Sicilia. 72,4 milioni contro l’erosione: Goletta Verde chiede di cambiare rotta

La campagna ambientalista denuncia consumo di suolo, opere rigide e carenza di pianificazione. Particolarmente critica è la situazione della costa ionica tra Taormina e Scaletta Zanclea sulla costa ionica messinese

Sintesi

Goletta Verde nacque nel 1986 per controllare lo stato delle acque e richiamare l’attenzione sulla tutela del mare, quando in Italia mancava ancora un sistema pubblico organico di monitoraggio. Nei decenni successivi la crescente urbanizzazione dei litorali, la costruzione di porti, strade e abitazioni vicino alla battigia, la riduzione dei sedimenti trasportati dai corsi d’acqua e il ricorso a scogliere e barriere hanno modificato numerosi tratti della costa siciliana. Tra il 2024 e il 2025 sono emerse nuove criticità nelle opere realizzate a Sant’Alessio Siculo, mentre una mareggiata del gennaio 2025 ha distrutto una porzione del lungomare di Santa Teresa di Riva, successivamente ricostruita. Nel gennaio 2026 il ciclone Harry ha provocato ulteriori danni lungo il versante ionico dell’isola, riaprendo il confronto sull’efficacia delle difese rigide e sull’opportunità di lasciare maggiore spazio alle dinamiche naturali delle spiagge. Il 14 luglio 2026, durante la tappa di Capo d’Orlando, è stato esposto lo striscione “Giù le mani dalla costa” e presentato il rapporto “Coste siciliane alla deriva”, secondo il quale in circa 10 km di litorale messinese sarebbero stati impegnati 72,4 milioni di euro senza eliminare le cause strutturali dell’erosione. L’analisi richiama inoltre l’elevata densità edilizia del centro tirrenico, la progressiva riduzione degli arenili liberamente accessibili, il peso delle seconde case e la pressione esercitata da stabilimenti, infrastrutture e attività commerciali. Le soluzioni indicate consistono nella tutela effettiva della fascia prossima alla battigia, nell’arretramento graduale delle opere maggiormente esposte, nell’impiego di interventi flessibili e reversibili, nel trasferimento della viabilità verso l’interno e nel ripristino del naturale apporto dei sedimenti.

Articolo

La manifestazone di protesta il 14 luglio 2026 a Capo d’Orlando (comune della Città metropolitana di Messina, in Sicilia, affacciato sul mar Tirreno) ha aperto la tappa isolana di Goletta Verde, la campagna itinerante promossa da Legambiente per la salvaguardia del mare e dei litorali. Dall’imbarcazione è stato srotolato lo striscione “Giù le mani dalla costa”, scelto per richiamare l’attenzione sull’arretramento delle spiagge, sull’espansione edilizia nelle aree retrostanti e sugli effetti che il riscaldamento climatico e gli eventi estremi producono su territori già fortemente trasformati. Nella stessa occasione è stato illustrato il rapporto “Coste siciliane alla deriva”, contenente dati, casi territoriali e 5 indicazioni per sostituire la gestione emergenziale con una programmazione di lunga durata.

L’iniziativa si inserisce nel 40º anniversario della campagna, avviata nel 1986 con una prima navigazione partita da Genova. All’epoca non esisteva ancora una rete pubblica completa per verificare la qualità delle acque marine e l’imbarcazione ambientalista contribuì a rendere visibili scarichi, insufficienze della depurazione e trasformazioni dei litorali. In 4 decenni il progetto avrebbe percorso complessivamente circa 160.000 km, ampliando progressivamente il proprio campo d’azione dalla balneazione alla crisi climatica, dall’energia alle pressioni urbanistiche sulle coste.

L’erosione non può tuttavia essere descritta come un fenomeno completamente estraneo alla natura. Le spiagge sono sistemi mobili, soggetti a variazioni stagionali e allo spostamento continuo di sabbia e ghiaia. Le attività umane possono però accelerare o rendere permanente l’arretramento attraverso l’occupazione della fascia costiera, le dighe e le sistemazioni dei fiumi che trattengono i materiali, i porti che interrompono le correnti litoranee e le opere rigide che modificano la distribuzione dell’energia delle onde. Anche la crescita del livello marino, la subsidenza e l’intensificazione delle mareggiate possono aggravare situazioni già compromesse. L’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) riconosce infatti la compresenza di cause naturali e antropiche e rileva che le protezioni artificiali, quando non sono progettate considerando l’intera unità fisiografica, possono trasferire l’erosione verso i tratti adiacenti.

È il cosiddetto effetto sottoflutto: una barriera può trattenere i sedimenti da un lato, riducendone la disponibilità nel settore successivo. Per tale ragione una scogliera capace di difendere temporaneamente una strada o un edificio non coincide necessariamente con la protezione dell’intera spiaggia. In Italia più di 1.500 km di costa risultavano già interessati nel 2020 da opere rigide, pari a circa il 18% dello sviluppo litoraneo nazionale, con una crescente artificializzazione degli ambienti di transizione tra terra e mare.

