Sintesi
Dal luglio 2023, quando l’operazione Resurrezione colpì la famiglia mafiosa di Resuttana, fino alla maxioperazione Grande Inverno del febbraio 2025 e all’escalation di attentati iniziata nel novembre successivo, le indagini hanno ricostruito la persistente capacità di Cosa nostra di rigenerare vertici e manovalanza nei quartieri occidentali di Palermo. Il 14 luglio 2026 il processo abbreviato sul mandamento di San Lorenzo-Tommaso Natale si è concluso con pene complessivamente superiori a 3 secoli di carcere e 2 assoluzioni, mentre fonti giornalistiche discordanti non consentono ancora di certificare il numero esatto delle condanne. Nello stesso giorno la Corte d’appello ha rideterminato diverse pene nel procedimento su Resuttana e sono proseguiti gli interrogatori degli indagati nella nuova inchiesta sulla cosiddetta banda dei Kalashnikov. L’operazione del 13 luglio ha comportato 15 nuovi fermi e il coinvolgimento di altri 7 soggetti già detenuti, accusati a vario titolo di estorsioni, intimidazioni armate e traffico di droga. Secondo l’accusa, ordini, contabilità e minacce sarebbero stati trasmessi dal carcere mediante telefoni clandestini, mentre restano da individuare i custodi delle armi, i fornitori e gli eventuali livelli superiori della catena di comando. Nelle stesse ore sono comparse nuove cartoline anonime contro il reclutamento mafioso ed è stato scoperto allo Sperone un arsenale con stupefacenti, nell’ambito però di un’indagine distinta.

Articolo
Il mandamento mafioso di San Lorenzo-Tommaso Natale non corrisponde a una circoscrizione amministrativa, ma indica la tradizionale aggregazione territoriale attraverso la quale Cosa nostra coordina più famiglie e ripartisce potere, attività illecite e controllo sociale. Il comprensorio investigativo interessa soprattutto Palermo e comprende San Lorenzo, Tommaso Natale, Zen, Marinella, Sferracavallo e Partanna Mondello, quartieri o borgate della zona settentrionale e nord-occidentale della città (ZEN significa Zona Espansione Nord, denominazione urbanistica del vasto complesso residenziale oggi ufficialmente chiamato San Filippo Neri). Le recenti inchieste non rappresentano quindi l’origine del mandamento, che appartiene alla struttura storica dell’organizzazione, ma documentano una nuova fase di ricomposizione successiva agli arresti e alle scarcerazioni dei precedenti vertici.

Un primo passaggio della vicenda più recente risale al 10 luglio 2023, quando l’operazione Resurrezione portò a 18 misure cautelari contro il gruppo di Resuttana (quartiere della parte settentrionale di Palermo). La Squadra mobile e lo SCO (Servizio centrale operativo) ricostruirono una rete accusata di associazione mafiosa, estorsioni, droga e detenzione illegale di armi. Secondo gli investigatori, il sodalizio avrebbe condizionato anche i servizi funerari collegati all’ospedale Villa Sofia, imponendo il pagamento del pizzo alle imprese del settore. Salvatore Genova, imputato indicato dall’accusa come reggente della famiglia mafiosa, sarebbe tornato a esercitare un ruolo di comando dopo la scarcerazione, riallacciando rapporti con esponenti di altre articolazioni cittadine.

Il processo di primo grado su questo filone fu definito il 4 novembre 2024. Il 14 luglio 2026 la seconda sezione della Corte d’appello, presieduta da Fernando Sestito (magistrato), ha rideterminato le pene di una parte degli imputati, 8 anni e 8 mesi per Michelangelo Messina, 6 anni e 8 mesi ciascuno per Benedetto Alerio e Giovanni Quartararo e 4 anni, 10 mesi e 20 giorni per Antonino Fontana. Per Agostino Affatigato è stata disposta l’immediata liberazione dopo che la persona indicata come vittima aveva escluso minacce e riconoscimenti e si era accertata l’assenza della trascrizione di una telefonata ritenuta centrale.
Il secondo snodo è l’operazione Grande Inverno del febbraio 2025, che coinvolse 181 persone ritenute vicine ai mandamenti di Porta Nuova, Pagliarelli, Tommaso Natale, San Lorenzo e ad altre strutture mafiose del territorio palermitano. L’inchiesta riguardava, fra le altre contestazioni, associazione mafiosa, estorsioni, traffico di stupefacenti, scommesse abusive e gioco clandestino. Gli sviluppi successivi mostrarono, secondo l’accusa, come gli arresti non avessero impedito una rapida sostituzione dei vertici e la prosecuzione degli affari.
