Micciché: partiti saltati, Sicilia senza guida. Corruzione e dissoluzione etica, la denuncia più dura

L’ex presidente dell’Ars attacca il sistema politico regionale, denuncia partiti senza controllo e propone di cambiare la legge elettorale. Breve nota del direttore

Sintesi

Gianfranco Miccichè sostiene che la politica siciliana sia “un disastro” poiché, a suo giudizio, i partiti hanno smarrito autorità, disciplina interna e capacità di governo. La sua valutazione arriva dopo una lunga carriera iniziata nel mondo aziendale e proseguita dentro Forza Italia, la Camera dei deputati, il Governo nazionale e l’Ars, di cui è stato presidente in 2 diverse stagioni. Nel 2024 ha lasciato FI (Forza Italia) per aderire al MPA (Movimento per l’autonomia) e nel 2025 ha contribuito alla nascita di Grande Sicilia, progetto centrista e autonomista. In questo giugno 2026, dopo le ultime amministrative e davanti a un centrodestra diviso tra più possibili candidati alla presidenza della Regione, ha parlato di corruzione diffusa, interessi personali e familiari, assenza di comando nei partiti, scontro interno alle coalizioni e rischio di ingovernabilità. Sul piano delle regole, ha collegato la crisi all’elezione diretta del presidente della Regione e ha proposto di abolirla, affiancandole la sfiducia costruttiva, cioè la possibilità di sostituire il capo del Governo regionale solo indicando contestualmente un successore. Il suo giudizio resta una valutazione politica molto dura, non è un accertamento giudiziario, mentre le norme oggi vigenti continuano a prevedere il voto diretto e contestuale per presidente e Assemblea.

Articolo

Gianfranco Miccichè, nato a Palermo il 1 aprile 1954, non è soltanto un esponente politico che oggi critica la Sicilia dall’esterno del potere, ma un protagonista di lungo corso della Seconda Repubblica e della vita istituzionale regionale. Prima della politica è stato dirigente d’azienda, ha lavorato nell’IRFIS (Istituto regionale per il finanziamento delle industrie in Sicilia) e poi in Publitalia ’80, società legata al gruppo imprenditoriale di Silvio Berlusconi. Da quel percorso è passato alla costruzione del centrodestra nell’Isola, partecipando alla nascita di Forza Italia in Sicilia tra il 1993 e il 1994 e assumendo il ruolo di coordinatore regionale.

Da allora la sua storia pubblica si è intrecciata con incarichi nazionali e regionali. È stato deputato alla Camera in più legislature, sottosegretario, viceministro e ministro, oltre che componente di commissioni parlamentari. In Sicilia ha guidato l’Ars in 2 fasi, dal giugno 2006 al gennaio 2008 e poi dalla fine del 2017 fino al 2022. Oggi è deputato regionale della XVIII legislatura e si colloca nell’area autonomista e centrista. Dopo l’allontanamento progressivo dal partito azzurro, nell’agosto 2024 ha annunciato l’adesione al MPA, sostenendo che la formazione politica fondata da Berlusconi non fosse più quella originaria. Nel marzo 2025 ha poi contribuito, insieme a Raffaele Lombardo e Roberto Lagalla, alla nascita di Grande Sicilia, pensata come contenitore civico, autonomista e democratico.

La frase sulla politica dell’Isola definita “un disastro” nasce da questo retroterra e dalle sue ultime dichiarazioni pubbliche. Il ragionamento è netto: secondo l’ex presidente dell’Assemblea, il problema non sarebbe soltanto la debolezza di un partito o di una coalizione, ma la dissoluzione stessa dei luoghi di decisione. Quando dice che “nei partiti non comanda più nessuno”, intende sostenere che le sigle non riescono più a governare le ambizioni personali, a selezionare classe dirigente, a comporre i conflitti e a presentarsi agli elettori con 1 linea riconoscibile. Da qui il giudizio più pesante: se nessuno dirige, la politica smette di organizzare interessi collettivi e diventa 1 somma di convenienze individuali.

Gianfranco Miccichè ha rilasciato queste dichiarazioni nel corso di un’intervista, poi ripresa e diffusa dalle principali pagine Facebook di informazione siciliana. In quell’occasione ha definito la situazione politica dell’Isola “un disastro” e ha usato toni molto duri, arrivando ad affermare che “la Sicilia non ha possibilità di salvezza”. Da fondatore del movimento Grande Sicilia, ha rivolto critiche pesanti al centrodestra regionale, descrivendo una coalizione attraversata dall’odio e sostenendo che anche le regole legate alla corruzione siano ormai saltate. Le sue parole sono nate nel quadro di una riflessione più ampia sulla crisi politica siciliana, con riferimento anche ai possibili sviluppi futuri, compresa l’eventualità di un voto anticipato.