La situazione appare particolarmente delicata lungo il versante compreso tra Taormina e Scaletta Zanclea, entrambi comuni della Città metropolitana di Messina, dove abitazioni, ferrovie, strade statali e lungomari occupano una fascia molto ristretta tra i rilievi e lo Ionio. Il rapporto definisce questo sistema una “città lineare” estesa per oltre 20 km e sostiene che la continua necessità di proteggere infrastrutture costruite vicino alla battigia abbia alimentato un circuito nel quale il danno produce l’emergenza, l’emergenza rende disponibili nuovi finanziamenti e le successive opere provocano ulteriori alterazioni.

Nel tratto di circa 10 km esaminato sarebbero stati destinati complessivamente 72,4 milioni di euro a ricostruzioni, barriere, pennelli e interventi successivi alle mareggiate. La cifra costituisce il totale elaborato dall’associazione sulla base degli atti richiamati nel proprio studio e non rappresenta una singola opera né un unico stanziamento. La contestazione riguarda soprattutto la frammentazione dei progetti, concepiti per proteggere singoli settori senza valutare congiuntamente il movimento dei sedimenti lungo tutto il litorale.

A Sant’Alessio Siculo (comune della Città metropolitana di Messina, in Sicilia, sulla costa ionica) la barriera sommersa, consegnata nella parte principale all’inizio del 2024 e collegata a un investimento indicato in circa 32 milioni di euro, viene presentata nel rapporto come esempio delle criticità delle difese rigide. L’analisi ambientalista collega l’opera alla forte riduzione dell’arenile e segnala problemi emersi durante le mareggiate. Una valutazione differente è stata espressa nel febbraio 2026 da Domenico Aliberti (sindaco eletto con la lista civica Uniamo Sant’Alessio), secondo il quale la struttura avrebbe evitato conseguenze più gravi per il centro abitato, pur avendo riportato cedimenti nel settore settentrionale e danni quantificati dall’amministrazione tra 3 e 4 milioni di euro.

A Santa Teresa di Riva (altro comune della Città metropolitana di Messina, in Sicilia, sulla costa ionica) una mareggiata collegata alla perturbazione Gabri distrusse il 18 gennaio 2025 circa 140 metri di lungomare. I lavori di messa in sicurezza furono dichiarati conclusi dalla Regione il 17 luglio dello stesso anno. Il successivo passaggio del ciclone Harry, tra il 19 e il 21 gennaio 2026, causò nuovi danneggiamenti su una porzione molto più estesa del fronte marino. Nel febbraio seguente furono avviate le procedure per 14 pennelli in massi lavici distribuiti lungo circa 3,3 km, accompagnati da ripascimento, nell’ambito di un progetto da 10 milioni di euro già collegato a una gara precedente all’evento estremo.

Nel luglio 2026 il sindaco Danilo Lo Giudice (appartenente all’area civica di Sud chiama Nord) ha rivendicato la rapidità della ricostruzione, riferendo che circa 2,5 km di litorale erano stati colpiti e che gli interventi principali erano stati completati in 5 mesi. La posizione amministrativa considera quindi le nuove opere una protezione necessaria per case, collegamenti e attività economiche. La lettura del rapporto resta invece critica, poiché la realizzazione di pennelli in un comune potrebbe ridurre il materiale trasportato verso quello confinante. A Furci Siculo (comune della medesima area metropolitana e regione) vengono infatti prospettate barriere sommerse per circa 20 milioni di euro, destinate a trattenere sedimenti la cui circolazione potrebbe essere ulteriormente modificata dalle strutture vicine.

Un esempio opposto viene individuato a Nizza di Sicilia (anch’esso comune della Città metropolitana di Messina, in Sicilia, sulla costa ionica), dove il lungomare arretrato lascia una fascia libera nella quale le onde possono perdere energia. Dopo il ciclone del gennaio 2026, la spiaggia avrebbe ricostituito spontaneamente il proprio profilo senza danni rilevanti alle strutture retrostanti. Giovanni Randazzo (docente di geologia ambientale e dinamica dei litorali all’Università di Messina, senza incarichi partitici indicati) ha richiamato questo caso per sostenere che l’adattamento, la disponibilità di spazio e la mobilità naturale della sabbia possono offrire risultati più duraturi rispetto alla difesa indiscriminata della linea di costa. L’esperienza non costituisce una soluzione automaticamente applicabile a ogni territorio, ma dimostra l’utilità di valutare arretramento e rinaturalizzazione prima di scegliere nuove opere permanenti.

