Sicilia: dissalatori attivi, ma reti e opere idriche ritardano. Acqua in Italia: miliardi che perdono

L’acqua prodotta aumenta, ma dispersioni, turnazioni e cantieri lenti confermano una crisi ormai strutturale

Sintesi

La scarsità d’acqua non può più essere considerata un fenomeno occasionale. Il problema è stato affrontato progressivamente dallo Stato già dal 2021, nel 2023 è stata istituita una Cabina di regia e nell’ottobre 2024 è stato adottato il PNIISSI con 418 interventi per un fabbisogno di circa 12 miliardi. Al 9 luglio 2026 il programma nazionale complessivo comprendeva 733 interventi finanziati per oltre 6 miliardi, mentre altri circa 1,7 miliardi erano in preparazione per nuove assegnazioni. In termini semplici, i progetti e le risorse esistono, ma non tutti i finanziamenti annunciati sono già materialmente disponibili né tutte le opere sono entrate nella fase di cantiere.

La Corte dei conti ha rilevato ritardi, insufficienze finanziarie, progettazioni ancora da completare e autorizzazioni pendenti in diversi interventi esaminati. Tra i casi più complessi figurano opere riguardanti il Lago d’Idro, la barriera contro la risalita del sale alla foce dell’Adige, la vasca del torrente Cavaliere e altri sistemi di accumulo e regolazione dell’acqua. In parole povere, finanziare un’opera non significa averla realizzata: tra lo stanziamento del denaro e l’arrivo dell’acqua nelle reti possono trascorrere anni.

In Sicilia, tra il 2024 e il 2025, la risposta alla grave crisi ha puntato anche sui dissalatori di Porto Empedocle, Gela e Trapani, progettati inizialmente con 3 moduli da 96 litri al secondo ciascuno. Il programma di sviluppo approvato il 17 dicembre 2025 ha successivamente fissato una capacità complessiva futura di 504 litri al secondo. Per Palermo è stata avviata una diversa procedura per 2 impianti da 180 milioni, ma il 13 novembre 2025 il termine della prima fase di valutazione è stato formalmente sospeso. In pratica, i 3 dissalatori già operativi rappresentano una fonte aggiuntiva concreta, mentre il progetto palermitano è rimasto molto più indietro sul piano amministrativo.

Nel 2026 Fabio Ciciliano è stato nominato commissario straordinario nazionale il 9 aprile e il suo incarico è stato successivamente prorogato fino al 15 settembre. Intanto la situazione si è nuovamente aggravata nel bacino del Po: il 6 agosto l’Osservatorio distrettuale ha mantenuto la severità idrica al livello “alto”, segnalando portate molto ridotte e criticità anche per alcuni approvvigionamenti potabili in Piemonte e Lombardia. In sostanza, la crisi si è spostata ciclicamente dal Sud al Nord e viceversa, dimostrando che la scarsità d’acqua è diventata un problema nazionale e non soltanto meridionale.

A luglio 2026 i dissalatori siciliani hanno immesso complessivamente nelle reti 664.416 metri cubi di acqua potabile, con una portata media di circa 248 litri al secondo rispetto ai 288 nominali, quindi oltre l’86% della capacità teorica iniziale. Dall’avvio degli impianti la produzione complessiva si è avvicinata a 4,9 milioni di metri cubi. In termini semplici, i dissalatori stanno producendo davvero acqua e con rendimenti vicini alla capacità prevista, quindi il problema odierno non è soltanto crearne di nuova.

Il punto più debole rimane infatti la distribuzione. L’ultimo dato regionale completo e confrontabile dell’Istat indica per la Sicilia perdite del 51,6% dell’acqua immessa nelle reti. Nell’agrigentino AICA continua a pubblicare turni di distribuzione e nell’agosto 2026 ha rafforzato il servizio sostitutivo con nuove autobotti. Nel trapanese, invece, il nuovo Piano d’Ambito ha programmato oltre 806 milioni di investimenti per reti, impianti, digitalizzazione e riduzione delle dispersioni. In parole povere, produrre più acqua serve a poco se circa metà della risorsa continua a perdersi prima di raggiungere regolarmente rubinetti, famiglie e imprese.

Anche sul fronte agricolo il quadro è stato aggiornato. ANBI ha presentato nel 2026 un programma composto da 266 progetti, per 7,3 miliardi, comprendente 74 invasi, 66 derivazioni e 106 opere di adduzione, con l’obiettivo di incrementare di circa 1 miliardo di metri cubi la disponibilità idrica. In pratica, la strategia indicata dai consorzi consiste nel trattenere una quota maggiore dell’acqua quando piove, invece di cercarla soltanto quando la siccità è già iniziata.

