Sicilia. La sete denunciata da Sciascia nel 1969 ritorna annualmente: reti colabrodo, campi in crisi e incendi

Dal servizio televisivo del 1969 all’estate 2026, l’emergenza cambia aspetto ma conserva le stesse radici. Dispersioni, infrastrutture logore, irrigazioni intermittenti, quartieri senz’acqua e incendi mostrano che la crisi siciliana non dipende soltanto dalla scarsità delle piogge

Sintesi

Nel 1969 Leonardo Sciascia denunciava in un servizio di TV7 l’antico problema dell’acqua in Sicilia e l’incapacità di affrontarlo con interventi duraturi. Nel 2022 nell’Isola si disperdeva il 51,6% dell’acqua immessa nelle reti comunali e nel 2025 il 29,5% delle famiglie segnalava irregolarità nell’erogazione. All’inizio di luglio 2026 circa 2.000 residenti di Maddalusa sono rimasti privi del consueto rifornimento tramite autobotti, mentre nel comprensorio di Ribera le perdite dell’adduttore della diga Castello hanno rallentato le irrigazioni e aggravato le cascole negli agrumeti. Tra il 9 e il 12 luglio un guasto al sistema idrico ha provocato disservizi a Siracusa e una serie di incendi ha interessato il capoluogo aretuseo, il Palermitano e il Catanese. Il 13 luglio il rischio incendi è stato classificato alto nelle province di Ragusa e Siracusa, mentre la terza ondata di caldo del 2026 ha accresciuto i pericoli per colture, abitazioni e territorio. Insomma, per decenni sono arrivati in Sicilia miliardi, prima di lire e poi di euro, accompagnati ogni volta dalla promessa propagandistica di cambiare tutto: ieri attraverso i media, oggi anche tramite i social. Ma, alla fine, nulla cambia davvero.

Articolo

Il problema dell’acqua in Sicilia attraversa generazioni, Governi di centrodestra e centrosinistra, nonché decenni. Nel 1969 Leonardo Sciascia, intervistato da Emilio Fede per TV7, descriveva una terra condannata a convivere con la sete nonostante la presenza di risorse che avrebbero potuto essere raccolte, distribuite e amministrate in modo più razionale. Il contributo, oggi conservato negli archivi Rai (Radiotelevisione italiana), non raccontava soltanto una penuria naturale, ma denunciava ritardi pubblici, opere insufficienti e una gestione incapace di trasformare l’acqua in un servizio stabile. La questione, quindi, non nasce con le ultime siccità: affonda le proprie origini nella crescita disordinata degli insediamenti, nella debolezza degli acquedotti, nella frammentazione amministrativa, in investimenti troppo spesso annunciati senza produrre risultati definitivi e soprattutto nella notoria quanto edulcorata se non anche dissimulata, carenza etica e del senso del doveroso dovere, del sistema Politico-Istituzionale siciliano.

I dati più recenti disponibili confermano la persistenza del divario: nel 2022 le reti italiane hanno disperso il 42,4% dell’acqua immessa, pari a 157 litri giornalieri per abitante; in Sicilia la perdita ha raggiunto il 51,6%; nel 2025 il 29,5% delle famiglie siciliane ha lamentato irregolarità nella distribuzione; il 57,6% ha dichiarato di non fidarsi dell’acqua del rubinetto; soltanto il 66% si è detto molto o abbastanza soddisfatto del servizio; il 44,2% ha espresso insoddisfazione per odore, sapore o limpidezza; il 47% ha giudicato poco comprensibili le bollette. Non si tratta, dunque, di una semplice percezione collettiva, ma di una criticità misurabile che unisce dispersione fisica, discontinuità della fornitura e sfiducia degli utenti.

La crisi più severa ha spinto il Consiglio dei ministri a dichiarare nel maggio 2024 lo stato di emergenza nazionale, poi prorogato per altri 12 mesi nel 2025. Sul versante agricolo, il 25 giugno 2026 la Regione siciliana ha pubblicato un avviso da 5 milioni di euro destinato alla costruzione di laghetti aziendali, infrastrutture di raccolta e piccoli impianti per rendere utilizzabili le acque salmastre. Il contributo copre fino al 70% delle spese ammissibili, con un limite di 200.000 euro per ciascun intervento. L’assessore Luca Sammartino lo ha presentato come un sostegno concreto alle imprese, ma queste misure possono ridurre l’emergenza soltanto se accompagnate dal risanamento degli adduttori e delle reti collettive.

