Sintesi
Tra il IX e il XIII secolo vaste aree del Nord Atlantico e alcune regioni europee hanno attraversato fasi relativamente miti riconducibili alla cosiddetta anomalia climatica medievale. In territori come quelli dell’Impero bizantino condizioni favorevoli hanno accompagnato, senza esserne l’unica causa, l’espansione agricola e demografica. Non si è però verificato un riscaldamento mondiale uniforme di diversi gradi: intensità e tempi sono cambiati molto da una regione all’altra. In alcune parti del mondo medievale il clima è stato più favorevole, ma non tutta la Terra si è scaldata contemporaneamente come avviene oggi.

Dal XIV secolo si sono poi moltiplicate nell’emisfero settentrionale fasi più fredde, diventate particolarmente evidenti tra il XVI e il XIX secolo nella cosiddetta Piccola era glaciale. Il Tamigi si è ghiacciato ripetutamente e tra il 1607 e il 1814 vengono comunemente conteggiate 7 grandi fiere organizzate sul fiume gelato, anche se il numero varia secondo la definizione adottata. Sono documentate inoltre numerose gelate della laguna di Venezia e, nelle ricostruzioni storiche, anche del Po. Sono esistiti inverni europei eccezionalmente rigidi, ma non si è trattato di una glaciazione simultanea dell’intero pianeta.

Dagli anni 1960 Russell Coope ha aperto una strada decisiva studiando i coleotteri fossili. Nei depositi tardoglaciali britannici, compresi quelli di St Bees, le improvvise sostituzioni tra specie adattate a temperature differenti hanno mostrato che il clima poteva cambiare molto più velocemente di quanto allora si ritenesse. Le sue conclusioni sono state sviluppate in studi pubblicati negli anni successivi e sono diventate un riferimento per la paleoclimatologia. Piccoli insetti conservati nei sedimenti hanno raccontato che il clima non procede sempre lentamente, ma può compiere bruschi salti.

Tra la fine degli anni 1980 e gli anni 1990 le carote di ghiaccio della Groenlandia hanno rafforzato quella intuizione. Richard Alley e altri ricercatori hanno ricostruito variazioni climatiche avvenute durante l’ultima glaciazione e hanno trovato cambiamenti rapidissimi, particolarmente evidenti nell’Artico. Alla conclusione dello Younger Dryas il riscaldamento groenlandese è avvenuto nell’arco di pochi decenni, con una parte consistente della variazione concentrata in tempi ancora più brevi. La storia del ghiaccio ha confermato ciò che i coleotteri avevano suggerito: il sistema climatico può riorganizzarsi in tempi compatibili con una generazione umana.
Wallace Broecker ha collegato questi bruschi mutamenti alla grande circolazione oceanica dell’Atlantico. La sua immagine dell’Atlantic Conveyor ha descritto un enorme trasporto di acqua e calore che può indebolirsi quando le acque settentrionali diventano meno dense. L’afflusso di acqua dolce proveniente dalla fusione dei ghiacci è stato proposto come uno dei meccanismi capaci di contribuire al raffreddamento dello Younger Dryas, anche se la dinamica precisa di quell’evento resta ancora oggetto di ricerca. Molta acqua dolce può rendere più difficile lo sprofondamento delle acque oceaniche fredde e salate e modificare così il trasporto di calore verso nord.
Oggi la questione è tornata centrale in quanto il riscaldamento antropico (le attività umane) scalda la superficie oceanica, modifica le precipitazioni e aumenta l’apporto di acqua dolce dovuto anche alla fusione della Groenlandia. La scienza considera molto probabile un indebolimento dell’AMOC (acronimo di Atlantic Meridional Overturning Circulation, in italiano capovolgimento meridionale della circolazione atlantica), mentre tempi ed eventualità di un vero collasso rimangono incerti. Uno studio del 2025 su 34 modelli non ha ottenuto un arresto completo neppure con forzanti estreme, mentre un lavoro del 2026 basato su vincoli osservativi ha stimato un indebolimento di circa il 51% entro fine secolo, dato che non equivale a una probabilità del 51% di collasso. Il rallentamento è un rischio concreto e importante, ma non esiste oggi una previsione scientifica condivisa secondo cui l’Atlantico stia per “spegnersi” da un momento all’altro.
