Sintesi
L’esperienza ha preso forma nel 2012 negli uffici giudiziari minorili di Reggio Calabria ed è stata consolidata l’anno seguente attraverso il coordinamento tra Magistratura ordinaria e minorile. Nel 2017 il percorso è diventato un accordo istituzionale sostenuto dallo Stato e dalla Calabria, ricevendo in seguito il riconoscimento dell’organo di autogoverno della Magistratura e ulteriori rinnovi. Nel 2024 la collaborazione è stata estesa ad altre amministrazioni, territori e realtà sociali. La Sicilia ha disciplinato nel 2025 propri interventi di sostegno e protezione. Nel 2026 una proposta condivisa da Maggioranza e Opposizione è stata approvata prima dalla Camera e poi definitivamente dal Senato. Il nuovo sistema prevede luoghi protetti, documenti di copertura, cambiamento delle generalità, assistenza psicologica, educativa, abitativa, sanitaria, economica e lavorativa. Al 16 luglio 2026 il provvedimento ha concluso l’iter parlamentare, ma attende ancora le successive formalità necessarie alla promulgazione, alla pubblicazione e all’entrata in vigore.

Articolo
“Liberi di scegliere” non nasce da un’elaborazione astratta, ma dall’esperienza maturata nei procedimenti riguardanti bambini e adolescenti cresciuti in famiglie mafiose. Il percorso iniziò nel 2012 a Reggio Calabria (comune capoluogo della Città metropolitana omonima, in Calabria), dove Roberto Di Bella (Magistrato messinese, oggi presidente del Tribunale per i minorenni di Catania e privo di appartenenza politica) osservò come alcuni figli delle cosche venissero educati fin dall’infanzia all’obbedienza criminale, alla vendetta, al silenzio e alla prosecuzione degli affari familiari. L’idea centrale era intervenire non per punire i minori a causa delle colpe dei genitori, ma per sottrarli a un ambiente capace di compromettere la loro libertà, sicurezza e crescita psicologica. Gli strumenti inizialmente utilizzati furono i provvedimenti civili sulla responsabilità genitoriale, compresa la sua limitazione o decadenza nei casi di grave pregiudizio.

Il primo coordinamento giudiziario risale al 21 marzo 2013, quando gli uffici del distretto reggino stabilirono modalità più rapide per trasmettere alla magistratura minorile le informazioni emerse nelle indagini antimafia. Il 17 gennaio 2017 il Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità sottoscrisse un’intesa con Libera, associazioni, nomi e numeri contro le mafie. Il 1° luglio dello stesso anno fu firmato l’accordo quadro tra i Ministeri della Giustizia e dell’Interno, la Regione Calabria e gli uffici giudiziari interessati. Il 31 ottobre il CSM (Consiglio superiore della magistratura) riconobbe il valore della pratica, che venne successivamente rinnovata a Roma (capitale d’Italia, nel Lazio) nel novembre 2019, ampliata il 31 luglio 2020 e ulteriormente rafforzata il 7 maggio 2024 con la partecipazione di amministrazioni statali, autorità antimafia, istituzioni scolastiche e universitarie, Conferenza episcopale italiana e realtà del Terzo settore.

