Sintesi
Gli aumenti delle indennità degli amministratori locali in Sicilia non nascono da un singolo atto comunale, ma da una (italiana coincidenza vuole) sequenza normativa, nazionale e regionale. Dapprima il decreto ministeriale 4 aprile 2000, n. 119 (decreto ministeriale), poi aggiornata dalla legge 30 dicembre 2021, n. 234, che ha innalzato i compensi dei sindaci e, di riflesso, quelli di vicesindaci, assessori e presidenti dei consigli comunali. La Regione Siciliana ha recepito e finanziato parzialmente questo meccanismo attraverso la legge regionale 25 maggio 2022, n. 13, la legge regionale 22 febbraio 2023, n. 2, il decreto assessoriale n. 321 del 17 giugno 2025 e il decreto del dirigente generale n. 126 del 24 marzo 2026, poi rettificato dal decreto del dirigente generale n. 314 dell’11 giugno 2026. La legge regionale 19 febbraio 2026, n. 4, pubblicata nella GURS (Gazzetta ufficiale della Regione Siciliana), ha aggiunto nuove previsioni su gettoni, presidenti e vicepresidenti dei consigli comunali, con effetti particolari nei capoluoghi sotto i 50.000 abitanti e nei centri più piccoli. In questo quadro si inserisce il recente caso Enna, dove la Giunta guidata da Mirello Crisafulli ha approvato la delibera n. 154 del 9 giugno 2026, fissando 9.660 euro lordi mensili per il sindaco, 5.313 euro per il vicesindaco, 4.347 euro per ciascun assessore, 5.796 euro per il presidente del consiglio comunale e circa 3.477 euro per il vicepresidente. La difesa dell’Amministrazione sostiene che si tratti di applicazione di legge e che gli oneri siano coperti dall’ente regionale, mentre le opposizioni contestano la scelta politica, i tempi e il messaggio dato ai cittadini. Le norme e la giurisprudenza contabile confermano la legittimità generale dell’adeguamento, ma non cancellano il tema dell’opportunità, della trasparenza e dell’ormai sminuito, anche culturalmente, controllo democratico su somme che, anche quando non pesano direttamente sul singolo bilancio comunale, restano comunque denaro pubblico implicitamente a carico dei (buoi)contribuenti noti e specialmente medi.

Articolo
La vicenda degli aumenti delle indennità per sindaci, assessori e cariche consiliari in Sicilia va letta in ordine cronologico, perché l’ultimo caso ennese è solo l’effetto più visibile di un percorso normativo costruito nel tempo da Politica e Istituzioni. Il primo riferimento resta il D.M. (decreto ministeriale) 4 aprile 2000, n. 119, che ha definito le misure delle indennità di funzione e dei gettoni di presenza degli amministratori locali, articolandole per fasce demografiche e per ruolo istituzionale. Su quella base si è poi innestato l’articolo 82 del TUEL (Testo unico degli enti locali), cioè il decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, che disciplina il trattamento economico degli amministratori negli enti territoriali.

Il vero salto arriva con la legge 30 dicembre 2021, n. 234, cioè la legge di bilancio statale per il 2022, che ai commi 583, 584 e 585 dell’articolo 1 ha ridisegnato le indennità dei sindaci, parametrandole al trattamento economico dei presidenti di Regione e graduandole in base alla popolazione. Dal 2024 l’applicazione è a regime. In termini pratici, il riferimento massimo è 13.800 euro lordi mensili per i sindaci metropolitani, mentre le altre fasce scendono in percentuale. Da questo importo derivano poi, con le percentuali previste, le indennità di vicesindaci, assessori e presidenti dei consigli comunali.

La Sicilia, avendo una propria competenza sull’ordinamento degli Enti locali, ha reso applicabile questo impianto con proprie norme regionali. La legge regionale 25 maggio 2022, n. 13, ha consentito agli Enti dell’Isola di rideterminare le indennità secondo il nuovo schema nazionale. La legge regionale 22 febbraio 2023, n. 2, ha poi previsto un concorso finanziario per aiutare i comuni a sostenere il maggiore onere, ma la parola decisiva è proprio “concorso”: non si tratta, in via generale, di una garanzia automatica e illimitata di rimborso totale, bensì di un sostegno soggetto a stanziamenti, criteri di riparto, domande, rendicontazioni e verifiche.
Nel 2025 il meccanismo è stato ulteriormente regolato dal D.A. (decreto assessoriale) n. 321 del 17 giugno, che ha previsto 6.000.000 di euro per l’anno di riferimento e ha stabilito le modalità di accesso al contributo. Gli Enti interessati dovevano presentare istanza tramite PEC (posta elettronica certificata), indicare gli estremi della delibera di adeguamento, stimare gli oneri per sindaco, vicesindaco, assessori e presidente del consiglio comunale, e poi rendicontare le somme effettivamente impiegate. Il successivo D.D.G. (decreto del dirigente generale) n. 126 del 24 marzo 2026 ha disposto assegnazione e liquidazione del contributo regionale relativo al 2025, con successiva rettifica tramite D.D.G. n. 314 dell’11 giugno 2026.