Articolo

L’Italia sta affrontando una scarsità idrica che ha ormai superato il significato tradizionale di emergenza. Un’emergenza, per sua natura, è un evento inatteso che richiede una risposta immediata. La riduzione delle precipitazioni, l’aumento delle temperature, le siccità ripetute, la fragilità degli acquedotti e l’insufficiente capacità di accumulare l’acqua sono invece problemi conosciuti da anni. Nell’estate 2026 il bacino del Po (sistema idrografico dell’Italia settentrionale) è tornato in severità idrica “alta”, mentre nel Mezzogiorno e soprattutto in Sicilia (regione insulare italiana) continuano in diversi territori turnazioni e approvvigionamenti mediante autobotti. L’Istat ha inoltre rilevato che nel 2024 sono aumentati a 17 i comuni capoluogo interessati da misure di razionamento e che nel 2025 circa una famiglia italiana su 10 ha lamentato irregolarità nella distribuzione domestica.

La storia dell’attuale sistema nazionale è cominciata prima dell’ultima grande stagione siccitosa. Nel 2021 il legislatore ha posto le basi per il PNIISSI (Piano nazionale di interventi infrastrutturali e per la sicurezza nel settore idrico), affidandone la programmazione al MIT (Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti). Nel 2023 il decreto-legge 39, poi convertito nella legge 68, ha istituito la Cabina di regia nazionale chiamata a coordinare amministrazioni e interventi contro la scarsità idrica. Il passaggio decisivo è arrivato con il DPCM (Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri) del 17 ottobre 2024, che ha adottato definitivamente il Piano. Le 418 opere inserite riguardano invasi, adduzioni, acquedotti, derivazioni e altre infrastrutture, con un fabbisogno complessivo vicino a 12 miliardi. A queste si affiancavano 565 interventi già programmati e finanziati dal Ministero per circa 5 miliardi.

La disponibilità finanziaria, dunque, non coincide automaticamente con la capacità di spendere e realizzare. Il controllo della Corte dei conti ha mostrato che alcuni interventi sono stati frenati da revisioni progettuali, aumenti dei costi, necessità di reperire ulteriori coperture, autorizzazioni ambientali e coordinamento tra più amministrazioni. Il caso delle nuove opere per la sicurezza del Lago d’Idro (bacino tra Lombardia e Trentino-Alto Adige) è diventato emblematico dei tempi lunghi. Per lo sbarramento contro la risalita del cuneo salino alla foce dell’Adige (fiume del Nord-est italiano) l’aggiornamento dei costi ha portato il fabbisogno complessivo a circa 42 milioni, rispetto ai 20 milioni inizialmente coperti. Anche la vasca sul torrente Cavaliere in Molise necessita di risorse superiori allo stanziamento iniziale e di completamenti autorizzativi.

È esattamente in questo passaggio che si manifesta il paradosso italiano. Il Paese dispone di piani, commissari, fondi e strutture di coordinamento, ma la velocità amministrativa non sempre segue quella del cambiamento climatico. La stessa Cabina di regia, nata nel 2023 per tenere insieme le diverse competenze, si è riunita l’8 agosto 2025 nel pieno della precedente stagione siccitosa e nuovamente il 9 luglio 2026. In quest’ultima occasione Matteo Salvini (vicepresidente del Consiglio, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti e segretario della Lega) ha indicato come priorità programmazione, rapidità degli interventi e visione di lungo periodo. Il Ministero ha quantificato in 733 gli interventi del programma nazionale, per oltre 6 miliardi già programmati, annunciando inoltre procedure per circa 1 miliardo destinato al settore potabile e un ulteriore programma di circa 700 milioni prevalentemente per quello irriguo.

La scelta di investire non è quindi mancata. È mancata, in numerosi casi, la capacità di trasformare con la stessa velocità stanziamenti e progetti in opere finite. Anche il nuovo SFNIISSI, strumento finanziario nazionale introdotto nel 2026 e affidato a Invitalia con una dotazione di 1 miliardo nell’ambito del PNRR, è stato concepito proprio per rafforzare gli investimenti nel settore e superare una parte delle difficoltà finanziarie e attuative.

La situazione della Sicilia permette di osservare il problema quasi al microscopio. Dopo la grave crisi del 2024, lo Stato e la Regione hanno accelerato la realizzazione dei dissalatori mobili di Porto Empedocle (comune del libero consorzio comunale di Agrigento), Gela (comune del libero consorzio comunale di Caltanissetta) e Trapani. Siciliacque è stata individuata come soggetto attuatore e i primi impianti sono stati configurati con una capacità di 96 litri al secondo ciascuno, quindi 288 complessivi. L’intervento ha avuto una dotazione iniziale di circa 100 milioni, dei quali 90 provenienti dal FSC (Fondo per lo sviluppo e la coesione) e 10 dalla Regione, alla quale si sono aggiunte ulteriori risorse statali.