Un forte indebolimento dell’AMOC potrebbe raffreddare sensibilmente il Nord Atlantico e parte dell’Europa nord-occidentale rispetto a ciò che accadrebbe con una circolazione invariata, mentre il pianeta nel suo complesso continuerebbe a riscaldarsi. Nel luglio 2026 la temperatura media globale è stata di 1,47 °C sopra il riferimento preindustriale del mese e gli ultimi 12 mesi si sono collocati a circa 1,45 °C sopra quel riferimento. Riscaldamento globale e raffreddamento regionale del Nord Atlantico non sono fenomeni incompatibili: possono verificarsi contemporaneamente.
Articolo
Il collegamento scientifico che lega i coleotteri fossili di Russell Coope, le carote di ghiaccio studiate da Richard Alley e il grande “nastro trasportatore” oceanico immaginato da Wallace Broecker ha segnato una svolta nella comprensione del clima. Per gran parte del Novecento era infatti diffusa l’idea che i grandi cambiamenti climatici richiedessero necessariamente secoli o millenni. I reperti biologici, il ghiaccio groenlandese e successivamente i modelli oceanici hanno mostrato che alcune componenti del sistema Terra possono invece riorganizzarsi con sorprendente rapidità.
Il primo riferimento storico conduce alla cosiddetta anomalia climatica medievale. La letteratura scientifica utilizza generalmente un intervallo vicino al 950-1250, anche se in alcune regioni i segnali sono iniziati già tra IX e X secolo. Non è infatti corretto immaginare un’unica “era calda” mondiale nella quale la temperatura terrestre sia salita ovunque di diversi gradi. Le ricostruzioni indicano invece periodi relativamente miti distribuiti in tempi e luoghi differenti, particolarmente riconoscibili nell’area nordatlantica e in alcune parti dell’Europa. Una rassegna del Joint Research Centre ( una direzione generale della Commissione europea: DG-JRC in origine Euratom, che dispone di sette istituti di ricerca dislocati in cinque Stati membri dell’Unione europea) ha rilevato che nei territori dell’Impero bizantino, tra IX e X secolo, condizioni generalmente favorevoli hanno accompagnato la ripresa agricola e demografica, pur ricordando che sviluppo economico, popolazione e migrazioni non possono essere spiegati soltanto attraverso il clima.
Questa precisazione è fondamentale anche nel confronto con il presente. Il riscaldamento medievale non costituisce infatti il precedente diretto dell’attuale riscaldamento globale. Nel Medioevo i massimi termici non sono stati sincroni nelle diverse regioni, mentre l’aumento odierno interessa il sistema climatico globale ed è dominato dalla crescita dei gas a effetto serra prodotta dalle attività umane. Nel 2025 la WMO (World Meteorological Organization, Organizzazione meteorologica mondiale) ha calcolato una temperatura media globale di 1,44 °C, con un’incertezza di ±0,13 °C, sopra la media 1850-1900. Il triennio 2023-2025 è risultato il più caldo osservato nei diversi archivi considerati e gli 11 anni dal 2015 al 2025 sono stati gli 11 più caldi delle serie analizzate.
Dopo il Medioevo, soprattutto nell’emisfero settentrionale, il quadro è progressivamente cambiato. Tra il XIV e il XIX secolo si sono succedute fasi fredde che vengono riunite sotto l’espressione “Little Ice Age” (Piccola era glaciale), con particolare intensità in varie zone europee e nordatlantiche tra XVI e XIX secolo. Nemmeno questo periodo è stato una vera nuova era glaciale mondiale. Il raffreddamento non ha avuto ovunque la stessa intensità né lo stesso calendario e la ricerca contemporanea lo interpreta come il risultato dell’interazione tra eruzioni vulcaniche, variazioni dell’attività solare, ghiaccio marino, circolazione atmosferica e dinamiche oceaniche interne. Alcuni studi hanno individuato anche un indebolimento della convezione e della circolazione del Nord Atlantico, ma non esiste una dimostrazione secondo cui un collasso completo dell’AMOC (acronimo di Atlantic Meridional Overturning Circulation, in italiano capovolgimento meridionale della circolazione atlantica, un grande sistema di correnti oceaniche nell’Oceano Atlantico che funziona come un nastro trasportatore, spostando l’acqua calda dai tropici verso nord e l’acqua fredda verso sud) abbia provocato da solo la Piccola era glaciale.
