Ritorna il kalashnikov. Il racket allo Zen alza il tiro: 30 colpi contro il bar Chéri

A Palermo un bar viene colpito per la 3ª volta. La nuova intimidazione si inserisce nella pressione estorsiva che da mesi attraversa la zona nord della città e la fascia costiera occidentale

Sintesi

A Palermo, nella notte tra sabato 4 e domenica 5 luglio 2026, circa 30 colpi d’arma da fuoco, verosimilmente esplosi con un kalashnikov, hanno raggiunto il bar Chéri di via Ignazio Mormino, allo Zen, danneggiandone le vetrate e imponendo l’intervento della Polizia scientifica per i rilievi. Il raid è arrivato dopo 2 precedenti intimidazioni ravvicinate: il 17 giugno davanti allo stesso locale erano stati lasciati un petardo, bottiglie con benzina e un biglietto con richiesta di 5.000 euro, mentre il 24 giugno erano stati incendiati i condizionatori esterni. La sequenza rientra nella più ampia offensiva estorsiva che dal novembre 2025 interessa Tommaso Natale, San Lorenzo, Sferracavallo, Isola delle Femmine, Capaci e Carini, nonostante gli 8 fermi eseguiti l’11 giugno 2026 per una parte degli episodi di intimidazione, incendi, furti d’auto e raid armati. Il locale era già comparso in conversazioni mafiose del 2022 e oggi appare come uno dei bersagli simbolici della pressione del pizzo contro le attività economiche che non intendono piegarsi alla cosiddetta “messa a posto”.

Articolo

Il nuovo attentato al bar Chéri di Palermo non è un fatto isolato, ma l’ultimo passaggio di una catena di intimidazioni che conferma la ripresa aggressiva del racket (termine inglese: estorsione organizzata) nella zona nord del capoluogo siciliano. Cosa nostra, cioè l’organizzazione mafiosa siciliana sviluppatasi storicamente in Sicilia a partire dal 19° secolo, continua a usare il pizzo come strumento di controllo economico e sociale del territorio, imponendo agli imprenditori una tassa criminale presentata come protezione, ma fondata in realtà sulla paura, sulla violenza e sulla capacità di condizionare il mercato.

La vicenda recente del locale di via Ignazio Mormino, nel quartiere San Filippo Neri noto come Zen (Zona espansione nord), si apre almeno il 17 giugno 2026, quando davanti all’attività vengono lasciati un petardo, bottiglie contenenti benzina e un foglietto con la richiesta di 5.000 euro. In quella circostanza viene danneggiata parte della struttura esterna, ma il messaggio appare già chiaro: chi pretende il pagamento del pizzo vuole imporre la propria presenza e dimostrare che gli arresti dei giorni precedenti non hanno fermato la pressione criminale.

Il 24 giugno arriva il 2° avvertimento. Alcuni giovani danno fuoco ai condizionatori esterni del bar, provocando danni limitati alla parte esterna anche grazie all’intervento dei Vigili del fuoco. La Polizia acquisisce le immagini dei sistemi di videosorveglianza e gli investigatori del commissariato San Lorenzo e della Squadra Mobile continuano a lavorare sui precedenti episodi. Secondo le ricostruzioni investigative, l’azione viene letta come un altro tassello della stessa offensiva estorsiva, perché il locale era già stato indicato come obiettivo da ambienti mafiosi e perché il territorio interessato dagli attacchi si estende ormai da Tommaso Natale a Capaci e Isola delle Femmine.

Nella notte tra sabato 4 e domenica 5 luglio 2026 avviene il salto di qualità. Circa 30 colpi d’arma da fuoco vengono esplosi contro le vetrate del bar, con un’arma indicata dalle prime notizie come kalashnikov o AK-47 (Avtomat Kalashnikova 1947, fucile d’assalto di fabbricazione sovietica). La Polizia scientifica interviene per delimitare l’area, analizzare le traiettorie e repertare i bossoli. L’uso di un’arma da guerra cambia la portata del messaggio: non più soltanto fuoco, bottiglie incendiarie e danneggiamenti, ma una raffica che mira a intimidire l’intero contesto commerciale del quartiere.

