Sintesi
Le liste d’attesa nella sanità siciliana evidenziano tempi estremi con casi limite superiori a 700 giorni per esami fondamentali e una gestione disomogenea tra territori. I dati ufficiali regionali mostrano ritardi diffusi nonostante finanziamenti pubblici rilevanti e interventi normativi avviati negli ultimi anni. La Corte dei Conti ha segnalato criticità nella gestione e possibili inefficienze con dubbi sulla veridicità dei recuperi dichiarati. Le misure introdotte tra il 2024 e il 2026, incluse piattaforme nazionali e fondi regionali, non hanno prodotto risultati concreti uniformi. Il sistema appare caratterizzato da disparità tra strutture efficienti e realtà in forte sofferenza con crescente ricorso a prestazioni a pagamento. Il quadro complessivo indica una sanità regionale in difficoltà strutturale con impatti diretti sull’accesso alle cure dei cittadini.

Articolo
Il problema delle liste d’attesa nella sanità siciliana assume dimensioni sempre più critiche, confermando un sistema sotto pressione in cui la domanda di prestazioni supera ampiamente la capacità di risposta delle strutture pubbliche. I dati ufficiali pubblicati sul portale regionale “Costruire Salute” evidenziano situazioni estreme come i 727 giorni necessari per una colonscopia presso l’ospedale di Lentini, struttura appartenente all’Asp (Azienda Sanitaria Provinciale) di Siracusa, e i 651 giorni per una mammografia monolaterale nello stesso territorio.

Il fenomeno non si limita a un singolo contesto locale ma coinvolge l’intera regione. Nell’Asp di Catania si registrano attese fino a 495 giorni per una visita radiologica all’ospedale di Caltagirone e oltre 470 giorni per colonscopie a Paternò, mentre in provincia di Agrigento i tempi per esami diagnostici analoghi superano frequentemente 365 giorni. In altre aree, come Trapani, i tempi risultano inferiori ma comunque oltre le soglie previste dai LEA (Livelli Essenziali di Assistenza), con oltre 300 giorni per esami cardiovascolari. A Palermo emerge una gestione a doppia velocità, con servizi territoriali che mantengono tempi sotto i 60 giorni e strutture ospedaliere che superano i 180 giorni per prestazioni analoghe.

Dal punto di vista cronologico e normativo, il sistema di gestione delle liste d’attesa in Sicilia trova origine nella legge regionale 5/2009 (presidente Raffaele Lombardo, fondatore del MPA, Movimento per le Autonomie) e nel Piano regionale di Governo delle liste d’attesa pubblicato nello stesso anno, che prevedeva strumenti come prestazioni aggiuntive interne, attività intramoenia (prestazioni a pagamento svolte dai medici all’interno delle strutture pubbliche) e ricorso a strutture private accreditate. Tuttavia, negli anni successivi tali strumenti non hanno prodotto risultati omogenei.
Nel periodo più recente, il decreto-legge 73/2024 convertito nella legge 107/2024 ha introdotto la PNLA (Piattaforma Nazionale Liste di Attesa), gestita da AGENAS (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali), con l’obiettivo di monitorare e uniformare i tempi di erogazione delle prestazioni sanitarie. Parallelamente, la Regione Siciliana ha stanziato 40 milioni di euro con decreto assessoriale del 23 dicembre 2025, pubblicato sulla GURS (Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana) il 2 gennaio 2026, destinati principalmente a prestazioni aggiuntive nelle ASP.
Nonostante tali interventi, le criticità sono state evidenziate dalla Corte dei Conti che, attraverso la Sezione di controllo, ha avviato un’indagine culminata in un dossier di 101 pagine trasmesso il 30 dicembre 2025. Il documento segnala anomalie nei dati di recupero delle liste tra il 2020 e il 2024, con percentuali ritenute non credibili e carenze nei controlli sull’attività intramoenia, ipotizzando profili di inefficienza amministrativa e possibile danno erariale.
Nel 2026 ulteriori interventi sono stati annunciati dal presidente della Regione Renato Schifani e dall’assessore alla Salute Daniela Faraoni, che hanno dichiarato “massima attenzione” e l’obbiettivo di intervenire sulle situazioni più critiche. Il 25 gennaio 2026 è stato inoltre adottato un provvedimento regionale per regolamentare l’attività intramuraria, con l’obiettivo di aumentare trasparenza ed equità nell’accesso alle prestazioni.
Tuttavia, le organizzazioni sindacali e professionali offrono una lettura fortemente critica. Il Cimest (Coordinamento Intersindacale Medicina Specialistica Territoriale) ha evidenziato come le risorse stanziate siano state utilizzate prevalentemente per prestazioni aggiuntive interne con costi elevati, circa 160 euro orari contro i 33 euro delle strutture accreditate, senza un reale coinvolgimento del sistema convenzionato. Secondo le stime, solo nella provincia di Catania i cittadini avrebbero sostenuto circa 20 milioni di euro per prestazioni in regime di intramoenia o di ALPI (Attività Libero Professionale Intramuraria), confermando una crescente privatizzazione di fatto dell’accesso alle cure.
Ulteriori interventi critici arrivano da esponenti politici e istituzionali. Il parlamentare europeo Giuseppe Antoci del M5S ha portato la questione all’attenzione delle istituzioni europee nel marzo 2026, chiedendo standard minimi comuni e maggiore trasparenza annunciando iniziative politiche per ottenere risposte immediate.
Il quadro complessivo restituisce un sistema sanitario siciliano caratterizzato da forti disuguaglianze territoriali, inefficienze organizzative e un utilizzo non ottimale delle risorse pubbliche. Nonostante una spesa superiore a 111 milioni di euro nel periodo 2020-2024, a cui si aggiungono i 40 milioni del 2025, i risultati restano insufficienti, con circa 800.000 cittadini isolani che rinunciano alle cure. La sanità regionale appare quindi segnata da una contraddizione strutturale tra investimenti economici e qualità dei servizi erogati, con effetti diretti sulla tutela del diritto alla salute e sull’equità di accesso alle prestazioni sanitarie.
L’opinione
Sembra ormai imperante in tutti i settori l’annosa trasversale carenza di coscienza civile e sociale del doveroso dovere, insieme ad una generalizzata culturale dissonanza cognitiva. C’è di tutta evidenza anche un diffuso smarrimento del buon senso nel cosiddetto popolo sovrano (del nulla) e senza distinzione di età, origine, titolo e genere. I pazienti, gli anziani, come anche gli adolescenti e giovani, appaiono i più svantaggiati da questa trascinata sparsa degenerazione etica negli scranni alti fino all’ultimo strapuntino.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