Uno degli emblemi più spettacolari di quegli inverni è stato il Tamigi a Londra. Il London Museum ricorda che nei periodi più freddi il fiume ha potuto gelare abbastanza da sostenere persone, botteghe e feste. Tra il 1607 e il 1814 vengono comunemente contate 7 grandi “frost fairs” (fiere del gelo). Il fenomeno è stato favorito anche dal Tamigi dell’epoca, più largo, meno profondo e rallentato dalle numerose arcate del vecchio London Bridge. La sostituzione del ponte nel 1831, il dragaggio e la costruzione degli argini hanno successivamente reso molto più difficile una nuova formazione di ghiaccio compatto nel centro della città.
Le testimonianze non sono soltanto scientifiche. Il cronista inglese Raphael Holinshed ha descritto il grande gelo del 1564-1565 e le persone che camminavano e praticavano attività sul Tamigi congelato. Nella letteratura dell’età elisabettiana anche William Shakespeare (aprile 1564 – Stratford-upon-Avon, Regno Unito – 23 aprile 1616 a 52 anni, un commediografo e poeta inglese, considerato il più importante scrittore inglese e nei paesi anglosassoni viene ritenuto il più eminente drammaturgo della cultura occidentale) ha utilizzato immagini di stagioni sconvolte e irregolari, oggi studiate dagli storici dell’ambiente nel contesto delle forti anomalie meteorologiche della sua epoca.
In Italia sono state documentate gelate straordinarie della laguna di Venezia. Lo storico del clima Dario Camuffo (dirigente di ricerca presso il CNR, Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima, a Padova, ove ora è Associato dopo il pensionamento avvenuto nel 2008) ha ricostruito gli episodi di congelamento della laguna attraverso fonti che risalgono fino al IX secolo, mettendoli in relazione con le configurazioni atmosferiche responsabili delle grandi irruzioni fredde. Nelle fonti storiche sono ricordati anche congelamenti eccezionali del Po. Anche questi fatti, però, descrivono episodi regionali e stagionali e non dimostrano l’esistenza di un’unica glaciazione mondiale.
È proprio qui che nasce la domanda centrale: nel passaggio dalle condizioni relativamente miti medievali ai secoli più freddi potrebbe essersi bloccato l’“Atlantic Conveyor” (nastro trasportatore atlantico) ? Le conoscenze disponibili non consentono di dirlo. Esistono prove di variazioni della circolazione del Nord Atlantico durante la Piccola era glaciale e alcuni studi hanno stimato un trasporto della Corrente della Florida inferiore di circa il 10%, mentre altre ricostruzioni non trovano cambiamenti sufficienti per parlare di una grande interruzione dell’intera circolazione. La Piccola era glaciale non può dunque essere utilizzata come prova storica di un precedente “spegnimento” dell’AMOC.
La possibilità che il clima possa cambiare rapidamente è emersa con particolare forza grazie a Geoffrey Russell Coope (1930-2011, paleoentomologo e paleoclimatologo britannico). Dagli anni 1960 lui e i suoi collaboratori hanno sviluppato l’utilizzo dei resti di coleotteri per ricostruire il clima del Quaternario (il periodo geologico più recente della Terra, iniziato circa 2,58 milioni di anni fa ed è ancora in corso, famoso per le grandi ere glaciali, per i cicli di clima freddo e caldo, e per la nascita e la crescita dell’essere umano). A St Bees (villaggio costiero della Cumbria, nell’Inghilterra nord-occidentale, Regno Unito) Coope e altri ricercatori hanno studiato successioni tardoglaciali nelle quali differenti comunità di coleotteri hanno registrato rapide variazioni ambientali. Il principio era semplice ma potente: molte specie possiedono esigenze termiche precise e, poiché numerosi coleotteri pleistocenici (del Pleistocene o che hanno rapporto con il Pleistocene, la prima epoca geologica del periodo Quaternario, compresa tra circa 2,58 milioni e 11.700 anni fa) appartengono a specie esistenti ancora oggi, la loro distribuzione consente di ricavare informazioni sulle temperature nelle quali vivevano.
L’apparente paradosso trovato nei sedimenti ha così assunto un significato molto più vasto. Specie legate a condizioni relativamente miti potevano sparire bruscamente ed essere sostituite da altre caratteristiche di ambienti molto più freddi. Coope ha quindi sostenuto che il passaggio climatico non fosse stato necessariamente lento e regolare. Nel 1987 ha pubblicato un lavoro esplicitamente dedicato ai coleotteri fossili come prova di “sudden and intense climatic changes” (cambiamenti climatici improvvisi e intensi) avvenuti nelle Isole britanniche negli ultimi 45.000 anni.
