L’Italia arriva al vertice NATO con il 2,8% su difesa e sicurezza, ma carri, droni e debito cambiano il riarmo

La strategia italiana combina sicurezza interna e nuovi mezzi corazzati, ma la priorità resta investire in tecnologia e ricerca per evitare sistemi costosi già superati seppure contemporanei

Sintesi

La vicenda nasce dall’impegno NATO del 2014 sul 2% del PIL, si rafforza dopo l’invasione russa dell’Ucraina del 2022 e cambia scala nel 2025 con l’obiettivo del 5% entro il 2035. Nel 2026 l’Italia arriva al vertice NATO di Ankara dichiarando il 2,8% del PIL in difesa e sicurezza, con un aumento spiegato soprattutto dall’inclusione di voci legate alla protezione del territorio e non soltanto da nuovi stanziamenti militari. Parallelamente prosegue il rinnovo dei mezzi terrestri, avviato con la cooperazione Leonardo-Rheinmetall e con i primi Lynx consegnati all’Esercito nel gennaio 2026, mentre il nuovo carro NMBT viene presentato come risposta alla sostituzione degli Ariete. Il nodo politico resta aperto perché SAFE, PURL e nuovi pacchetti per Kiev sono entrati nella discussione su debito, consenso elettorale e priorità di bilancio. La lezione dei conflitti recenti, dai droni FPV alla fibra ottica fino agli intercettori a basso costo, mostra però che la spesa non può essere valutata solo in base alla quantità di carri, aerei o navi, ma anche sulla capacità di integrare piattaforme pesanti, sensori, dati, cybersicurezza e sistemi anti-drone.

Articolo

Il tema è il modo in cui l’Italia intende aumentare gli investimenti per la difesa dentro il nuovo quadro NATO (Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord), senza trasformare ogni incremento contabile in nuovi armamenti immediati. L’origine politica più recente risale al vertice del Galles del 2014, quando gli alleati fissarono il traguardo del 2% del PIL per la spesa militare, in risposta all’annessione russa della Crimea e al peggioramento dello scenario internazionale. Nel 2025, al vertice dell’Aia, quell’impegno è stato superato da una soglia più ampia: il 5% del PIL entro il 2035, diviso tra il 3,5% per la difesa in senso stretto e fino all’1,5% per investimenti collegati alla sicurezza, come infrastrutture critiche, resilienza civile, reti digitali, innovazione e industria militare. La stessa NATO precisa che la traiettoria sarà rivista nel 2029, elemento che rende l’obiettivo vincolante sul piano politico, ma ancora soggetto a verifiche sulla composizione concreta delle spese.

In questo percorso si colloca il vertice di Ankara del 7 e 8 luglio 2026, convocato per verificare i progressi dopo l’Aia e definire una nuova tabella di marcia su investimenti, industria militare e sostegno all’Ucraina. L’appuntamento si tiene in Turchia, al complesso presidenziale di Beştepe, e ha al centro proprio la traduzione degli impegni finanziari in capacità operative reali, cioè mezzi, scorte, produzione industriale, tecnologie e prontezza militare. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni si presenta dichiarando una quota italiana del 2,8% del PIL in difesa e sicurezza per il 2026, con un aumento di 0,71 punti rispetto all’anno precedente, ma il dato va letto con cautela perché, secondo la stessa comunicazione politica, è garantito soprattutto da spese collegate alla sicurezza del territorio e non soltanto da nuovi programmi d’arma.

Il punto controverso è quindi la natura dell’aumento. Secondo Reuters (un’agenzia di stampa britannica di proprietà della multinazionale canadese Thomson Reuters), il Governo italiano utilizza il margine offerto dalle regole NATO per includere anche voci di sicurezza interna, tra cui alcune funzioni di Polizia, e la stessa Meloni ha invitato gli alleati a non ridurre il confronto a una gara numerica sulla spesa, perché la guerra in Ucraina ha dimostrato che droni, satelliti e dati possono modificare il valore relativo di un carro armato, di una portaerei o di un sistema informativo. È una linea utile a sostenere la compatibilità politica dell’aumento, ma apre una questione di trasparenza: una cosa è finanziare nuove capacità militari, un’altra è riclassificare capitoli già presenti nei bilanci pubblici. Pagella Politica ha osservato che l’Italia aveva già raggiunto il 2% nel 2025 anche attraverso un ampliamento del perimetro contabile, includendo settori ai quali era stato assegnato un profilo più militare, come spazio, Guardia di Finanza, Capitanerie di porto e Carabinieri.