A Capo d’Orlando, centro tirrenico che ha ospitato la presentazione, il consumo di suolo viene rappresentato attraverso il rapporto tra residenti e volumetria edificata. I dati demografici aggiornati al 1º gennaio 2026 indicano 13.065 abitanti, una superficie comunale di circa 14,60 km² e una densità prossima a 895 abitanti per km². Il rapporto calcola invece una densità potenziale di circa 2.600 abitanti per chilometro quadrato sulla base degli immobili disponibili, cita più di 40.000 vani e attribuisce oltre il 50% del patrimonio alle seconde case. In sostanza, considerando tutte le abitazioni già costruite, Capo d’Orlando potrebbe ospitare teoricamente circa 2.600 persone per ogni km², molte più di quelle che vi risiedono stabilmente. Nel territorio ci sarebbero oltre 40.000 stanze e più della metà delle case sarebbe utilizzata come seconda abitazione, soprattutto per vacanze o soggiorni temporanei. Questi valori sono stime contenute nello studio ambientalista e devono essere letti come indicatori della capacità residenziale teorica, non come popolazione effettivamente presente.

La presenza di costruzioni e strade a poca distanza dal mare riduce la possibilità della spiaggia di arretrare durante le fasi più intense e di recuperare successivamente i sedimenti. Quando lo spazio retrostante è completamente occupato, ogni perdita di sabbia viene percepita come una minaccia immediata per beni e servizi, facendo aumentare la richiesta di protezioni. Il vantaggio immobiliare ottenuto nel breve periodo viene così accompagnato da costi pubblici per manutenzione, ricostruzione, sicurezza idrogeologica e adeguamento delle reti urbane.

La disciplina siciliana risale all’articolo 15 della legge regionale n. 78 del 1976, che stabilisce una fascia di inedificabilità di 150 metri dalla battigia, fatte salve le opere direttamente destinate alla fruizione del mare e gli interventi sul patrimonio esistente senza aumento di volume. La Corte costituzionale, con la sentenza n. 72 del 2025, ha confermato che tale limite opera direttamente anche nei confronti dei privati e non dipende dall’approvazione successiva degli strumenti urbanistici.

La sentenza n. 108 del 2022 ha invece censurato disposizioni regionali riguardanti concessioni e domande presentate in assenza dei PUDM (Piani di Utilizzo delle Aree Demaniali Marittime), strumenti destinati a programmare stabilimenti, accessi, aree libere, servizi e tutela paesaggistica. La decisione n. 147 del 2023 ha riaffermato la necessità della pianificazione per gli interventi connessi agli impianti balneari collocati anche su proprietà private. La n. 109 del 2024 ha dichiarato illegittima una norma siciliana che ampliava i termini per chiedere proroghe delle concessioni, ritenendola incompatibile con i principi statali ed europei sulla concorrenza.

Il quadro nazionale è stato successivamente modificato dal decreto-legge n. 131 del 2024, convertito nella legge n. 166 dello stesso anno, che ha mantenuto in via generale l’efficacia dei titoli esistenti fino al settembre 2027 e ha disciplinato l’avvio delle nuove procedure comparative. La sentenza n. 89 del 2025 ha inoltre ribadito che i criteri essenziali delle gare e degli eventuali indennizzi appartengono alla competenza statale, impedendo alle regioni di introdurre regimi autonomi contrastanti con l’ordinamento nazionale ed europeo.

Alla trasformazione fisica degli arenili si aggiunge la qualità delle acque. Reti fognarie incomplete, impianti insufficienti e scarichi non conformi costituiscono una pressione distinta dall’erosione, ma capace di ridurre ulteriormente il valore ambientale e turistico delle coste. Nell’aprile 2026 la Regione Siciliana ha affidato alla struttura commissariale 30 progetti per la depurazione, con risorse complessive indicate in circa 350 milioni di euro, comprendenti agglomerati coinvolti in procedure d’infrazione e sentenze europee. Il dato conferma che il problema non coincide con un generico “collasso” di tutti gli impianti siciliani, ma riguarda numerosi sistemi ancora da completare, ampliare o adeguare.

Tommaso Castronovo (presidente regionale dell’associazione ambientalista) ha indicato come priorità la protezione uniforme della fascia dei 150 metri, l’arretramento progressivo delle infrastrutture esposte, l’impiego di soluzioni reversibili e adattabili, il trasferimento verso l’entroterra delle principali direttrici viarie e il recupero del trasporto naturale dei sedimenti ostacolato dalle opere fluviali e marittime. La strategia proposta non esclude ogni difesa, ma chiede che ciascun intervento sia inserito in una pianificazione estesa all’intero sistema costiero.

Laura Brambilla (portavoce nazionale della campagna) ha aggiunto che l’obiettivo non può più essere la “difesa a ogni costo”. La linea suggerita consiste nell’accettare la mobilità dei litorali, ridurre l’occupazione permanente degli arenili, accelerare la mitigazione climatica e scegliere opere capaci di essere modificate o rimosse quando cambiano le condizioni. L’equilibrio richiesto coinvolge tutela ambientale, fruizione pubblica, economia balneare, sicurezza delle comunità e prospettive dell’entroterra, poiché una spiaggia non rappresenta soltanto una superficie turistica, ma una difesa naturale e un bene collettivo.