Una conferma indipendente è arrivata dal ghiaccio. Richard Alley (geoscienziato statunitense e studioso delle grandi calotte glaciali) ha partecipato alla ricerca sulle carote groenlandesi che ha permesso di leggere, strato dopo strato, la storia atmosferica e climatica dell’ultima glaciazione. Le carote di ghiaccio hanno mostrato che il clima della Groenlandia (grande isola artica, territorio autonomo del Regno di Danimarca) è stato segnato ripetutamente da transizioni rapide. La letteratura scientifica ha poi consolidato il quadro: durante l’ultima glaciazione si sono verificati numerosi eventi abrupti (bruschi) e la conclusione dello Younger Dryas, circa 11.700 anni fa, è stata accompagnata in Groenlandia da un forte aumento della temperatura sviluppatosi nell’arco di decenni o meno.
Quei dati non significano che l’intero pianeta abbia guadagnato o perso 10 o 20 °C contemporaneamente. Le variazioni più spettacolari riguardano soprattutto la Groenlandia e il Nord Atlantico e non possono essere trasferite direttamente alla temperatura media globale. Il valore scientifico della scoperta è un altro: alcuni sottosistemi climatici sono capaci di attraversare soglie e riorganizzarsi molto velocemente.
Wallace Broecker (1931-2019, geochimico e oceanografo statunitense della Columbia University) ha cercato il meccanismo fisico capace di spiegare una parte di queste oscillazioni. Negli anni 1980 ha reso celebre l’espressione “Great Ocean Conveyor” (grande nastro trasportatore oceanico), una rappresentazione semplificata della circolazione marina globale. Nel linguaggio scientifico moderno la componente atlantica viene descritta soprattutto attraverso l’AMOC (Atlantic Meridional Overturning Circulation, circolazione meridionale di capovolgimento atlantica), un vasto sistema che trasferisce acqua, calore, sale, carbonio e nutrienti attraverso l’Atlantico.
Il meccanismo non è una semplice pompa accesa o spenta. Le acque superficiali che raggiungono le alte latitudini si raffreddano, cambiano densità e partecipano alla formazione delle masse d’acqua profonde. Un riscaldamento della superficie e un maggiore apporto di acqua dolce possono ridurre la densità e aumentare la stratificazione, ostacolando parte di questi processi. Ma l’AMOC dipende anche dai venti, dall’Oceano Meridionale, dagli scambi con gli altri bacini e da molte altre dinamiche. Per questa ragione l’antica immagine del “conveyor” resta utilissima per spiegare il principio generale, ma non rappresenta tutta la fisica del sistema.
Broecker ha applicato questa idea allo Younger Dryas, il brusco ritorno a condizioni fredde iniziato circa 12.900 anni fa e durato approssimativamente 1.200-1.300 anni. Nel 1989 lui e i suoi collaboratori hanno proposto che una deviazione delle acque di fusione della calotta Laurentide (noto anche come Laurentide Ice Sheet, un immenso strato di ghiaccio continentale che ha coperto gran parte del Nord America settentrionale, tra cui la maggior parte del Canada e il nord degli Stati Uniti) e del grande lago glaciale Agassiz (un immenso lago proglaciale del Nord America, grande più di tutti i Grandi Laghi messi insieme, formatosi circa 13.000 anni fa dalla fusione della calotta glaciale Laurentide e svuotatosi del tutto circa 8.400 anni fa) verso il fiume San Lorenzo (fleuve Saint-Laurent, una grande via d’acqua del Nord America che unisce i Grandi Laghi all’Oceano Atlantico, sfociando in un vasto golfo nel settore nord-atlantico compreso tra le coste del Canada) e quindi il Nord Atlantico avesse aumentato l’apporto di acqua dolce, indebolendo la circolazione profonda. Quell’ipotesi è stata estremamente influente, ma gli studi successivi hanno discusso tempi, percorsi e quantità dell’acqua, mostrando che il meccanismo preciso dello Younger Dryas non può essere considerato definitivamente risolto.
Anche Jonathan Overpeck (paleoclimatologo statunitense) e altri ricercatori hanno cercato nei sedimenti lacustri e marini la memoria dei secoli più recenti. Tecniche come il “freeze coring” (carotaggio per congelamento dei sedimenti) permettono di mantenere intatti sottilissimi strati annuali e confrontare cambiamenti ambientali avvenuti sulle due sponde dell’Atlantico. Queste ricerche hanno contribuito a mostrare che la circolazione oceanica può variare sostanzialmente senza che ogni cambiamento equivalga a un collasso totale.
