Sintesi
L’inchiesta sugli ammanchi al Consorzio per le Autostrade Siciliane (CAS), Ente pubblico regionale non economico sottoposto al controllo della Regione Siciliana, nasce dalle verifiche interne avviate tra fine 2024 e il 2025 dopo il riscontro di incassi inferiori rispetto ai transiti registrati ai caselli. Nel 2025 l’ente ha presentato 1 esposto all’Autorità giudiziaria, d’intesa con l’assessorato regionale delle Infrastrutture e della Mobilità, segnalando anomalie nei flussi dei pedaggi. Tra novembre 2025 e gennaio 2026 la Polizia Stradale ha svolto accertamenti con videoriprese e intercettazioni ambientali nei gabbiotti di Buonfornello, Cefalù e Castelbuono in provincia di Palermo, ricostruendo il presunto sistema usato per trattenere parte del denaro versato dagli automobilisti. Tra l’11 e il 12 giugno 2026 sono state eseguite 6 misure cautelari interdittive, con sospensione per 6 mesi nei confronti di 5 agenti tecnici esattori e divieto temporaneo di esercitare l’attività professionale per 1 tecnico esterno incaricato della manutenzione informatica degli impianti. La Procura di Termini Imerese contesta 266 episodi di peculato, mentre altri filoni, secondo delle ricostruzioni istituzionali, riguarderebbero anche le province di Messina e Catania. Il presidente Filippo Nasca ha parlato di un ammanco che supera 1 milione di euro in 18 mesi, mentre l’assessore Alessandro Aricò ha rivendicato l’origine interna dei controlli e ha richiamato fiducia nella Magistratura. Sul piano giuridico rilevano l’articolo 314 del codice penale sul peculato, l’articolo 358 sulla figura dell’incaricato di pubblico servizio, le misure interdittive del codice di procedura penale e l’orientamento della Cassazione che riconosce rilievo penale al maneggio di denaro pubblico accompagnato da obblighi di rendicontazione.

Articolo
Il caso dei presunti ammanchi ai pedaggi autostradali siciliani parte da un dato contabile: gli incassi registrati in alcuni caselli non sarebbero stati coerenti con il numero dei transiti e con gli importi che l’ente avrebbe dovuto ricevere. Il Consorzio per le Autostrade Siciliane (CAS), costituito nel 1997 dalla riunificazione dei precedenti consorzi concessionari e oggi qualificato come ente pubblico regionale non economico sottoposto al controllo della Regione Siciliana, ha quindi avviato verifiche interne sui flussi di cassa legati alle tratte gestite.

Secondo la ricostruzione resa pubblica dall’assessore regionale alle Infrastrutture e alla Mobilità, Alessandro Aricò, i controlli sarebbero partiti circa 18 mesi prima degli ultimi provvedimenti, quindi tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025. In quella fase sarebbero stati confrontati numero dei passaggi, pedaggi dovuti e somme effettivamente contabilizzate. Nel 2025, dopo il riscontro di anomalie ritenute significative, i vertici dell’ente, d’intesa con l’assessorato, hanno presentato 1 esposto all’Autorità giudiziaria. Questo atto è il primo passaggio formale noto della vicenda e ha dato impulso agli accertamenti della magistratura.

