All’Ars nasce il FIT: le ex cosiddette mance cambierebbero nome per assicurare il voto in Aula

Un Fondo per gli investimenti nei territori alle prossime variazioni di bilancio della Regione Siciliana. Ritenute risorse assegnate ai deputati per evitare fratture in Aula e voto segreto

Il 27 maggio 2026 la parifica del rendiconto 2022 della Regione Siciliana da parte della Corte dei conti ha sbloccato 264 milioni di euro e ha aperto la strada alla manovra estiva. All’Ars è seguita una variazione di bilancio, con il ritorno delle norme territoriali proposte dai deputati e alcuni vincoli su Enti locali, enti ecclesiastici e spese non ripetibili. Ieri 18 giugno 2026 Forza Italia, riunita all’ARS con Nino Minardo, Alessandro Dagnino e la presenza del presidente Renato Schifani, ha annunciato un pacchetto di proposte e l’istituzione del Fondo per gli investimenti nei territori, FIT destinato ufficialmente a finanziare opere, servizi e interventi per le comunità locali. Nelle stesse ore il centrodestra regionale ha provato a ricompattarsi dopo le divisioni emerse alle amministrative, tra tensioni con il Mpa (Movimento per l’autonomia), attriti con la Lega, il caso Serradifalco e l’ombra politica di Cateno De Luca e Roberto Vannacci. Il fondo viene quindi presentato come risposta ai divari territoriali, ma politicamente richiama le vecchie “mancette”, oggi rinominate con un acronimo più istituzionale.

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I politici siciliani non le chiameranno più cosiddette “mancette”. Il nuovo nome scelto è FIT (Fondo per gli investimenti nei territori), formula più ordinata e amministrativa per indicare contributi destinati a opere, servizi e interventi locali, ma la sostanza politica resterebbe delicata: dentro la prossima variazione di bilancio regionale dovrebbero trovare spazio risorse da indirizzare nei territori, anche sulla base delle proposte dei deputati.

Il passaggio arriva dopo una sequenza precisa. Il 27 maggio 2026 la Corte dei conti ha dato il via libera alla parifica del rendiconto 2022 della Regione Siciliana, sbloccando 264 milioni di euro. Pochi giorni dopo, il 2 giugno l’Informazione anticipava una manovra estiva da circa 360 milioni, composta da fondi per i Comuni, risorse per la progettazione e norme territoriali con alcuni paletti, cioè interventi rivolti soltanto a Enti locali ed ecclesiastici e spese non ripetibili. È su questo terreno che si è innestata la nuova etichetta politica.

Il 18 giugno 2026 il gruppo parlamentare di Forza Italia si è riunito a Palermo con il commissario regionale Nino Minardo e l’assessore all’Economia Alessandro Dagnino. Alla riunione ha preso parte anche Renato Schifani, presenza letta come segnale della delicatezza del momento. L’obiettivo dichiarato è costruire un pacchetto di proposte per le prossime variazioni di bilancio, articolato tra investimenti strategici e interventi concreti nei territori.

Tra le misure annunciate figurano iniziative per valorizzare il capitale umano siciliano, favorire il south working (lavoro da remoto svolto dal Sud), sostenere il merito universitario, promuovere un ecosistema regionale per IA (intelligenza artificiale) e innovazione, aiutare l’agricoltura, tutelare la filiera del grano e rafforzare cantine sociali e cooperative. Accanto a questo pacchetto è stato proposto il FIT, destinato ufficialmente a finanziare opere, servizi e interventi capaci di rispondere alle esigenze delle comunità locali e ridurre i divari territoriali.

La formula è nuova, ma il tema è antico. Le risorse territoriali, quando vengono distribuite attraverso indicazioni politiche dei singoli parlamentari, finiscono inevitabilmente nel campo delle cosiddette “mancette”, termine rozzo ma ormai entrato nel linguaggio pubblico per descrivere contributi concessi a pioggia, spesso utili ai collegi elettorali e meno riconducibili a una programmazione generale. Il cambio di nome prova a spostare il terreno dal favore politico all’investimento pubblico, ma sarà la struttura concreta della norma a chiarire se si tratterà davvero di un fondo ordinato o solo di una nuova veste per vecchie pratiche.

Dagnino ha sostenuto che con le variazioni di bilancio verranno ascoltate le richieste politiche dei gruppi parlamentari allo scopo di sostenere la crescita. La frase riassume bene il punto: da un lato il Governo rivendica una manovra espansiva, resa possibile dal risanamento dei conti e dal positivo andamento dell’economia; dall’altro ammette che il passaggio parlamentare richiederà un equilibrio con le richieste dei deputati. In termini meno diplomatici, il FIT può diventare anche il prezzo politico da pagare all’ARS per evitare imboscate, fratture e voti segreti.