La distinzione è ancora più importante quando si parla del futuro. L’AMOC non coincide con la Corrente del Golfo e un suo forte indebolimento non significherebbe che l’intera Corrente del Golfo “si spegne”. La circolazione della Florida e la corrente superficiale sono sostenute anche dai venti e dalla rotazione terrestre. Le osservazioni moderne, inoltre, sono relativamente brevi: la rete di misurazione diretta dell’AMOC a 26,5° nord è operativa soltanto dal 2004. Nel 2024 la NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration, amministrazione statunitense per oceani e atmosfera) ha sottolineato che non esisteva ancora una prova osservativa chiara di un forte declino pluridecennale e che la Corrente della Florida era rimasta sostanzialmente stabile in circa 40 anni di osservazioni.
Ciò non contraddice le proiezioni climatiche. I modelli prevedono infatti un indebolimento dell’AMOC durante questo secolo in risposta al riscaldamento globale, anche se divergono sulla sua intensità. Il quadro si è ulteriormente arricchito nel 2025, quando uno studio pubblicato su “Nature” ha confrontato 34 modelli climatici sottoposti anche a forzanti estreme. In nessuno degli esperimenti considerati l’AMOC è arrivata a un completo arresto: l’upwelling (risalita di acque profonde) nell’Oceano Meridionale ha continuato a sostenere una circolazione molto più debole. Gli autori hanno quindi giudicato improbabile un collasso completo nel XXI secolo, pur ribadendo che l’indebolimento e i suoi effetti possono essere molto rilevanti.
Nel 2026 un lavoro pubblicato su “Science Advances” ha fornito un quadro meno rassicurante sull’entità del rallentamento. Utilizzando vincoli osservativi, Vincent Portmann e colleghi hanno stimato una riduzione dell’AMOC del 51 ± 8%, con un intervallo probabilistico del 90%, valore molto superiore alla media di molti modelli. Quel numero è stato talvolta interpretato impropriamente: significa che lo studio stima una diminuzione della forza della circolazione attorno alla metà, non che esista una probabilità del 51% che l’AMOC collassi.
Il dibattito resta quindi aperto. Altri studi statistici hanno proposto finestre temporali per un possibile punto critico nel corso di questo secolo, ma ricerche più recenti hanno mostrato quanto simili date dipendano dal tipo di indicatore, dal modello statistico utilizzato e dalla qualità dei dati. Un’analisi del 2026 ha concluso che, quando le principali fonti di incertezza vengono propagate integralmente, non è possibile ricavare dai dati storici una data affidabile per un eventuale collasso.
Anche Stefan Rahmstorf (fisico e oceanografo tedesco, responsabile dell’area Earth System Analysis del Potsdam Institute for Climate Impact Research) continua a indicare l’AMOC come uno dei possibili “tipping point” (punti critici oltre i quali il sistema può cambiare stato) del clima. Studi collegati al suo istituto hanno evidenziato scenari nei quali, con emissioni elevate, la circolazione potrebbe attraversare una soglia durante i prossimi decenni e arrivare a uno “shutdown” (arresto) dopo il 2100. Altre simulazioni, come quelle pubblicate su “Nature” nel 2025, mostrano invece una maggiore resilienza. La differenza non rappresenta una contraddizione risolvibile scegliendo uno studio e ignorando l’altro: fotografa l’incertezza ancora esistente sui meccanismi di stabilizzazione e sulle soglie dell’oceano reale.
Sul versante italiano, Matteo Cini (ricercatore dell’ISAC-CNR, Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche) ha spiegato nel 2024 che l’AMOC possiede una propria variabilità e può compiere transizioni tra stati differenti. Lo studio al quale ha partecipato ha mostrato in un modello semplificato che un collasso può verificarsi anche per variabilità interna, ma gli stessi ricercatori hanno precisato che l’esperimento non era costruito per stimare la probabilità che ciò accada nel mondo reale. Cini ha ricordato inoltre che ghiacci, concentrazione di anidride carbonica, temperatura, salinità e circolazione atmosferica interagiscono tra loro.
Più recentemente Sandro Carniel (oceanografo italiano e dirigente di ricerca dell’Istituto di scienze polari del CNR) è intervenuto nell’aprile 2026 sul nuovo dibattito relativo all’AMOC. L’esperto ha collocato gli scenari più preoccupanti soprattutto verso la fine del secolo, precisando che non si sta parlando di un collasso atteso nei prossimi anni. È una distinzione essenziale per evitare di trasformare una minaccia climatica seria in una previsione catastrofica immediata che i dati non consentono.
