Sintesi
Oggi, 7 ottobre 2026, Israele ricorda l’attacco di Hamas di tre anni fa, che ha provocato circa 1.200 morti e il rapimento di 251 persone. Il terzo anniversario è il primo senza ostaggi ancora trattenuti a Gaza, dopo il ritorno dei sopravvissuti e il recupero delle salme. Per le famiglie, il dolore continua.

Le responsabilità del fallimento della sicurezza pesano sulle elezioni israeliane del 27 ottobre. Nuove inchieste sostengono che Netanyahu abbia ricevuto avvertimenti prima dell’attacco, anche attraverso gli Emirati Arabi Uniti. Il premier ha smentito queste ricostruzioni. Resta da accertare chi sapesse che cosa e quando.

A Gaza i morti registrati hanno superato quota 74.000 e circa l’82% degli edifici risulta danneggiato. La popolazione affronta sfollamenti, carenza d’acqua, servizi sanitari compromessi e difficoltà nell’accesso agli aiuti. La tregua dell’ottobre 2025 ha ridotto i combattimenti, senza fermare le uccisioni. La vita quotidiana resta un’emergenza.

Restano aperti i procedimenti internazionali sulle responsabilità israeliane. La Corte penale internazionale ha emesso mandati d’arresto per Netanyahu e Gallant, mentre davanti alla Corte internazionale di giustizia si svolge il procedimento avviato dal Sudafrica sul genocidio. Una commissione indipendente dell’Onu ha già concluso che a Gaza è stato commesso un genocidio. Sono atti diversi, con conseguenze diverse.

Articolo
Il ricordo della strage
Oggi, 7 ottobre 2026, ricorre il terzo anniversario dell’attacco guidato da Hamas (movimento islamista palestinese, classificato come organizzazione terroristica dall’Unione europea). All’alba del 7 ottobre 2023, gruppi armati hanno attraversato la barriera fra Israele e la Striscia di Gaza (territorio palestinese affacciato sul Mediterraneo), assaltando abitazioni, comunità agricole, strade e postazioni militari. È stata la giornata più sanguinosa nella storia di Israele e la più grave strage di ebrei dalla Shoah. Fra le vittime figuravano anche musulmani, cristiani e cittadini stranieri.
Il bilancio generalmente riportato dalle agenzie internazionali è di circa 1.200 morti e 251 persone rapite. RaiNews indica 1.221 vittime. Le commemorazioni nei luoghi degli assalti riportano al centro i nomi, i volti e le vite interrotte, mentre i sopravvissuti continuano a fare i conti con le conseguenze della violenza.
Le case assaltate e il festival Nova
Nei kibbutz (comunità agricole israeliane) gli aggressori hanno ucciso e preso ostaggi entrando nelle abitazioni. A Nir Oz (comunità del sud di Israele, vicino a Gaza) risultano 47 morti e 76 rapiti. Al festival Nova, nei pressi di Re’im (comunità del sud di Israele), la musica ha lasciato spazio alla fuga, alle sparatorie e ai sequestri. La ricostruzione pubblicata da RaiNews distingue 378 morti, fra cui 344 civili e 34 appartenenti alle forze di sicurezza, e 44 rapiti.
Le violenze sessuali sono state oggetto di una specifica verifica delle Nazioni Unite (organizzazione internazionale, Onu). Nel marzo 2024, la missione guidata da Pramila Patten (rappresentante del segretario generale per la violenza sessuale nei conflitti) ha riscontrato ragionevoli motivi per ritenere che siano avvenuti stupri e stupri di gruppo in almeno 3 aree, compreso il festival Nova. Ha inoltre raccolto informazioni convincenti sulle violenze sessuali subite da ostaggi. Si tratta di conclusioni documentali, da distinguere dalle singole testimonianze non verificate.
Il trauma dei sopravvissuti
Molti di coloro che sono tornati dalla prigionia o sono sopravvissuti agli assalti hanno ricostruito la propria vita lontano dalle comunità d’origine. Aviva e Keith Siegel (coniugi israeliani, entrambi ex ostaggi) hanno raccontato alla Rai che porteranno con sé il 7 ottobre per tutta la vita. Il ricordo accompagna anche i soccorritori che hanno recuperato i corpi. La liberazione non ha cancellato il trauma.
La mostra “The Space Left Behind” (lo spazio rimasto vuoto) raccoglie oggetti appartenuti alle persone uccise o rapite. Fra questi, la bicicletta senza pedali di Ariel Bibas (bambino israeliano sequestrato con il fratellino Kfir e la madre Shiri, tutti morti durante la prigionia). Oggetti comuni restituiscono una dimensione concreta a una tragedia spesso raccontata attraverso i numeri.