La partita economica si intreccia con SAFE (Security Action for Europe, Azione per la sicurezza dell’Europa), lo strumento dell’Unione europea approvato nel maggio 2025 per mettere a disposizione fino a 150 miliardi di euro in prestiti agevolati destinati ad acquisti comuni e al rafforzamento della base industriale europea della difesa. Il Consiglio dell’Unione europea (il principale organo decisionale e legislativo, formato dai ministri competenti per materia dei 27 Stati membri, da non confondersi con il Consiglio europeo che efinisce l’orientamento politico generale dell’UE ed è composto dai capi di Stato o di Governo) ha chiarito che i fondi sono erogati su richiesta degli Stati e sulla base di piani nazionali, con l’obiettivo di sostenere produzioni urgenti, colmare lacune operative e associare fin dall’inizio anche l’industria ucraina. L’Italia, però, al 2 luglio 2026 mantiene una posizione prudente: fonti di Governo indicano che l’attivazione avverrebbe solo dopo un passaggio parlamentare sulla clausola nazionale per derogare al Patto di stabilità, mentre il ministro della Difesa Guido Crosetto lascia aperta l’ipotesi di usare lo strumento per gli impegni del 2027.

Anche il sostegno militare a Kiev resta parte della stessa discussione. La legge 27 febbraio 2026, n. 27, ha convertito il decreto-legge 31 dicembre 2025, n. 201, prorogando fino al 31 dicembre 2026 l’autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti in favore dell’Ucraina. Il quadro normativo, quindi, consente nuove forniture, ma il dibattito politico è diventato più cauto, anche perché PURL (Prioritised Ukraine Requirements List, elenco prioritario delle esigenze ucraine) riguarda l’acquisto di armamenti statunitensi da trasferire a Kiev e viene percepito da una parte della Maggioranza come un ulteriore impegno finanziario difficilmente spendibile sul piano elettorale.

Sul piano industriale, la modernizzazione più visibile riguarda l’Esercito. La svolta risale al 2024, quando Leonardo (nota in passato come Finmeccanica, è una delle principali aziende globali e il più grande gruppo industriale italiano nei settori dell’aerospazio, difesa e sicurezza a controllo pubblico, che ha come principale azionista il Ministero dell’Economia e delle Finanze che ne detiene circa il 30% ed è quotata alla Borsa di Milano) e Rheinmetall (una delle principali aziende europee e mondiali nel settore della difesa e della sicurezza, con sede a Düsseldorf, in Germania, e stabilimenti a Roma, è un colosso che produce veicoli militari, come i famosi carri armati Leopard 2, sistemi di artiglieria, munizioni, radar e tecnologie di difesa aerea ed elettronica) hanno dato vita a una joint venture (società comune) paritaria per sviluppare e produrre nuovi veicoli da combattimento in Europa, con il 60% delle attività previste in Italia e con il Panther KF51 indicato come base del nuovo carro destinato a sostituire l’Ariete. Il programma AICS (Armoured Infantry Combat System, sistema corazzato da combattimento per la fanteria), poi indicato anche come A2CS (Army Armoured Combat System, sistema corazzato da combattimento dell’Esercito), prevede oltre 1.000 sistemi in 16 varianti, comprese versioni antiaeree, da ricognizione e anticarro. Nel gennaio 2026 sono stati consegnati alle Forze armate i primi 4 Lynx KF-41, segnando l’avvio operativo del programma A2CS e il rinnovo della flotta pesante italiana.

Il nuovo NMBT (New Main Battle Tank, nuovo carro armato principale), presentato a Eurosatory 2026 come dimostratore concettuale per l’Esercito italiano, non può però essere interpretato come il semplice ritorno al carro tradizionale. La guerra contemporanea ha mostrato che un MBT (Main Battle Tank, carro armato principale) isolato è vulnerabile, mentre una piattaforma pesante connessa, protetta da sistemi attivi, inserita in una rete di sensori e affiancata da droni può restare utile come nodo di fuoco, comando e protezione. La stima di circa 60 milioni per esemplare, circolata non appare confermata poiché non risulta come prezzo unitario ufficiale: nei programmi militari il costo complessivo include spesso sviluppo, logistica, addestramento, ricambi, varianti speciali e supporto pluriennale, quindi dividerlo per il numero dei mezzi può generare una cifra suggestiva ma non necessariamente corretta.