Il passaggio più recente è la legge regionale 19 febbraio 2026, n. 4, intitolata “Norme riguardanti gli enti locali”, pubblicata sulla GURS il 24 febbraio. L’articolo 2 è il cuore della materia, perché interviene su gettoni di presenza e indennità, modificando la disciplina precedente. In particolare, ai consiglieri dei capoluoghi di provincia con popolazione fino a 50.000 abitanti viene riconosciuto il gettone della fascia demografica successiva. Al presidente del consiglio comunale, nei medesimi capoluoghi, viene attribuita un’indennità pari al 60% di quella del sindaco. Al vicepresidente del consiglio comunale spetta invece il 60% dell’indennità prevista per il presidente. Nei comuni fino a 5.000 abitanti è inoltre possibile aumentare del 50%, con oneri a carico dell’ente, le indennità di assessori, presidenti e vicepresidenti dei consigli comunali.
Dentro questa cornice normativa si colloca la significativa decisione della Giunta del capoluogo ennese, che con la delibera n. 154 del 9 giugno 2026 ha approvato il nuovo prospetto delle indennità. Gli importi indicati sono rilevanti: 9.660 euro lordi mensili per il primo cittadino, pari a 115.920 euro annui; 5.313 euro lordi mensili per il vicesindaco; 4.347 euro lordi mensili per ciascuno degli 8 assessori; 5.796 euro lordi mensili per il presidente del consiglio comunale; circa 3.477 euro lordi mensili per il vicepresidente. Il totale annuo delle cariche interessate supera i 700.000 euro, secondo le ricostruzioni giornalistiche basate sulla delibera.
La difesa politica dell’amministrazione è chiara: non si tratterebbe di un privilegio deciso liberamente, ma dell’applicazione di una norma regionale. Il sindaco ha sostenuto che le polemiche siano strumentali e che l’adeguamento non rappresenti la priorità della nuova Giunta, impegnata anche su stagione estiva, festa patronale, istruzione, welfare (sostegno sociale), personale comunale, rilancio dell’autodromo di Pergusa e riavvio della macchina amministrativa. La Maggioranza ha inoltre indicato una variazione di bilancio di 43.749,20 euro per la parte residua del 2026, pari a circa 6.249,88 euro mensili complessivi e a un incremento medio di circa 520,82 euro lordi per ciascuno dei soggetti coinvolti.
La replica delle Opposizioni è diversa: la legge consente l’adeguamento, ma non lo trasforma automaticamente in un obbligo politico privo di alternative. Da qui la critica sui tempi, perché l’atto è arrivato tra le prime decisioni della nuova amministrazione, e sul messaggio pubblico, poiché aumentare le indennità mentre famiglie, professionisti, imprese e lavoratori sopportano pressione fiscale, tariffe, servizi locali spesso insufficienti e bilanci pubblici rigidi produce inevitabilmente una frattura di fiducia. Il punto, quindi, non riguarda soltanto la legittimità dell’atto, ma la sua opportunità.
La fatidica frase, specialmente delle pletore di varti “seguiti” della poltica: “tanto paga la Regione” non chiude il problema. Anche quando il costo non grava interamente e direttamente sulle casse comunali, resta comunque denaro pubblico. Se l’Ente regionale stanzia risorse per contribuire agli aumenti, quelle somme derivano dalla finanza generale, cioè dal sistema fiscale, dalle tasse imposte che pagano i contribuenti. Inoltre, gli atti ufficiali parlano di contributo, acconto, saldo e rendicontazione, non di copertura automaticamente piena e incondizionata. Per sapere quanto resti eventualmente a carico dei singoli bilanci occorre leggere le delibere, le variazioni contabili, le istanze presentate e gli atti di liquidazione.
Nei grandi capoluoghi, come Palermo, Catania e Messina, il meccanismo è ancora più evidente in quanto il parametro massimo è quello dei sindaci metropolitani, pari a 13.800 euro lordi mensili. Nei centri intermedi e nei capoluoghi minori l’importo scende in proporzione, ma l’effetto resta significativo, soprattutto quando l’aumento si riflette a cascata su Giunta e cariche consiliari. Agrigento, Caltanissetta, Ragusa, Trapani, Siracusa e altri comuni hanno già dovuto fare i conti con lo stesso impianto, ciascuno secondo la propria fascia demografica e i propri atti amministrativi.