Gli allarmi prima dell’attacco
Le indagini interne hanno riconosciuto gravi errori nell’interpretazione dei segnali e nella preparazione della difesa. Lo Shin Bet (servizio israeliano di sicurezza interna) ha ammesso di non avere impedito l’attacco. Le informazioni raccolte nella notte precedente non hanno prodotto misure sufficienti a fronteggiare un’offensiva di quelle dimensioni. Anche gli avvertimenti delle soldatesse addette alla sorveglianza del confine sono entrati nella ricostruzione del fallimento.
Nel marzo 2025, l’ufficio di Benjamin Netanyahu (primo ministro israeliano e leader del Likud) ha riconosciuto che un suo ufficiale addetto all’intelligence aveva ricevuto, circa 3 ore prima dell’assalto, un documento sulle attività sospette di Hamas. L’informazione non è stata trasmessa al premier, secondo la stessa ricostruzione del suo ufficio, che ha giustificato la scelta sostenendo che il messaggio non fosse presentato come urgente. Questo episodio documenta un’interruzione nella trasmissione dell’allarme.
Un’altra questione riguarda gli avvertimenti che sarebbero arrivati nelle settimane precedenti. Un’inchiesta di Haaretz (quotidiano israeliano), ripresa dall’Ansa l’8 settembre 2026, sostiene che Mohammed bin Zayed (presidente degli Emirati Arabi Uniti) abbia avvisato personalmente Netanyahu delle intenzioni di Yahya Sinwar (allora leader di Hamas a Gaza e organizzatore dell’attacco). Secondo l’inchiesta, il premier avrebbe sottovalutato il messaggio e non lo avrebbe condiviso con i vertici dell’intelligence. Netanyahu ha smentito la ricostruzione, compresa la telefonata nel periodo indicato. Le fonti dell’inchiesta sono anonime e gli Emirati non hanno confermato pubblicamente il racconto.
Le responsabilità politiche e operative richiedono quindi una ricostruzione completa. Le falle accertate e le nuove rivelazioni non consentono, da sole, di presentare come provato che Netanyahu conoscesse il piano preciso dell’assalto e abbia deliberatamente deciso di lasciarlo accadere. Il confronto resta segnato dalla sua Opposizione a un’inchiesta indipendente e dalle contestazioni dei familiari delle vittime.
La risposta militare israeliana
Israele ha avviato l’operazione “Spada di Ferro”, dichiarando come obiettivi la distruzione delle capacità militari e di governo di Hamas e la liberazione degli ostaggi. Ai bombardamenti è seguita, alla fine di ottobre 2023, una vasta offensiva terrestre. La campagna ha colpito i vertici dell’organizzazione, compresi Sinwar e Mohammed Deif (comandante dell’ala militare di Hamas), ma ha provocato anche una devastazione estesa del territorio e un enorme numero di vittime palestinesi.
Alla vigilia dell’anniversario, le brigate al-Qassam (ala militare di Hamas) hanno diffuso immagini inedite di Sinwar ( leader di Hamas ucciso dai soldati israeliani a Rafah in uno scontro a fuoco il 16 ottobre 2024) durante la clandestinità, con una coperta sul capo e sul corpo, oppure seduto davanti a una mappa. Le immagini sono state rilanciate sui social. La loro diffusione rientra nella celebrazione propagandistica del leader, mentre non sono state rese note le date precise degli scatti.
Gaza oggi, morti e distruzione
Il bollettino sanitario pubblicato Ieri, 6 ottobre, riporta per Gaza 74.245 morti e 175.267 feriti dall’inizio della guerra. Sono dati delle autorità sanitarie di Gaza, che non distinguono nel totale fra civili e combattenti e non rappresentano una stima completa delle morti indirette o delle persone ancora disperse sotto le macerie.
L’analisi satellitare dell’UNOSAT (Centro satellitare delle Nazioni Unite), riferita al 16 giugno 2026 e ripresa dall’Onu in agosto, stima che circa l’82% delle strutture abbia subito danni. Fra gli oltre 200.000 edifici colpiti, circa due terzi risultano distrutti. Le immagini satellitari aggiornate mostrano quartieri trasformati in distese di macerie, soprattutto a Rafah e Khan Yunis (città della Striscia di Gaza). Sono stati compromessi abitazioni, scuole, luoghi di culto, reti idriche e servizi essenziali.
Bambini, soccorritori e fame
Il costo per i minori è documentato dall’Unicef (Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia). Già nel maggio 2025 l’organizzazione segnalava oltre 50.000 bambini morti o feriti. Un aggiornamento riferito al 3 febbraio 2026 riportava almeno 21.289 bambini uccisi e 44.500 feriti. Sono rilevazioni riferite a date precise, non un conteggio aggiornato alla giornata odierna.