Il programma non si è però fermato alla fase emergenziale. Il decreto commissariale del 17 dicembre 2025 ha previsto l’impiego delle risorse residue per arrivare a 504 litri al secondo complessivi: 192 a Gela; 192 a Trapani; 96 più un modulo aggiuntivo da 24 a Porto Empedocle. È stato quindi superato il precedente scenario che indicava genericamente una futura capacità vicina a 500 litri al secondo. Sono state previste anche opere per garantire continuità di esercizio durante guasti e manutenzioni.

I numeri della produzione hanno cominciato a rendere visibile il risultato. Secondo la relazione di Siciliacque aggiornata a luglio, nel solo mese di luglio i 3 impianti hanno immesso nella rete 664.416 metri cubi di acqua potabile con una portata media aggregata di circa 248 litri al secondo sui 288 nominali, oltre l’86% della capacità teorica della prima fase. I dati dei singoli impianti indicano 227.491 metri cubi per Porto Empedocle; 213.840 per Gela; 223.085 per Trapani; dall’avvio della produzione il totale è arrivato vicino a 4,9 milioni di metri cubi.

Questi risultati spiegano perché Renato Schifani (presidente della Regione Siciliana, Forza Italia) abbia sostenuto nel maggio 2026 che le risorse accumulate negli invasi e quelle recuperate attraverso pozzi, reti e dissalatori permettevano di superare la precedente condizione di severità idrica e di affrontare il resto dell’anno con maggiori disponibilità. L’affermazione descrive però il bilancio complessivo delle risorse e non equivale alla scomparsa dei disservizi locali.

È qui che si apre la seconda metà del problema. L’acqua può essere presente alla fonte e non arrivare con continuità nelle abitazioni. L’ultimo dato regionale completo dell’Istat misura in Sicilia una perdita del 51,6% dell’acqua immessa nella distribuzione nel 2022, quindi più della metà. A livello nazionale, nello stesso anno, la dispersione media era del 42,4%. Nel 2024 l’efficienza delle reti dei comuni capoluogo italiani è rimasta al 64,8%, segno che la questione delle perdite non appartiene soltanto all’Isola, anche se nel Mezzogiorno raggiunge livelli sensibilmente più elevati.

Nell’agrigentino la distanza tra disponibilità teorica e servizio effettivo è ancora evidente. AICA (Azienda idrica comuni agrigentini) continua a pubblicare calendari di turnazione e il 10 agosto 2026 ha annunciato l’arrivo di 7 nuove autobotti, finanziate dalla Regione con 787.500 euro, definendo il servizio sostitutivo ancora indispensabile per gli utenti che non dispongono di un’erogazione efficiente. Anche a Canicattì (comune del libero consorzio comunale di Agrigento) il servizio mediante autobotti era stato parzialmente ripristinato già a maggio.

Ciò non significa che gli interventi sulle condotte siano rimasti immobili. Nell’area di Gela è stata completata una nuova tratta di 3,9 chilometri tra San Leo e i serbatoi di Caposoprano e Montelungo, con un recupero stimato in circa 100.000 metri cubi d’acqua l’anno. Nell’agrigentino il “Progetto conoscenza” punta invece alla mappatura, digitalizzazione, distrettualizzazione e misurazione delle reti, strumenti indispensabili per localizzare le dispersioni anziché intervenire soltanto quando una perdita diventa visibile.

Nel trapanese la partita è ancora più ampia. Il nuovo Piano d’Ambito approvato nel giugno 2026 dall’ATI (Assemblea territoriale idrica) ha previsto oltre 806 milioni di investimenti per il rinnovo delle reti, la digitalizzazione, il miglioramento degli impianti strategici e la riduzione delle perdite. È stato inoltre affidato a Invitalia il percorso per individuare il futuro gestore unico attraverso una società mista pubblico-privata. Si tratta di una programmazione molto consistente che, tuttavia, dovrà ancora dimostrare la propria efficacia trasformandosi in cantieri e soprattutto in continuità dell’erogazione.

Diversa è la storia dei nuovi dissalatori progettati per Palermo. Il 16 maggio 2025 la Regione ha pubblicato l’avviso per 2 impianti destinati all’area metropolitana, con un investimento stimato in 180 milioni, un contributo regionale massimo di 10 milioni e una concessione di 30 anni. La procedura è stata impostata attraverso la finanza di progetto, cioè un sistema nel quale una parte rilevante dell’investimento e del rischio viene affidata ai privati. Invitalia è stata incaricata del supporto alla selezione. La documentazione regionale ha indicato espressamente anche il diritto di prelazione del promotore.