Che cosa accadrebbe, allora, se la circolazione si indebolisse drasticamente? Il Nord Atlantico trasferirebbe meno calore verso le alte latitudini, con possibili forti ripercussioni sulla temperatura dell’Europa nord-occidentale, sulle precipitazioni, sulle fasce tropicali di pioggia, sugli ecosistemi e sul livello del mare lungo alcune coste. Ma questo non trasformerebbe automaticamente il pianeta in una nuova era glaciale. Un raffreddamento regionale può sovrapporsi a un mondo mediamente più caldo. È proprio il tipo di apparente paradosso che rende fuorviante l’espressione “il riscaldamento globale provocherà una glaciazione”: a raffreddarsi in misura rilevante sarebbe soprattutto una regione, mentre il bilancio energetico globale continuerebbe a essere dominato dall’aumento dei gas serra.
I dati più aggiornati confermano che non siamo entrati in una semplice “nuova mini era calda” paragonabile al Medioevo. Copernicus (il programma di osservazione della Terra dell’Unione Europea) ha indicato luglio 2026 come il 2° luglio più caldo mai registrato a pari merito con luglio 2024, con una temperatura media globale di 16,90 °C, pari a 1,47 °C sopra la stima preindustriale per il mese. Nel periodo agosto 2025-luglio 2026 l’anomalia media è stata di circa 1,45 °C. Il riscaldamento attuale è globale e la crescita delle concentrazioni dei gas serra di origine umana ne costituisce il principale motore di lungo periodo.
Anche sul piano giuridico la materia è ormai entrata stabilmente nelle politiche pubbliche, sebbene non esistano leggi o sentenze specificamente dedicate all’AMOC. Il regolamento UE 2021/1119, la cosiddetta European Climate Law (legge europea sul clima), ha reso vincolante per l’Unione europea l’obiettivo della neutralità climatica entro il 2050 e una riduzione netta delle emissioni di almeno il 55% entro il 2030 rispetto al 1990. Nel 2024 la Grande Camera della CEDU (Corte europea dei diritti dell’uomo), con la decisione Verein KlimaSeniorinnen Schweiz contro Svizzera, ha riconosciuto che l’articolo 8 della Convenzione comprende il diritto a una protezione effettiva dello Stato contro i gravi effetti avversi dei cambiamenti climatici.
In Italia la Corte costituzionale è tornata sul rapporto tra obiettivi climatici, tutela territoriale e fonti rinnovabili. Con le sentenze 127 e 144 del 2026 ha riaffermato il rilievo degli obiettivi europei di diffusione delle energie rinnovabili e ha contrastato meccanismi regionali capaci di determinare blocchi generalizzati delle procedure autorizzative. Non si tratta, naturalmente, di pronunce sull’AMOC, ma del quadro giuridico entro il quale l’Italia concorre alla riduzione delle emissioni che alimentano il cambiamento climatico.
La risposta alla domanda iniziale può quindi essere formulata con una distinzione netta. Il sistema climatico terrestre ha dimostrato in passato di poter cambiare molto rapidamente e l’AMOC è uno dei meccanismi capaci di amplificare brusche trasformazioni nell’Atlantico settentrionale. Non abbiamo però prove che il passaggio dal caldo medievale alla Piccola era glaciale sia stato provocato da un completo arresto di quella circolazione. Oggi il riscaldamento antropico può realmente indebolirla e aumentare il rischio di superare soglie critiche, soprattutto attraverso il riscaldamento delle acque e l’aumento dell’apporto di acqua dolce. Ciò potrebbe produrre un forte raffreddamento relativo del Nord Atlantico e modificare profondamente il clima europeo, ma allo stato delle conoscenze non equivale alla previsione di un’imminente nuova glaciazione.
Il vero messaggio lasciato da Coope, Alley e Broecker è più sottile e forse più importante: un pianeta che si riscalda non diventa necessariamente uniforme e prevedibile. Al contrario, aumentando la perturbazione del sistema, possono crescere anche il rischio e l’intensità di cambiamenti regionali molto rapidi.
Nell’immagine di copertina, come sono oggi, la falesia di St Bees (un’area costiera dell’Inghilterra appartenente alla contea della Cumbria che si affaccia sul Mare d’Irlanda ), un villaggio della Groenlandia e il Tamigi a Londra.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.