Fra le storie simbolo resta quella di Hind Rajab (bambina palestinese di 6 anni), morta nel gennaio 2024 dopo avere chiesto aiuto al telefono dall’auto dove erano stati uccisi i suoi familiari. Sono morti anche i 2 soccorritori inviati a raggiungerla dalla Mezzaluna Rossa palestinese (organizzazione umanitaria di soccorso). Indagini indipendenti hanno attribuito l’attacco alle forze israeliane. Nel settembre 2026 è stata annunciata un’indagine penale militare israeliana, dopo le iniziali smentite sulla presenza dei soldati nell’area.
La carestia è stata confermata nel governatorato di Gaza nell’agosto 2025 dall’IPC (sistema internazionale di classificazione della sicurezza alimentare). Una successiva valutazione, pubblicata a dicembre, ha registrato un miglioramento dopo la tregua, pur mantenendo il quadro gravissimo. La fame e gli ostacoli agli aiuti restano parte dell’emergenza attuale, insieme alle difficoltà degli ospedali e all’accesso insufficiente all’acqua.
Nel 2025, l’ufficio Onu per i diritti umani ha inoltre denunciato uccisioni di palestinesi che cercavano di raggiungere il cibo, lungo le rotte dei convogli e vicino ai punti della Gaza Humanitarian Foundation (fondazione sostenuta da Stati Uniti e Israele per distribuire aiuti). Ha chiesto indagini tempestive e imparziali sugli spari e sui bombardamenti attribuiti ai militari israeliani.
Le testimonianze e la morte dei giornalisti
Il CPJ (Comitato per la protezione dei giornalisti) ha documentato oltre 200 giornalisti e operatori dei media uccisi a Gaza e nelle strutture di detenzione israeliane, sottoponendo poi i casi a una revisione pubblicata nel settembre 2026. L’organizzazione distingue il numero complessivo delle vittime dai casi per i quali ha raccolto prove di uccisioni deliberate legate al lavoro giornalistico. Questa distinzione è necessaria per descrivere correttamente le responsabilità.
Il documentario “Naza”, di Yuval Abraham e Rachel Szor (registi israeliani), raccoglie testimonianze di soldati e ufficiali sui meccanismi degli attacchi e sull’impiego di sistemi di sorveglianza e intelligenza artificiale. Anche Eyal Weizman (architetto israeliano e fondatore del gruppo investigativo Forensic Architecture), nel libro “Ungrounding”, analizza la distruzione dell’ambiente come strumento per sradicare la popolazione. Sono contributi al dibattito e alla documentazione, da attribuire ai rispettivi autori.
Le corti internazionali
La Corte penale internazionale (tribunale che giudica le responsabilità penali individuali, CPI) ha emesso il 21 novembre 2024 mandati d’arresto per Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant (ministro della Difesa israeliano all’epoca dei fatti contestati). Le accuse comprendono crimini di guerra e contro l’umanità, fra cui l’uso della fame come metodo di guerra. I mandati d’arresto non sono condanne definitive. Il procedimento contro Mohammed Deif (comandante dell’ala militare di Hamas) è stato invece chiuso il 26 febbraio 2025, dopo che la Procura ha comunicato alla Corte la morte dello stesso Deif.
La Corte internazionale di giustizia (tribunale che esamina controversie e responsabilità degli Stati, CIG) tratta invece il ricorso del Sudafrica sulla Convenzione contro il genocidio. Le misure provvisorie adottate nel 2024 non costituiscono una sentenza definitiva sul merito. Separatamente, il 16 settembre 2025, la commissione internazionale indipendente d’inchiesta dell’Onu ha concluso che Israele ha commesso un genocidio a Gaza. Anche questa conclusione va distinta da una pronuncia della Corte.
Una tregua senza sicurezza per i civili
L’accordo sostenuto da Donald Trump (presidente degli Stati Uniti), entrato in vigore il 10 ottobre 2025, ha ridotto i combattimenti e consentito il ritorno degli ostaggi sopravvissuti e la restituzione delle salme o dei resti di quelli deceduti. Il disarmo di Hamas, il ritiro israeliano e la ricostruzione restano irrisolti. Il controllo militare israeliano si è esteso oltre la porzione di territorio prevista inizialmente dall’accordo, mentre continuano gli attacchi.
La cosiddetta “linea gialla” separa le aree controllate dalle forze israeliane dal resto della Striscia. Medici senza frontiere (organizzazione medico-umanitaria internazionale, Msf) ha denunciato che questa divisione restringe lo spazio vitale dei palestinesi e li separa da acqua, cure e infrastrutture. Il bilancio sanitario del 6 ottobre riporta oltre 1.400 morti dalla tregua. Per la popolazione, la riduzione dei combattimenti non ha ancora significato sicurezza.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