Da quel procedimento è nato il giudizio abbreviato definito il 14 luglio 2026 da Carmen Salustro (Giudice dell’udienza preliminare), sulla base delle richieste formulate dai Pubblici ministeri Giovanni Antoci, Felice De Benedittis e Andrea Fusco (magistrati della Procura di Palermo). Il rito abbreviato è un procedimento che, di regola, permette al giudice di decidere utilizzando gli atti già raccolti e comporta, in caso di condanna per delitti, una riduzione della pena. Il verdetto ha superato complessivamente 3 secoli di reclusione e ha disposto 2 assoluzioni, ma la sentenza resta impugnabile e non è definitiva.
Secondo la ricostruzione accusatoria, Nunzio e Domenico Serio avrebbero assunto la reggenza della cosca dopo l’investitura ricevuta da Salvatore Lo Piccolo, mentre Francesco Stagno sarebbe stato il loro collaboratore più vicino. Al primo è stato contestato di avere impartito direttive anche dal carcere di Agrigento attraverso un cellulare clandestino. Le intercettazioni avrebbero inoltre fatto emergere una chat destinata al coordinamento del traffico di stupefacenti tra differenti mandamenti. La crescita dei gruppi più giovani dello Zen avrebbe provocato contrasti con esponenti anziani, che li definivano con disprezzo “i cani con la barba”, espressione indicativa della difficoltà della vecchia guardia nel controllare le nuove leve.
L’elenco pubblicato delle decisioni riporta: Pietro Capraro, 6 anni; Marco Cernigliaro, 2 anni; Domenico Ciaramitaro, 12 anni; Emanuele Cosentino, 7 anni e 6 mesi; Giovanni Cusimano, 12 anni; Antonino De Luca, 6 anni e 8 mesi; Mario Ferrazzano, 16 anni; Salvatore Finocchio, 9 anni e 4 mesi; Rosario Gennaro, 4 anni; Salvatore Varsalona, 9 anni e 6 mesi; Carmelo Maranzano, 6 anni; Francesco Iraci, 11 anni e 6 mesi; Khemais Lausgi, 9 anni; Gaetano Licata, 4 anni; Mariano Lo Iacono, 10 anni e 8 mesi; Mirko Lo Iacono, 6 anni e 8 mesi; Paolo Lo Iacono, 18 anni; Salvatore Lombardo, 8 anni; Angelo Maranzano, 9 anni e 4 mesi; Gianluca Spano, 6 anni; Francesco Stagno, 20 anni; Domenico Serio, 20 anni; Nunzio Serio, 20 anni; Salvatore Serio, 11 anni; Tommaso Spataro, 10 anni e 8 mesi; Antonino Mazza, 15 anni e 8 mesi; Francesco Militano, 12 anni e 8 mesi; Salvatore Maranzano, 11 anni e 8 mesi; Amedeo Romeo, 11 anni; Francesco Scarpisi, 10 anni e 8 mesi; Girolamo Semprecondio, 2 anni; Carmelo La Mattina, 2 anni e 4 mesi. Sono stati assolti Guglielmo Rubino e Salvatore Ruvolo. Il Giudice ha riconosciuto il diritto al risarcimento in favore del Comune, della Federazione antiracket, dello Sportello di solidarietà, di Assoimpresa, del Centro studi Pio La Torre, di Confcommercio e di Sos Impresa.
Un ruolo significativo sarebbe stato esercitato dalla famiglia Lo Iacono nella gestione della cassa delle estorsioni, delle spedizioni punitive e dei rapporti con le piazze di spaccio. Secondo gli atti riportati nelle cronache, a chi vendeva marijuana o hashish sarebbe stata imposta una contribuzione mensile compresa fra 200 e 300 euro, maggiore per il commercio di cocaina. Le pressioni avrebbero coinvolto esercenti, ristoratori, commercianti e operatori dei mercatini di Sferracavallo e Partanna Mondello, ai quali sarebbero stati indicati anche prodotti e fornitori graditi alla cosca.
