto, il bombardamento russo di ieri su Zaporizhzhia (città dell’Ucraina sudorientale) ha provocato, secondo il bilancio riportato da Reuters, 20 morti, tra cui 3 bambini. La trattativa continua quindi a svolgersi mentre gli attacchi colpiscono la popolazione civile. Internazionale

Polonia e Ucraina, le fratture dell’accoglienza

Le tensioni tra Varsavia (capitale della Polonia) e Kiev (capitale dell’Ucraina) hanno radici diverse. Sul versante sociale, un’indagine del CBOS (Centro polacco di ricerca sull’opinione pubblica), condotta a luglio su 938 adulti, ha rilevato che il 52% si oppone all’accoglienza dei rifugiati ucraini e il 42% la sostiene. All’inizio dell’invasione russa del 2022 il sostegno aveva raggiunto il 94%. È un cambiamento rilevante, ma riguarda una domanda specifica sull’accoglienza. raport

Un’altra indagine dello stesso istituto mostra infatti che il 75% ritiene necessario cooperare con l’Ucraina contro la minaccia russa e l’80% considera Mosca beneficiaria delle divisioni tra i 2 Paesi. Il quadro comprende sfiducia crescente e contemporanea consapevolezza di interessi comuni. Non autorizza a descrivere tutti i polacchi come contrari al sostegno a Kiev.

Polonia, presidente e governo su fronti diversi

In Polonia convivono un presidente di destra e un governo guidato da un premier di orientamento liberale ed europeista. Karol Nawrocki (presidente della Repubblica, sostenuto dal partito conservatore Diritto e Giustizia) è stato eletto il 1° giugno 2025 ed è in carica dal 6 agosto dello stesso anno. Donald Tusk (primo ministro, leader di Piattaforma civica) guida invece il governo dal 13 dicembre 2023, sostenuto da una coalizione che comprende forze centriste, moderate e di sinistra. Questa divisione politica rende più difficile trovare una posizione comune anche sui rapporti con l’Ucraina.

Trasporti e memoria storica

Sul piano economico, le tensioni tra Polonia e Ucraina riguardano soprattutto agricoltura e autotrasporto. Gli agricoltori polacchi contestano l’arrivo di cereali e altri prodotti ucraini a prezzi più bassi, temendo di vendere meno e di ricevere compensi inferiori per i propri raccolti. Le difficoltà sono emerse soprattutto quando una parte delle merci destinate ad attraversare la Polonia è rimasta sul mercato nazionale. Anche le differenze nelle regole di produzione alimentano il confronto: il quadro commerciale europeo prevede che l’Ucraina si avvicini progressivamente agli standard dell’Unione, anche sull’impiego di pesticidi e medicinali veterinari.

Nell’autotrasporto, invece, alcune imprese polacche denunciano costi di gestione inferiori per i concorrenti ucraini, che consentirebbero loro di offrire prezzi più bassi e conquistare clienti. L’accordo europeo con l’Ucraina, prorogato fino al 31 marzo 2027, facilita i trasporti tra l’Ucraina e i Paesi dell’Unione, chiamati “bilaterali”, e quelli che attraversano questi territori per raggiungere un altro Paese, chiamati “di transito”. Serve a mantenere aperti i collegamenti durante la guerra, ma pone il problema di far competere le imprese con condizioni e obblighi più omogenei.

La Commissione europea non ha però accertato gravi squilibri complessivi del mercato e ricorda che gli operatori europei incontrano difficoltà a lavorare in Ucraina anche per i rischi della guerra e le coperture assicurative. L’accordo permette alle imprese ucraine di trasportare merci dall’Ucraina a un Paese dell’Unione e viceversa, attraversando, se necessario, altri Stati europei. Per esempio, un camion può portare un carico da Kiev a Roma passando per la Polonia. Non permette invece, sulla base di questo accordo, di prendere un nuovo carico in Polonia e consegnarlo in Italia, oppure di effettuare un trasporto tra Milano e Roma. Attraversare un Paese durante un viaggio internazionale è quindi diverso dal raccogliervi merci per svolgere un altro servizio. Per valutare meglio gli effetti sulla concorrenza, è previsto uno studio da consegnare entro il 30 novembre 2026.

Resta particolarmente dolorosa la memoria dei massacri della Volinia (regione storica oggi prevalentemente in Ucraina). Durante la Seconda guerra mondiale, formazioni nazionaliste ucraine hanno ucciso decine di migliaia di civili polacchi. La denominazione di un’unità militare ucraina dedicata agli “Eroi dell’UPA” (Esercito insurrezionale ucraino) ha riacceso il conflitto politico, coinvolgendo Karol Nawrocki (presidente della Polonia). Le stime delle vittime variano e richiedono di precisare periodo e territorio considerati.

Esistono però anche atti concreti di collaborazione sulla memoria delle vittime. Il Ministero della Cultura polacco ha comunicato che tra il 14 luglio e il 7 agosto 2026 sono stati recuperati i resti di 55 persone a Ostrówki e Wola Ostrowiecka (località storiche della Volinia, in Ucraina). Le operazioni sono state condotte con partner ucraini e sulla base delle autorizzazioni di Kiev.

Gaza e il Libano, i civili restano esposti

Ieri, 10 ottobre, Pierbattista Pizzaballa (cardinale e patriarca latino di Gerusalemme) ha incontrato Papa Leone XIV. Ai media vaticani ha descritto condizioni umanitarie a Gaza ancora gravissime, con persone costrette a vivere tra tende, sabbia e carenze igieniche. Ha annunciato l’intenzione di tornarvi e richiamato la crescente sfiducia verso una soluzione politica del conflitto.

Anche nel Libano meridionale prosegue la sofferenza delle comunità. In una testimonianza pubblicata il 1° ottobre dall’AgenSIR (agenzia di informazione religiosa), padre Toufic Bou Mehri (francescano della Custodia di Terra Santa) ha raccontato la devastazione di Mansouri, vicino a Tiro (città costiera del Libano). È una testimonianza precedente agli sviluppi di questo fine settimana e va mantenuta nella sua data effettiva.

Mediterranea24 ha già seguito i tentativi diplomatici su Hormuz e le tensioni in Ucraina e Yemen, collegandoli alle ricadute dell’energia su famiglie e imprese siciliane. I nuovi sviluppi ampliano questo quadro, senza rendere già prevedibili l’esito dei negoziati o l’andamento dei prezzi.

Nell’immagine di copertina, i soccorsi all’aeroporto di Riad; i costi dell’elettricità e il rifornimento di carburante; il Pentagono