Il caso del bar Chéri va inserito nella cronologia più ampia dell’escalation cominciata nel novembre 2025, quando a Sferracavallo erano comparsi i primi ordigni incendiari e le prime richieste di denaro davanti ad attività economiche. Da lì, secondo le ricostruzioni investigative, la pressione si è allargata a ristoranti, pizzerie, bar, tabacchi e lidi, passando per colpi d’arma da fuoco, incendi, furti di auto e intimidazioni con bottiglie di benzina. Il 15 maggio 2026 oltre 1.000 persone hanno partecipato a Isola delle Femmine a una manifestazione antiracket dopo che 7 stabilimenti balneari erano stati presi di mira con bottiglie di benzina e biglietti da 5.000 euro.

L’11 giugno 2026 arriva una prima risposta investigativa. Polizia e Carabinieri eseguono 8 fermi, 6 da parte della Polizia di Stato e 2 da parte dell’Arma, nell’ambito dell’indagine sull’escalation criminale nel mandamento mafioso di Tommaso Natale e San Lorenzo. Alcuni fermati sono collegati alla sparatoria di fine aprile in via Don Minzoni, altri al furto di un’auto usata per un attentato incendiario in un distributore di carburanti di via Lanza di Scalea, altri ancora alle bottiglie incendiarie lasciate davanti ad attività di Isola delle Femmine con richiesta di pizzo da 5.000 euro. Gli investigatori continuano a cercare chi abbia dato copertura, direzione e armi alla manovalanza, a partire dai kalashnikov.

Tra i nomi emersi nelle ricostruzioni sui fatti collegati figurano Davide Carcione, Rosario Piazza, Salvatore Modica e Samuele D’Acquisto, giovani dello Zen accusati, a vario titolo, di avere collocato bottiglie incendiarie davanti ai lidi di Isola delle Femmine e di avere rubato l’auto poi utilizzata per l’attacco all’autolavaggio del Q8 di viale Lanza di Scalea. Questi provvedimenti, però, non chiudono la partita. Il nuovo attacco contro il bar dimostra che la rete intimidatoria può continuare a muoversi anche dopo i fermi, oppure che gli arrestati rappresentano solo una parte di un gruppo più esteso e ancora non del tutto ricostruito dagli inquirenti.

Il locale era già entrato nelle conversazioni di Cosa nostra nel 2022, come emerso nell’inchiesta poi sfociata nel maxi blitz del febbraio 2025 con 181 arresti. In quelle intercettazioni Domenico Ciaramitaro parlava con Francesco Stagno e Antonino Mazza della necessità di assoggettare l’attività al sistema del pizzo, usando l’espressione “con le buone o con le cattive”. Secondo le ricostruzioni, il riferimento era alla pretesa di piegare i titolari al pagamento e alla logica della “messa a posto”, cioè la tassa mafiosa richiesta per poter lavorare senza subire ritorsioni.

Sul piano normativo, il quadro resta fondato sulla repressione dell’estorsione e dell’associazione mafiosa, ma anche sul sostegno alle vittime. La legge 23 febbraio 1999, n. 44, aggiornata negli atti vigenti, disciplina il Fondo di solidarietà per le vittime delle richieste estorsive e dell’usura e prevede un contributo per chi subisce danni patrimoniali da attività estorsive. Consap (Concessionaria servizi assicurativi pubblici), nell’aggiornamento del 25 marzo 2026, ricorda che il Fondo di rotazione per le vittime di mafia, estorsione, usura e reati intenzionali violenti serve a risarcire o indennizzare chi collabora con la giustizia, anche attraverso denuncia e cooperazione con gli Organi inquirenti.

La legge 9 giugno 2025, n. 80, di conversione del decreto-legge 11 aprile 2025, n. 48, ha introdotto ulteriori disposizioni in materia di sicurezza pubblica, tutela del personale in servizio, vittime dell’usura e ordinamento penitenziario, entrando in vigore il 10 giugno 2025. In parallelo, la giurisprudenza della Corte di Cassazione continua a distinguere tra minaccia mafiosa implicita e vero utilizzo del metodo mafioso: con la sentenza n. 39836 del 2 ottobre 2023, la Prima sezione penale ha chiarito che la minaccia “silente” proveniente da un soggetto mafioso può integrare l’aggravante connessa alla provenienza qualificata, ma l’aggravante del metodo mafioso richiede un’ulteriore manifestazione idonea a richiamare la forza intimidatrice dell’associazione. Nel caso palermitano, saranno le indagini e gli eventuali atti giudiziari successivi a stabilire il ruolo dei singoli, i collegamenti con i clan e la cornice giuridica definitiva dei fatti.