Il quadro interno alla Maggioranza rende il passaggio ancora più sensibile. Dopo le elezioni amministrative, il centrodestra siciliano ha dovuto fare i conti con divisioni locali, tensioni tra alleati e risultati giudicati inferiori alle attese. Nel vertice di coalizione si è discusso della necessità di ritrovare unità, ma sono emersi anche attriti tra Mpa (Movimento per l’autonomia) e Lega sul caso Serradifalco, dove la rielezione del sindaco Leonardo Burgio per il 3 mandato ha sollevato dubbi legati al limite dei mandati e all’intervento della Prefettura (Ufficio territoriale del Governo).

A rendere più agitato lo scenario contribuiscono anche i movimenti in vista delle regionali del 2027. Cateno De Luca, con Sud chiama Nord, rivendica un ruolo determinante e sostiene di essere cercato dalle coalizioni, mentre Roberto Vannacci, con Futuro Nazionale, ha iniziato a muoversi anche in Sicilia. Queste dinamiche alimentano il nervosismo dei partiti tradizionali, perché aprono spazi a nuove alleanze, spostamenti di consiglieri e possibili campagne acquisti, cioè passaggi politici da uno schieramento all’altro.

Dentro Forza Italia hanno fatto discutere anche alcune assenze alla riunione. Nicola D’Agostino, indicato tra i nomi osservati per possibili movimenti politici dopo la mancata nomina in Giunta, ha ricondotto la sua assenza a un problema familiare. Mancavano anche Edy Tamajo e altri deputati, indicati come assenti giustificati. In un clima ordinario sarebbero dettagli marginali, ma in una Maggioranza attraversata da sospetti e trattative ogni sedia vuota diventa un segnale da interpretare.

Il comunicato finale del centrodestra ha provato a trasformare la difficoltà in messaggio unitario. I leader hanno riconosciuto che non si può ignorare il risultato delle amministrative e che una parte della responsabilità deriva dall’essersi presentati divisi in diverse realtà locali. Hanno però rivendicato il consenso ancora esistente e indicato l’unità come condizione per garantire stabilità, buon Governo e prospettive di sviluppo alla Sicilia. È una dichiarazione di tenuta, ma anche la conferma che la coalizione sente il bisogno di ricucire.

Il FIT nasce quindi su 2 piani distinti. Sul piano ufficiale è un fondo per ridurre divari territoriali e finanziare interventi utili alle comunità. Sul piano politico è di tutta notorietà uno strumento di mediazione interna, utile a tenere insieme deputati, Governo e partiti in vista della manovra di luglio. Se il fondo sarà costruito con criteri pubblici, graduatorie, tracciabilità, limiti chiari e rendicontazione, potrà essere difeso come investimento territoriale. Se invece si tradurrà in assegnazioni opache, frammentate e riconducibili ai singoli collegi, il cambio di nome non basterà a cancellare la sostanza delle vecchie mancette.

Le norme impongono cautela. L’articolo 81 della Costituzione richiede che ogni nuova spesa abbia adeguata copertura finanziaria. L’articolo 97 pretende equilibrio dei bilanci, buon andamento e imparzialità dell’amministrazione. L’articolo 12 della legge 241/1990 stabilisce che sovvenzioni, contributi, sussidi, ausili finanziari e vantaggi economici a persone, enti pubblici o privati devono essere subordinati alla preventiva determinazione di criteri e modalità. Il D.Lgs. (decreto legislativo) 33/2013 rafforza gli obblighi di pubblicità e trasparenza sugli atti di concessione. Il D.Lgs. 118/2011 disciplina l’armonizzazione dei bilanci pubblici e rende centrale la coerenza contabile degli stanziamenti.

Anche la giurisprudenza offre un criterio di lettura. Le leggi-provvedimento, cioè norme che incidono su destinatari determinati o su platee molto ristrette, non sono vietate in assoluto, ma devono superare un controllo più severo di ragionevolezza, non arbitrarietà e coerenza con l’interesse pubblico. Per questo il punto decisivo non sarà l’acronimo scelto, ma il modo in cui il fondo verrà scritto, finanziato, assegnato e controllato. In politica le parole possono cambiare abito alle cose; nel bilancio pubblico, però, prima o poi restano i criteri, gli atti e i beneficiari.

Immagine parzialmente realizzata con Ia.