I risultati comunicati durante la presentazione parlamentare del gennaio 2026 parlavano di oltre 200 minori coinvolti tra Reggio Calabria e Catania, 34 donne accompagnate in percorsi di allontanamento e 7 persone divenute collaboratrici o testimoni di giustizia. Si tratta di dati riferiti all’esperienza concreta del progetto e non di una statistica nazionale definitiva, ma mostrano come la rottura con l’ambiente criminale possa riguardare non soltanto i figli, ma anche madri e altri familiari intenzionati a sottrarsi alle imposizioni mafiose.
La Calabria aveva già inserito il progetto nella legge regionale n. 9 del 26 aprile 2018 contro la ’ndrangheta, collegandolo all’accordo del 2017, e con la legge n. 27 del 28 giugno 2023 aveva riconosciuto e sostenuto in modo specifico l’iniziativa “Giustizia e Umanità Liberi di Scegliere”. La Sicilia ha seguito un percorso autonomo con la legge regionale n. 24 del 5 giugno 2025, approvata dall’Assemblea regionale siciliana, dedicata al sostegno e alla protezione sociale delle persone inserite in contesti criminali. Successivi atti finanziari regionali hanno previsto 2.000.000 di euro per costruire una rete operativa capace di accompagnare minori e familiari fino all’inserimento nella nuova comunità e al raggiungimento dell’autonomia.
La trasformazione del modello in una disciplina nazionale è stata promossa attraverso 2 iniziative coordinate. Chiara Colosimo (deputata di Fratelli d’Italia e presidente della Commissione parlamentare antimafia) ha presentato alla Camera la proposta n. 2696, mentre Vincenza Rando (senatrice del Partito Democratico e vicepresidente di Libera) ha depositato al Senato il disegno n. 1721. Il testo condiviso è stato approvato all’unanimità dalla Camera il 1° luglio 2026, trasmesso a Palazzo Madama il giorno successivo con il numero 1951 e votato senza modifiche e con consenso unanime dal Senato il 15 luglio, assorbendo l’iniziativa parallela. La convergenza fra forze politiche contrapposte ha consentito di chiudere l’esame parlamentare senza rendere necessario un nuovo passaggio tra i 2 rami del Parlamento.
La tutela riguarda innanzitutto i figli minorenni di persone indagate, imputate o condannate per associazione criminale, associazione mafiosa, traffico di sostanze stupefacenti e reati aggravati dal metodo o dalla finalità mafiosa, quando sia già emerso un concreto pericolo per la loro integrità psicofisica. Sono compresi anche i minorenni coinvolti personalmente nei medesimi reati che dichiarino di voler uscire dal contesto criminale, le vittime di violenze o intimidazioni, i giovani di età inferiore a 25 anni già protetti durante la minore età e i genitori o responsabili familiari decisi ad allontanarsi insieme ai figli. Le nuove misure operano quando non ricorrono le condizioni per accedere ai programmi speciali destinati ai collaboratori e ai testimoni di giustizia.
L’Autorità giudiziaria potrà disporre il trasferimento immediato in località protette, l’impiego di documenti di copertura e, nelle situazioni più delicate, il cambiamento delle generalità. Sul versante sociale ed economico sono previsti assistenza pedagogica e psicologica, prosecuzione degli studi, conservazione del lavoro, formazione professionale, inserimento nella nuova realtà territoriale, assegni periodici, disponibilità di una casa, rimborso delle spese di trasferimento e sanitarie, accesso a prestiti agevolati e patrocinio legale a carico dello Stato anche oltre gli ordinari limiti reddituali. La possibilità di cambiare nome non sarà quindi automatica, ma dovrà essere valutata e indicata dall’autorità giudiziaria in relazione al rischio effettivo.
Il procedimento potrà iniziare in seguito a denunce, segnalazioni di servizi sociali, scuole ed enti assistenziali, informazioni provenienti dalle indagini oppure su richiesta dell’interessato. Il Procuratore presso il Tribunale per i minorenni dovrà raccogliere, quando compatibile con il superiore interesse del ragazzo, le dichiarazioni delle persone coinvolte e il parere della procura distrettuale competente. Il Giudice potrà quindi affidare l’esecuzione agli USSM (Uffici di servizio sociale per i minorenni), ai servizi comunali e sanitari oppure, nei casi che richiedono documenti di copertura o nuove generalità, al Servizio centrale di protezione. Gli atti potranno essere mantenuti segreti e l’assistenza sociale ed economica durerà fino a 2 anni, con una proroga massima di 1 anno.
La disciplina modifica inoltre il circuito delle comunicazioni giudiziarie. Quando un genitore viene sottoposto a custodia cautelare, condannato o coinvolto in indagini per gravi reati associativi o mafiosi, la Procura minorile dovrà ricevere le informazioni necessarie per verificare tempestivamente se i figli siano esposti a condizionamenti, violenze o altri pericoli. La Polizia giudiziaria e gli uffici requirenti saranno così tenuti a collegare più rapidamente il procedimento penale degli adulti con l’eventuale intervento civile a tutela dei bambini. Presso il Ministero della Giustizia sarà istituito anche un Comitato tecnico-scientifico incaricato di controllare i risultati e di trasmettere ogni anno una relazione al Parlamento.
Gli stanziamenti complessivi previsti ammontano a 1.840.615 euro per il 2026; 11.043.690 euro per il 2027; 11.822.681 euro per il 2028; 12.654.526 euro ogni anno dal 2029. Le somme copriranno il patrocinio legale, il sostegno psicologico, gli assegni, gli alloggi e le spese sanitarie. I decreti destinati a regolare modalità operative e criteri economici dovranno essere adottati entro 90 giorni dall’entrata in vigore.
Di Bella ha accolto il voto come il compimento di un itinerario lungo e faticoso, sottolineando soprattutto il valore della condivisione tra maggioranza e opposizione e la possibilità di offrire ai beneficiari una nuova identità e un’esistenza lontana dalle cosche. Giorgia Meloni (presidente del Consiglio e leader di Fratelli d’Italia) ha definito la disciplina uno strumento di prevenzione capace di proseguire l’eredità di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (magistrati siciliani assassinati da Cosa nostra nel 1992), affermando che “lo Stato offrirà un’alternativa di libertà a chi nasce in una famiglia mafiosa”. La presidente della Commissione antimafia ha sintetizzato il significato politico del risultato dichiarando: “Oggi celebriamo la vittoria della libertà”. Andrea Ostellari (sottosegretario alla Giustizia appartenente alla Lega) ha evidenziato che nessun figlio deve essere condannato a ereditare regole e appartenenze criminali dai propri genitori.
Il valore innovativo consiste nel rendere stabile un intervento che finora dipendeva soprattutto da protocolli, disponibilità territoriali e singoli provvedimenti giudiziari. Rimane comunque indispensabile evitare automatismi: l’appartenenza familiare non può trasformarsi in una presunzione di colpevolezza e ogni allontanamento dovrà essere fondato sul pericolo concreto, sul superiore interesse del minore, sull’ascolto delle persone coinvolte e sul controllo del Giudice.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