Il filone oggi più definito è quello coordinato dalla Procura della Repubblica di Termini Imerese. Gli investigatori si sono concentrati sulla A20 (autostrada Messina-Palermo), in particolare sulla barriera di Buonfornello e sui caselli di Cefalù e Castelbuono in provincia di Palermo. Tra novembre 2025 e gennaio 2026 la Polizia Stradale ha eseguito attività di osservazione, videoriprese e intercettazioni ambientali dentro e fuori le postazioni di riscossione. Da questi accertamenti sarebbe emerso un meccanismo ripetuto, legato soprattutto ai pagamenti in contanti, attraverso il quale il pedaggio pagato dall’automobilista veniva incassato per intero, ma contabilizzato come se il tragitto fosse più breve o come se il titolo inserito nel sistema avesse un valore molto inferiore.
Il presunto stratagemma, secondo l’ipotesi investigativa, non si sarebbe limitato a una semplice alterazione del percorso. L’agente tecnico esattore avrebbe ricevuto il biglietto e il denaro dall’utente, ma non avrebbe inserito il titolo reale nel ricevitore di pista, cioè il macchinario che registra e contabilizza l’incasso. Al suo posto sarebbe stato usato un altro biglietto, predisposto con importo più basso, anche pari a 0,90 euro. Il titolo consegnato dall’automobilista sarebbe stato poi reso inutilizzabile, anche tramite smagnetizzazione, ed eliminato. In alcune circostanze, inoltre, una corsia automatica sarebbe stata chiusa o resa non utilizzabile per convogliare più veicoli verso la postazione presidiata dall’operatore.
Tra l’11 e il 12 giugno 2026 sono arrivati i primi provvedimenti cautelari. Le misure sono 6: 5 riguardano agenti tecnici esattori in servizio nei caselli e consistono nella sospensione temporanea dall’esercizio del pubblico servizio per 6 mesi. La sesta riguarda 1 dipendente di una società privata incaricata della manutenzione della rete informatica degli impianti di esazione, destinatario del divieto temporaneo di esercitare l’attività professionale per lo stesso periodo. L’ordinanza è stata emessa dal Giudice per le indagini preliminari (GIP) del Tribunale di Termini Imerese, Irina Cirincione, su richiesta della Procura. Ai 5 dipendenti vengono contestati complessivamente 266 episodi di peculato, ripartiti in 13, 18, 24, 103 e 108 condotte, mentre al tecnico esterno viene contestato il concorso in 33 episodi insieme ad alcuni dei coindagati.
Gli importi dei singoli episodi documentati nel trimestre sarebbero oscillati, di volta in volta, da circa 7 euro a 10 o 15 euro e anche oltre. Tuttavia, secondo l’ordinanza richiamata dalle cronache giudiziarie, le condotte già riprese rappresenterebbero solo una parte di un meccanismo più ampio e consolidato. L’avvocato Filippo Nasca, attuale presidente del CAS ha indicato un ammanco complessivo superiore a 1 milione di euro nell’arco di 18 mesi, precisando che l’analisi dei flussi di cassa dei periodi precedenti è ancora in corso. La stessa ricostruzione riferisce che, dopo l’esposto, gli introiti delle casse manuali sarebbero aumentati sensibilmente da un mese all’altro.
Il quadro non si esaurisce nel Palermitano. Secondo le ricostruzioni giornalistiche più recenti e le dichiarazioni istituzionali, il filone di Termini Imerese sarebbe solo 1 dei 3 aperti in Sicilia. Gli altri riguarderebbero le Procure di Messina e Catania, con verifiche sui caselli delle rispettive province e sulle barriere ritenute più rilevanti per volume di transiti e incassi. L’assessore regionale Aricò ha confermato che l’accertamento è più ampio e coinvolge anche quei territori, spiegando che i controlli su passaggi, tariffe e somme riscosse sono confluiti nell’esposto alla magistratura. Allo stato, però, il procedimento resta nella fase delle indagini preliminari e vale per tutti gli indagati la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.
Sul piano normativo, l’ipotesi contestata richiama l’articolo 314 del codice penale, che punisce il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che si appropria di denaro o di altra cosa mobile altrui di cui abbia disponibilità per ragioni dell’ufficio o del servizio. La figura dell’incaricato di pubblico servizio è definita dall’articolo 358 dello stesso codice e riguarda chi presta un’attività pubblicistica senza i poteri tipici del pubblico ufficiale, ma con funzioni che non si riducono a mansioni puramente materiali. Le misure applicate rientrano nella logica delle misure cautelari interdittive del codice di procedura penale (c.p.p.), cioè provvedimenti che non incidono sulla libertà personale come il carcere o i domiciliari, ma limitano temporaneamente l’esercizio di un ufficio, servizio o attività professionale. La giurisprudenza recente della Cassazione ha valorizzato, in materia di peculato, il maneggio di denaro pubblico e gli obblighi di rendicontazione come elementi idonei a fondare la qualifica pubblicistica del soggetto coinvolto. Una decisione specifica del 2023 ha inoltre confermato che il casellante addetto alla riscossione può essere considerato incaricato di pubblico servizio quando gestisce incassi, documentazione e versamenti. Tra le novità normative più recenti va ricordata anche l’introduzione dell’articolo 314-bis, sull’indebita destinazione di denaro o cose mobili, inserito dal decreto-legge 92/2024 e convertito dalla legge 112/2024, norma distinta dal peculato ordinario e non centrale, allo stato, nella contestazione descritta. Sul versante dei commenti, Nasca ha collegato l’indagine alla denuncia interna e al danno per i bilanci dell’Ente, mentre Aricò ha espresso dispiacere per il presunto coinvolgimento di dipendenti, ha richiamato la “piena fiducia nel lavoro della Magistratura” e ha assicurato il mantenimento di una vigilanza alta per tutelare trasparenza, correttezza contabile e interesse pubblico.
Immagine realizzata con Ia.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