Mentre i processi seguivano il loro corso, dal novembre 2025 una sequenza di incendi, bottiglie con liquido infiammabile, danneggiamenti, richieste di denaro e colpi d’arma da guerra ha interessato Tommaso Natale, Sferracavallo, Mondello (borgata marinara di Palermo), Isola delle Femmine, Capaci e Carini (comuni della Città metropolitana di Palermo). L’11 giugno 2026 una prima operazione ha condotto al fermo di 8 giovani. Le accuse riguardavano a vario titolo tentate estorsioni, attentati e un episodio di tentato omicidio, mentre non tutti gli attacchi contro la società di autonoleggio Sicily by Car risultavano allora automaticamente collegati allo stesso fascicolo.
Il nuovo filone individua in Salvatore Verga, detenuto nel carcere di Trani (comune della provincia di Barletta-Andria-Trani, in Puglia), uno dei presunti promotori della successiva offensiva criminale. Secondo la Direzione distrettuale antimafia, il detenuto avrebbe adoperato telefoni introdotti illegalmente per impartire ordini, seguire le azioni intimidatorie e dirigere una rete di compravendita di cocaina, crack, hashish e marijuana. Gli investigatori avrebbero ricostruito rapporti con fornitori calabresi e un debito di 100.000 euro nei confronti di Pasquale Romeo, soggetto comparso in un diverso procedimento antimafia.
Il materiale esaminato descrive anche approvvigionamenti di hashish provenienti da Barcellona (città della Catalogna, in Spagna), pagamenti in bitcoin (moneta digitale basata su una rete informatica decentralizzata), contabilità annotata con soprannomi e telefoni definiti “citofoni”, ossia apparecchi e SIM destinati a comunicare con un solo interlocutore. Fra i conteggi sarebbero comparsi debiti per decine di migliaia di euro e somme da recuperare presso spacciatori e clienti.
Il capitolo delle armi rimane uno dei più delicati. Alessio D’Agostino (collaboratore di giustizia che ha iniziato a rendere dichiarazioni il 9 maggio 2026) ha riferito che borsoni contenenti fucili d’assalto e pistole sarebbero arrivati dalla Puglia. Le indagini cercano di stabilire chi abbia organizzato il trasporto, chi abbia ricevuto il carico e dove siano custoditi i diversi arsenali. Il riferimento in codice “Pocket Coffee” sarebbe stato usato per indicare un Kalashnikov, mentre il soprannome “bomba atomica” avrebbe identificato il presunto mandante detenuto. Tali elementi costituiscono dichiarazioni e ipotesi investigative ancora bisognose di riscontri completi.
Gli accertamenti balistici citati nelle carte avrebbero collegato uno stesso AK-47 (sigla che indica il fucile d’assalto Avtomat Kalašnikova modello 1947) a più episodi avvenuti fra via San Lorenzo, Sferracavallo e via Don Minzoni. Rimangono aperte la ricerca dell’arma, l’identificazione di chi l’abbia materialmente utilizzata e l’eventuale presenza di soggetti gerarchicamente superiori. L’ipotesi investigativa è che la manovalanza fosse impiegata per collocare bottiglie incendiarie, eseguire danneggiamenti e riscuotere il pizzo, mentre le azioni armate più complesse potessero essere affidate a persone maggiormente fidate.
Il 13 luglio 2026 il Comando provinciale dei Carabinieri ha eseguito 15 nuovi fermi disposti dalla Procura guidata da Maurizio de Lucia Procuratore capo della Procura di Palermo. Nove provvedimenti riguardano indagati per estorsioni, tentate estorsioni e disponibilità di armi comuni o da guerra con aggravante mafiosa, mentre gli altri 6 interessano il presunto traffico di stupefacenti. Ulteriori 7 persone, già detenute per altre ragioni, sono state coinvolte nello stesso fascicolo. Il totale di 22 indica quindi tutti i soggetti raggiunti dall’attività, non 22 nuovi arresti eseguiti in libertà.
Il 14 luglio Gioacchino Buzzotta, Gian Mattia Celestino, Giuseppe Pirotta, Manuel e Matteo Salamone, Baldassare Rizzuto, Massimiliano Clemente e Salvatore Ariolo, tutti indagati privi di incarichi pubblici indicati nelle fonti, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere davanti a Filippo Serio (giudice per le indagini preliminari). Gli interrogatori erano destinati a proseguire nei giorni immediatamente successivi, prima delle decisioni sulla convalida dei fermi. Per tutti vale la presunzione di innocenza sino a un’eventuale sentenza definitiva.