Sul piano giuridico, la giurisprudenza contabile più recente non mette in discussione il principio dell’adeguamento. La Corte dei conti, con la deliberazione della Sezione delle autonomie n. 11/2023, ha chiarito che la vecchia riduzione del 10% prevista dalla legge finanziaria 2006 non si applica ai nuovi importi rideterminati dalla legge n. 234/2021. La Sezione regionale per la Basilicata, con deliberazione n. 11/2025, ha poi affrontato il criterio demografico da usare per il calcolo, valorizzando il riferimento alla popolazione risultante dall’ultimo censimento ufficiale. Ciò rafforza l’impianto tecnico dell’aumento, ma non elimina il giudizio politico e civico sull’uso delle risorse.
I meccanismi sono quindi stati automatizzati per legge. Anche gli stipendi dei Magistrati italiani sono aggiornati per legge attraverso un adeguamento automatico triennale, previsto dalla legge 27/1981, collegato all’andamento medio delle retribuzioni di alcune categorie della dirigenza pubblica (ministeri, enti statali, università, regioni, province, comuni, sanità pubblica ed enti previdenziali) con l’obiettivo di tutelarne l’indipendenza economica. La Corte costituzionale ha ricordato che il meccanismo si adegua agli aumenti ottenuti dagli “altri pubblici dipendenti” appartenenti ad amministrazioni statali, aziende autonome, università, regioni, province, comuni, ospedali ed enti di previdenza. A differenza quindi dei normali dipendenti pubblici, le retribuzioni non sono stabilite dalla contrattazione collettiva, ma da un adeguamento da DPCM (decreto del Presidente del Consiglio dei ministri), sulla base delle rilevazioni ISTAT (Istituto nazionale di statistica). In parole semplici, l’aumento nel pubblico impiego fa scattare la crescta remnerativa nel sistema giudiziario. Il sistema serve a evitare che il trattamento economico dei magistrati dipenda da trattative periodiche con Governo o Parlamento, così da tutelarne l’indipendenza anche sul piano economico. Nel DPCM (decreto del Presidente del Consiglio dei ministri) del 3 giugno 2024, infatti, l’ISTAT (Istituto nazionale di statistica) ha calcolato la variazione media delle retribuzioni dei pubblici dipendenti, escludendo Magistratura e dirigenti non contrattualizzati, e da lì è derivato l’adeguamento del 6,69% per il triennio 2021-2023, In attesa del calcolo definitivo del triennio, sono previsti aumenti provvisori in acconto, pari al 30% della variazione registrata nel pubblico impiego. Oltre a questo meccanismo, la crescita economica dipende anche dall’anzianità di servizio e dalle valutazioni di professionalità svolte ogni 4 anni dal CSM (Consiglio superiore della magistratura).
Immagine realizzata con Ia.
L’opinione
Se i cittadini non seguono albi pretori, delibere, bilanci, determine, decreti regionali e rendicontazioni, come ormai spesso accade, anche in quanto percepiscono di non avere più strumenti semplici, economici ed efficaci per incidere davvero sulla Cosa pubblica locale, il controllo collettivo si indebolisce. La partecipazione finisce così per ridursi, al massimo, a iniziative propositive prive di reale forza democratica, con il rischio pure di esporsi a ostilità politiche, reazioni aggressive, avversioni personali o perfino ritorsioni indirette verso i propri familiari, sia politiche che sociali e anche giudiziarie. In questo modo, il confronto pubblico si impoverisce e può trasformarsi in semplice rumore di comitati, consenso di prossimità o appartenenza amministrativa.
La politica, anche quando agisce dentro la legge, dovrebbe ricordare che la legalità formale non basta da sola a ricostruire fiducia e dichiarare di vivere in una democrazia. In una fase in cui ogni Governo e Parlamento, promette riduzioni fiscali e semplificazioni, l’aumento dei costi istituzionali locali diventa accettabile solo se accompagnato da trasparenza, risultati misurabili, responsabilità personale e servizi migliori. Altrimenti il cittadino (quello libero non evidentemente le irreggimentate pletore di seguiti opportunisti) vede una contraddizione: da un lato gli si chiede pazienza, dall’altro gli si mostra un sistema capace di regolare rapidamente le proprie indennità. Insomma più che una democrazia l’Italia (e la Sicilia) appare sempre più un moderno legalizzatosi regime-democratico di coloro che per costituzione lo gestiscono (senza distinzione di età, estrazione, titolo e genere).
Trattare i cittadini come buoi-contribuenti, o in termini più moderni come un bancomat, sta allontanando anche la partecipazione al voto. La percezione dello Stato, e di tutto ciò che ne discende, appare sempre più distante dalla rappresentanza del cittadino e più vicina alla tutela di caste, corporazioni, categorie e lobby mascherate, spesso addolcite da narrazioni di comodo. Tutti, in un modo o nell’altro, sembrano voler ricavare dai “buoi” latte, carne e pelli. Parrebbe quasi che certa cultura della mafia abbia infettato la visione nello Stato: l’estorsione fiscale per qualsiasi livello, dagli scranni più alti fino all’ultimo strapuntino, non si discute, per legge si paga e basta !

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.