L’iter non ha però seguito il calendario immaginato all’avvio. Il decreto dirigenziale 1228 del 13 novembre 2025 ha rettificato la composizione della commissione di valutazione e sospeso il termine della prima fase, richiamando l’elevato numero di proposte pervenute. A questo elemento amministrativo se ne è aggiunto uno giuridico sopravvenuto di particolare rilievo: il 5 febbraio 2026 la Corte di giustizia dell’UE (Unione europea), nella causa C-810/24 “Urban Vision”, ha stabilito che il diritto di prelazione riconosciuto automaticamente al promotore nella finanza di progetto contrasta con i principi europei di parità di trattamento, non discriminazione e trasparenza. Non risulta, però, che la Regione abbia formalmente attribuito a questa sentenza la sospensione della procedura palermitana, avvenuta quasi 3 mesi prima.

La giurisprudenza europea ha quindi introdotto un elemento che dovrà essere tenuto presente nella prosecuzione delle procedure basate sul vecchio modello nazionale. Non significa che la sentenza abbia cancellato automaticamente il progetto dei dissalatori di Palermo. Significa piuttosto che l’eventuale prosecuzione deve essere verificata alla luce del principio stabilito dai giudici europei e delle successive modifiche o interpretazioni della disciplina italiana.

Il ricorso ai dissalatori, inoltre, non può diventare l’unica politica dell’acqua. La dissalazione permette di creare una risorsa indipendente dalle precipitazioni, ma comporta notevoli consumi energetici, costi di gestione, manutenzione e controllo degli scarichi salini. Per questo la stessa programmazione commissariale siciliana ha previsto il monitoraggio ambientale degli impianti di Gela e Porto Empedocle, anche attraverso verifiche sul corpo marino che riceve le salamoie.

La terza strada riguarda dunque gli invasi, le derivazioni e le grandi adduzioni. Massimo Gargano (direttore generale dell’ANBI, Associazione nazionale dei consorzi di gestione e tutela del territorio e acque irrigue) ha sostenuto nel 2026 la necessità di abbandonare una logica esclusivamente emergenziale e di aumentare la capacità del Paese di trattenere l’acqua nei periodi piovosi. Il programma presentato dai consorzi comprende 266 progetti per 7,3 miliardi, articolati in 74 invasi, 66 derivazioni e 106 adduzioni. Di questi invasi, 48 sarebbero nuovi e 26 da adeguare, con un incremento potenziale della disponibilità pari a circa 1 miliardo di metri cubi.

Il ragionamento è diventato ancora più rilevante in un continente nel quale le anomalie idriche non riguardano più soltanto il Mediterraneo. Reno, Tamigi, Danubio e Rodano (grandi corsi d’acqua europei) hanno conosciuto negli ultimi anni fasi di portata eccezionalmente ridotta. In Italia, In questo agosto 2026, il livello di riempimento rispetto alla regolazione ordinaria è sceso al 5% per il Lago Maggiore e il Lago d’Idro, al 6% per il Lago di Como, al 5% per l’Iseo e al 41% per il Garda. Alla stazione di Pontelagoscuro il Po è sceso intorno a 246 metri cubi al secondo, ben sotto la soglia di 450 associata al rischio di forte risalita del cuneo salino.

L’acqua, pertanto, non manca per un’unica ragione e non può essere recuperata con un’unica soluzione. Servono invasi capaci di trattenere le precipitazioni quando arrivano, reti che non disperdano una quota enorme della risorsa, interconnessioni tra sistemi differenti, dissalatori dove risultino tecnicamente ed economicamente sostenibili, riuso delle acque depurate, digitalizzazione e manutenzione. Soprattutto, occorre ridurre il tempo che trascorre tra il finanziamento di un’opera e la sua entrata effettiva in funzione.

Il paradosso siciliano rende questa conclusione particolarmente evidente. L’Isola è riuscita a mettere in funzione in tempi relativamente brevi 3 impianti che a luglio hanno lavorato oltre l’86% della capacità nominale iniziale, e nello stesso momento continua ad avere territori nei quali l’acqua arriva secondo calendari e le autobotti restano necessarie. Non è una contraddizione nei numeri. È la dimostrazione che la sicurezza idrica è una catena e che basta un solo anello debole, invaso, adduzione, serbatoio, condotta o rete cittadina, perché una maggiore disponibilità alla fonte non si trasformi automaticamente in acqua continua al rubinetto.