A Pirotta viene attribuita, nel materiale investigativo, una serie di intimidazioni compiute nella notte del 7 maggio mediante una Fiat Panda rubata. Sarebbero stati colpiti il bar Sweet Life, le pizzerie Sunset e Ulisse e Villa Montalbano. L’identificazione sarebbe avvenuta attraverso le telecamere e il confronto fra abbigliamento, calzature e andatura. Nei giorni successivi il giovane avrebbe inoltre avvicinato il titolare del ristorante Sea Fruit’s e un venditore ambulante, prospettando pagamenti destinati al gruppo. Si tratta di contestazioni dell’accusa sulle quali la difesa dovrà potersi confrontare nelle sedi giudiziarie.
Un approfondimento autonomo riguarda gli attentati contro Tommaso Dragotto, imprenditore e fondatore della società di autonoleggio, colpito con raffiche di arma automatica e incendi che hanno danneggiato parte del parco veicoli. Un messaggio intercettato il 25 maggio avrebbe ordinato di incendiare una sede aziendale, ma gli investigatori devono ancora chiarire se ogni episodio derivi esclusivamente dal racket, da una ritorsione o da una convergenza fra differenti interessi criminali. Dalle prime verifiche è inoltre emerso che soltanto 2 fra le numerose vittime avrebbero formalmente denunciato le richieste estorsive.
Nelle ore successive all’operazione sono apparse allo Zen e in altri quartieri cartoline anonime con la frase “Se lavori per un mafioso, il tuo stipendio si chiama carcere”. La campagna, della quale non si conoscono gli autori, aveva già interessato Uditore e Acquasanta, anch’essi quartieri palermitani. I messaggi sono stati collocati vicino al bar Chéri, alla scuola Giovanni Falcone, alla parrocchia San Filippo Neri e in altri luoghi simbolici, con l’intento evidente di scoraggiare i giovani dall’offrire manodopera alle organizzazioni criminali.
Sempre il 14 luglio, ma nell’ambito di un’attività distinta, la Polizia ha scoperto in piazza Ignazio Calona, allo Sperone (quartiere sud-orientale di Palermo), un box contenente un fucile a pompa con matricola cancellata, 2 pistole Beretta, una penna-pistola artigianale, più di 130 munizioni, oltre 2,5 chilogrammi di hashish e 425 dosi di cocaina e crack. Le analisi su impronte, DNA e balistica dovranno accertare chi custodisse il deposito e se le armi siano state impiegate in precedenti azioni criminali. Non è stato finora dimostrato un collegamento diretto con la cosiddetta banda dei Kalashnikov.
Sul piano giuridico, l’associazione mafiosa si caratterizza per l’impiego della forza intimidatrice del vincolo associativo e per le conseguenti condizioni di assoggettamento e omertà. La Cassazione ha recentemente chiarito che, nelle estorsioni, una minaccia anche “silente”, fondata sulla fama criminale dell’organizzazione, può concorrere con l’aggravante dell’utilizzo del metodo mafioso perché le 2 disposizioni proteggono aspetti differenti.
L’introduzione o l’uso indebito di un telefono in carcere è punito dall’articolo 391-ter del Codice penale con la reclusione da 1 a 4 anni, elevata da 2 a 5 anni quando il fatto è commesso da un pubblico ufficiale, da un incaricato di pubblico servizio o da un avvocato. La stessa pena ordinaria si applica al detenuto che riceve o utilizza il dispositivo. Con la sentenza n. 18797 del 2026, la Cassazione ha inoltre stabilito che la conversazione effettuata dal detenuto mediante il telefono illecito può costituire corpo del reato ed essere utilizzata anche in un diverso procedimento.
Matteo Piantedosi ministro dell’Interno, ha sottolineato che le operazioni costituiscono il risultato di indagini complesse e di un controllo costante del territorio. Renato Schifani presidente della Regione Siciliana ed esponente di Forza Italia, ha espresso sostegno agli imprenditori che operano nella legalità, mentre Giorgia Meloni presidente del Consiglio e leader di Fratelli d’Italia, intervenuta a Palermo il 13 luglio, ha ribadito la necessità di non arretrare nel contrasto alla criminalità organizzata. Le associazioni antiracket hanno contemporaneamente richiamato l’esigenza di denunciare e di accompagnare la repressione con interventi contro povertà, emarginazione e reclutamento giovanile.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