Il passaggio sulla corruzione è quello più delicato. L’esponente politico afferma che in passato persino le pratiche illecite avessero un ordine, mentre oggi sarebbero saltati anche quei meccanismi, con condotte indirizzate a vantaggi personali e familiari. La frase ha un evidente valore polemico e non va confusa con una sentenza. Non indica, da sola, responsabilità penali individuali, né sostituisce accertamenti della Magistratura. Serve però a rendere il senso della sua denuncia: a suo parere, la crisi siciliana non riguarda solo i programmi, ma un degrado del costume pubblico, della competenza e della responsabilità politica.

Nel mirino c’è soprattutto il centrodestra regionale, descritto come un campo attraversato da rivalità, diffidenze e candidature concorrenti. La lettura nasce anche dai risultati delle amministrative del 2026, con sconfitte e divisioni in città simboliche come Agrigento, Bronte e Marsala. Secondo questa analisi, il voto locale avrebbe mostrato che la coalizione non riesce più a fare sintesi e che le appartenenze nazionali non bastano a ricomporre i conflitti siciliani. Il riferimento a Fratelli d’Italia (FdI) è particolarmente duro, perché il partito della presidente del Consiglio viene descritto come fragile nell’Isola, nonostante la forza nazionale della sua leader.

La critica non risparmia nemmeno il centrosinistra. Nel ragionamento dell’ex leader azzurro, la frammentazione non sarebbe un male esclusivo della destra, ma un fenomeno più largo. Anche il Partito democratico, il Movimento 5 Stelle, le forze civiche e i movimenti personali vengono letti dentro un quadro di competizione continua, dove ciascuno ritiene di avere la ricetta decisiva e pochi sono disposti a fare un passo indietro. Per questo l’ipotesi di più candidati alla presidenza della Regione viene giudicata rischiosa: con tante candidature forti e nessuna coalizione davvero compatta, il futuro presidente potrebbe vincere con 1 consenso ridotto e senza 1 maggioranza stabile.

Da qui nasce la proposta istituzionale. Il politico sostiene che l’elezione diretta del presidente della Regione abbia concentrato troppo potere su una sola figura, trasformando il capo dell’esecutivo regionale in un “governatore-imperatore”. L’espressione è volutamente aspra, ma il concetto è chiaro: quando il presidente viene eletto direttamente dai cittadini e la sua caduta comporta nuove elezioni, l’Assemblea avrebbe meno forza contrattuale e meno capacità di controllo. Per riequilibrare il sistema, la proposta è eliminare il voto diretto e introdurre la sfiducia costruttiva, cioè un meccanismo in cui il Parlamento regionale potrebbe sostituire il presidente solo se esistesse già una maggioranza alternativa pronta a governare.

Le norme vigenti, però, dicono altro. La legge costituzionale n. 2 del 31 gennaio 2001 ha introdotto nello Statuto siciliano il principio dell’elezione a suffragio universale e diretto del presidente della Regione, contestualmente all’elezione dell’Assemblea. La legge regionale n. 7 del 3 giugno 2005 ha poi disciplinato il sistema elettorale, confermando il voto diretto, libero e segreto e stabilendo che il presidente eletto faccia parte dell’Ars. Per modificare davvero questo impianto non basterebbe una dichiarazione politica, ma servirebbe 1 intervento normativo coerente con lo Statuto speciale e con i limiti costituzionali.

Sul terreno della legalità, il contesto nazionale è cambiato anche per effetto della legge n. 114 del 9 agosto 2024, nota come riforma Nordio, che ha abrogato l’abuso d’ufficio e ristretto il perimetro del traffico di influenze illecite. La Corte costituzionale, con decisioni successive, ha esaminato gli effetti di questa riforma, segnalando il tema dei possibili vuoti di tutela. In parallelo, l’ANAC (Autorità nazionale anticorruzione) continua a legare prevenzione, trasparenza e contratti pubblici alla digitalizzazione del ciclo degli appalti prevista dal codice dei contratti pubblici. Questi riferimenti non provano le accuse politiche formulate nell’intervista, ma mostrano che il tema della corruzione e commistione amministrativa e della qualità dei controlli resta centrale.

In conclusione, l’affondo sulla “politica dell’Isola” va letto come la diagnosi di un protagonista che conosce dall’interno partiti, istituzioni e coalizioni. Il suo giudizio può essere contestato, anche perché arriva da chi ha avuto ruoli di primo piano nello stesso sistema che oggi critica. Tuttavia il nucleo della sua posizione è lineare: senza partiti capaci di decidere, senza alleanze coerenti, senza classi dirigenti selezionate e senza regole che impediscano l’eccessiva concentrazione del potere, la Sicilia rischia un governo debole, litigioso e poco autorevole. È questo, più della singola frase, il significato politico del suo “disastro”.

Immagine per buona parte realizzata con Ia.

Breve nota del direttore

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