Il caso più delicato dell’inizio di luglio è esploso a Maddalusa, alla periferia di Agrigento. Circa 2.000 persone vivono in abitazioni prive di un regolare allaccio alla rete pubblica, molte delle quali sorgono all’interno del perimetro sottoposto a tutela del Parco archeologico e risultano interessate da irregolarità urbanistiche o da vecchie domande di sanatoria non ancora definite. Per anni le famiglie hanno acquistato l’acqua trasportata con mezzi privati. La nuova disciplina applicata ai punti di prelievo impone però che il trasporto sia effettuato da autobotti autorizzate e controllate. La stretta, insieme agli accertamenti delle Forze dell’ordine, ha interrotto il precedente sistema di rifornimento e costretto numerosi residenti a utilizzare recipienti e fontane pubbliche per soddisfare le necessità elementari. La stima dei 2.000 abitanti proviene dalle cronache e dalle associazioni locali, non da un censimento amministrativo pubblicato.

Sul piano giuridico occorre distinguere il diritto ad accedere a un quantitativo essenziale di acqua dalla possibilità di ottenere un nuovo contratto per un immobile abusivo. L’articolo 48 del DPR (decreto del Presidente della Repubblica) 380 del 2001 vieta alle aziende di erogare servizi pubblici alle opere prive del necessario titolo edilizio, salvo le situazioni e le pratiche di sanatoria ammesse dalla stessa disposizione. Il decreto legislativo 18 del 2023 disciplina invece qualità, sicurezza e controlli dell’acqua destinata al consumo umano. La regolazione nazionale individua inoltre in 50 litri al giorno per persona il quantitativo minimo vitale tutelato per le utenze economicamente disagiate, ma questa garanzia opera nel quadro di un rapporto di fornitura legittimamente costituito e non elimina automaticamente i vincoli urbanistici. La Corte costituzionale ha definito l’acqua una risorsa comune da salvaguardare secondo solidarietà, collegandola alla tutela di valori fondamentali, senza tuttavia trasformare tale principio in una sanatoria edilizia o in un diritto incondizionato a qualsiasi forma di allaccio.

Il Codacons (Coordinamento delle associazioni per la difesa dell’ambiente e dei diritti degli utenti e dei consumatori) ha contestato l’interruzione, sostenendo che la repressione degli abusi non possa tradursi nella privazione indiscriminata di un bene necessario alla salute, soprattutto in presenza di bambini, anziani e persone con disabilità. Il 10 luglio Michele Catanzaro e Giovanna Iacono deputati del Partito democratico, anno chiesto soluzioni tecniche e normative capaci di tutelare i residenti senza derogare alla legalità. Durante le celebrazioni conclusive di San Calogero del 12 luglio, l’arcivescovo Alessandro Damiano ha ricordato che la carenza idrica agrigentina ricorre già negli articoli degli anni Sessanta e ha invitato le istituzioni a individuare rimedi immediati, accompagnati da una regolarizzazione stabile delle situazioni definibili.

Mentre ad Agrigento l’acqua assume i contorni di un’emergenza sociale, nelle campagne la terza ondata di calore del 2026 accresce il fabbisogno irriguo. Gli esperti hanno ricondotto il fenomeno a una configurazione atmosferica “a omega”, determinata da una depressione a ovest della Penisola iberica e da una seconda area di bassa pressione tra l’Europa orientale e il Mar Nero. Questa disposizione richiama aria calda di origine desertica verso il Mediterraneo centrale e può produrre valori superiori a 40 gradi nelle zone interne dell’Isola. Graziano Scardino, presidente regionale della Cia (Confederazione italiana agricoltori), ha chiesto alla Regione, ai Consorzi di bonifica e agli altri organismi competenti di rispettare i turni, riparare rapidamente i guasti e rafforzare la prevenzione degli incendi, poiché gli agrumeti in fruttificazione necessitano di apporti regolari e diffusi.

Nel territorio di Ribera nella provincia di Agrigento, la prima irrigazione di soccorso è partita in ritardo ed è proseguita in modo discontinuo. Secondo l’agronomo Paolo Ganduscio (anche imprenditore agricolo del luogo, considerato un vero e proprio ambasciatore delle arance siciliane, gestisce un’azienda di famiglia con 10 ettari di agrumeti, specializzata nella coltivazione delle pregiate varietà Washington Navel e Vaniglia), circa il 40% delle aziende ha subito interruzioni riconducibili alle perdite delle condotte e dell’adduttore proveniente dalla diga Castello. Parte dell’acqua è defluita nel fiume Magazzolo e da lì verso il mare, mentre gli aranceti avrebbero già registrato cascole vicine al 50%. Un documento dei Liberi Agricoltori descrive la condotta come priva da oltre 20 anni di un’efficiente protezione catodica, cioè del sistema che limita la corrosione dei tubi metallici. Le rotture obbligano a sospendere ripetutamente l’erogazione, allungano i turni oltre un mese e determinano, secondo la stessa associazione, un volume disperso pari a circa il doppio del reale fabbisogno delle imprese. La richiesta avanzata alle Istituzioni locali è il rifacimento completo dell’infrastruttura, ritenuto più efficace delle continue riparazioni provvisorie.