La vera novità strategica è che i carri non vengono più pensati contro i droni, ma insieme ai droni e contro i droni. I conflitti recenti hanno imposto l’uso esteso di FPV (First Person View, visuale in prima persona), munizionamento circuitante, sensori distribuiti, guerra elettronica e collegamenti in fibra ottica (i droni a fibra ottica sono velivoli a pilotaggio remoto, generalmente con visore – FPV, collegati all’operatore tramite un lunghissimo e sottile cavo in fibra ottica il cui minutissimo cavo si srotola durante il volo, permettono di trasmettere video ad altissima risoluzione e comandi in tempo reale senza utilizzare segnali radio rimanendo così invisibili e non intercettabili). Il CSIS (Center for Strategic and International Studies, centro studi strategici e internazionali) segnala che Russia e Ucraina hanno fatto ricorso a droni collegati con cavi in fibra ottica, capaci di arrivare fino a circa 10 chilometri e resistenti al jamming (disturbo elettronico). Questo significa che la protezione dei mezzi corazzati non può basarsi solo sulla corazza, ma deve includere radar, cannoni anti-drone, disturbi elettronici, intercettori, reti mimetiche, software di gestione del campo di battaglia e addestramento specializzato.

Il confronto tra costo dell’attacco e costo della difesa è ormai centrale. Nel Golfo, come in Ucraina, droni relativamente economici hanno costretto sistemi avanzati a consumare intercettori molto più costosi, rendendo insostenibile l’uso esclusivo di missili ad alta fascia contro minacce prodotte in massa. Le analisi del CSIS indicano che un missile Patriot può costare circa 4 milioni di dollari per lancio, mentre gli intercettori-drone impiegati o studiati sul modello ucraino di buon livello varia enormemente in base alla tipologia e alla sua funzione strategica sul campo: si va da circa 350-500 dollari per i piccoli droni d’attacco FPV usa e getta, fino a circa 20.000 dollari per i temibili bombardieri notturni pesanti (come il Vampire, soprannominato Baba Yaga), arrivando a circa 55.000 dollari per i droni a lungo raggio impiegati per colpire le infrastrutture distanti, permettendo di riservare i sistemi più sofisticati a missili balistici e da crociera. Per l’Italia questo conferma una conclusione: il riarmo non può essere soltanto aumento del bilancio o acquisto di piattaforme costose, ma deve diventare una scelta di architettura militare, dove carri, fanteria meccanizzata, satelliti, dati, cyberdifesa, droni e C-UAS (Counter-Unmanned Aircraft Systems, sistemi di contrasto ai velivoli senza pilota) funzionino come un unico ecosistema. In sostanza la tecnologia abbinata ad una costante ricerca e aggiornamento deve essere oggi l’investimento prevalente per non trovarsi costosissimi inutil pezzi da museo contemporaneo.

La prospettiva dei prossimi 3 anni resta dunque politica prima ancora che tecnica. Le ipotesi di incremento dello 0,3% nel 2027 e di ulteriori aumenti successivi dipendono dalla legge di bilancio, dal ricorso o meno ai prestiti europei, dal rapporto con il Parlamento e dalla capacità della maggioranza di sostenere una scelta percepita come impopolare. Il Movimento 5 Stelle ha già stimato che il recupero dello 0,15% non realizzato nel 2026, sommato allo 0,15% previsto nel 2027, potrebbe portare a circa 7 miliardi in più nella prossima manovra, mentre nel Governo il tema SAFE viene descritto come delicato per l’effetto sul debito e sul consenso. Ankara, quindi, non chiude la questione: la rende più visibile. L’Italia dichiara di essere dentro la nuova traiettoria NATO, ma deve ancora chiarire quanta parte sarà vera spesa militare aggiuntiva, quanta sarà sicurezza riclassificata e quanta sarà innovazione capace di adattare le Forze armate alla guerra dei droni, dei dati e dei sistemi integrati.

Immagine parzialmente realizzata con Ia.