La preoccupazione coinvolge anche l’olivicoltura. Mario Terrasi, presidente di Oleum Sicilia, ha spiegato che gli ulivi sopportano meglio degli agrumi brevi periodi asciutti, ma una nuova fase di afa può annullare i benefici delle piogge invernali. La fioritura irregolare e le difficoltà climatiche inducono l’organizzazione a ipotizzare una produzione inferiore di circa il 40% rispetto alla media storica regionale. Si tratta di una valutazione preliminare, ancora soggetta all’andamento delle temperature, delle precipitazioni e delle irrigazioni nelle prossime settimane.

Nella notte tra il 9 e il 10 luglio numerose microinterruzioni elettriche hanno provocato guasti agli impianti e alle condotte di Siracusa. Il disservizio ha interessato Borgata, Ortigia, Plemmirio, Capo Murro di Porco e le zone alte e centrali alimentate dai serbatoi di Bufalaro. Aretusacque ha comunicato l’11 luglio il completamento delle riparazioni, precisando che il ritorno alla normalità richiedeva il graduale riempimento dei serbatoi e l’eliminazione delle sacche d’aria. Il giorno seguente persistevano difficoltà soprattutto nella parte più elevata di Ortigia, dove la pressione impiega più tempo a stabilizzarsi.

Il 12 luglio l’aumento delle temperature, il vento e la vegetazione secca hanno favorito numerosi incendi. A Siracusa un vasto rogo divampato fra via Antonello da Messina e via Bulgaria ha minacciato condomini, automobili e un distributore di carburante. Il fumo ha costretto diversi abitanti a uscire temporaneamente dalle case, mentre Vigili del fuoco, volontari della Protezione civile e Carabinieri intervenivano per contenere le fiamme e isolare l’area. Nel Palermitano sono stati segnalati 33 incendi e 47 squadre impegnate, con 2 elicotteri della flotta forestale utilizzati a Villafrati. Nel Catanese i fronti più difficili hanno interessato Passo Martino, Coda Volpe e Belpasso, dove il fuoco ha raggiunto ampie superfici di vegetazione e si è avvicinato alle abitazioni.

Eppure solo dal 2024 la Sicilia ha beneficiato dell’Accordo per lo sviluppo e la coesione, sottoscritto a Palermo il 27 maggio di quell’anno dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dal presidente della Regione Siciliana Renato Schifani. L’intesa ha sbloccato 6,862 miliardi di euro del FSC (Fondo per lo sviluppo e la coesione) per il ciclo 2021-2027, lo stanziamento più rilevante firmato a livello nazionale, destinandolo a 580 interventi infrastrutturali e di riqualificazione distribuiti nell’Isola. Le risorse hanno riguardato soprattutto competitività delle imprese, transizione ecologica, tutela ambientale, mobilità sostenibile e rigenerazione urbana. Nel 2025 la spesa degli enti territoriali è aumentata, in particolare nella parte in conto capitale, cioè quella destinata agli investimenti, anche per effetto dell’attuazione delle politiche di coesione e del PNRR. Al 15 aprile 2026 alla Sicilia risultavano assegnati 12,6 miliardi di euro per interventi da realizzare nel territorio regionale o a favore di soggetti privati con sede nell’Isola, pari all’8,6% del totale nazionale. A fine 2025 le gare finanziate dal Piano erano circa 17.000, per un valore di 6,4 miliardi, con aggiudicazioni pari a circa il 75% dell’importo bandito, mentre i pagamenti effettuati ammontavano a quasi 4,8 miliardi, pari al 38,6% dei finanziamenti.

La vicenda quindi lega insieme fenomeni differenti ma dipendenti dalla stessa fragilità. La siccità naturale riduce le riserve, il caldo moltiplica i consumi agricoli e civili, le reti deteriorate disperdono una parte enorme della risorsa disponibile, le procedure urbanistiche irrisolte trasformano l’approvvigionamento in un conflitto sociale e gli incendi richiedono altra acqua proprio quando questa diventa più difficile da distribuire. Gli aiuti alle aziende: i laghetti e i piccoli dissalatori rappresentano strumenti utili, ma non possono sostituire la ricostruzione delle condotte, la manutenzione programmata, il controllo delle perdite, la definizione delle pratiche pendenti e un sistema pubblico capace di prevenire le crisi anziché inseguirle. A 57 anni dal servizio televisivo di Sciascia, la domanda resta sostanzialmente la stessa: non soltanto quanta acqua possiede la Sicilia, ma quanta riesce davvero a conservare e a consegnare.