Sicilia. Presunte frodi sui fondi UE: indagine sull’Ateneo di Palermo, tra spese cresciute, progetti teorici e forniture opache

Sotto esame 23 tra docenti, studiosi e imprenditori per ipotesi di frode ai finanziamenti europei. Il Gip respinge le misure cautelari ma riconosce indizi rilevanti, mentre la Procura europea impugna la decisione

Sintesi

L’inchiesta della Procura europea (EPPO, Ufficio del Procuratore Pubblico Europeo) ipotizza una truffa sui fondi dell’Unione Europea coinvolgendo 23 tra accademici e imprenditori legati all’Università di Palermo. I fatti contestati riguardano il periodo 2018-2023 e includono spese gonfiate, attività mai eseguite e forniture inesistenti. L’indagine ruota attorno al direttore del dipartimento e al referente di associazioni nella gestione dei progetti. Il Giudice per le indagini preliminari ha escluso esigenze cautelari pur riconoscendo gravi indizi, decisione poi impugnata. Al centro anche presunti meccanismi di rendicontazione fittizia e un possibile accordo corruttivo. La difesa respinge ogni accusa sostenendo la reale esecuzione dei progetti finanziati.

Articolo

Una presunta frode ai danni dell’Unione Europea riporta la Sicilia al centro dell’attenzione giudiziaria in materia di utilizzo dei fondi comunitari. L’indagine, coordinata dalla Procura europea (EPPO, Ufficio del Procuratore Pubblico Europeo), coinvolge 23 soggetti tra professori universitari, ricercatori e operatori economici collegati all’Università di Palermo, accusati a vario titolo di aver alterato costi, simulato attività e dichiarato forniture mai realmente effettuate al fine di ottenere finanziamenti pubblici.

L’origine dei fatti risale al periodo compreso tra il 2018 e il 2023, arco temporale nel quale sarebbero stati sviluppati i progetti Bythos e Smiling, iniziative di ricerca nei settori biologico, chimico e ambientale finanziate anche attraverso il Po Fesr Sicilia 2014/2020 (Programma Operativo Fondo Europeo di Sviluppo Regionale). Secondo gli inquirenti, una parte significativa dei circa 4,7 milioni di euro ottenuti sarebbe stata percepita in modo irregolare.

L’indagine, affidata ai Pubblici ministeri delegati Gery Ferrara e Amelia Luise, ruota attorno al professore-direttore del dipartimento Stebicef (Scienze e Tecnologie Biologiche, Chimiche e Farmaceutiche), e l’amministratore di fatto e referente di associazioni coinvolte nella gestione operativa dei servizi connessi ai progetti finanziati. Accanto a loro figurano numerosi accademici e collaboratori, oltre a imprenditori e rappresentanti di società operanti nel settore.

Sul piano giudiziario, il 24 dicembre 2024 la Procura europea aveva richiesto l’applicazione di misure cautelari nei confronti di 17 indagati. Tuttavia, il 6 febbraio successivo il Giudice per le indagini preliminari Cristina Lo Bue ha rigettato l’istanza, pur riconoscendo la presenza di gravi indizi di colpevolezza. La decisione si fonda sull’assenza di esigenze cautelari attuali, motivata dalla distanza temporale dei fatti e dal carico di lavoro dell’ufficio giudiziario, definito “gravoso” dallo stesso Giudice. Contro tale provvedimento la Procura europea ha presentato ricorso al Tribunale del Riesame.

Parallelamente, è stata respinta anche la richiesta di sequestro delle somme ritenute illecitamente percepite. Gli investigatori, supportati dalla Guardia di Finanza, hanno ricostruito un presunto sistema di rendicontazione fittizia basato sull’inserimento formale di personale che, pur risultando retribuito, non avrebbe partecipato alle attività scientifiche.

Ulteriori elementi emergono dalle dichiarazioni di alcuni ricercatori, che descrivono un meccanismo di manipolazione documentale. In particolare, sarebbe stato ordinato materiale per decine di migliaia di euro mai effettivamente consegnato, con successiva applicazione di etichette riconducibili ai progetti finanziati su beni provenienti da altre iniziative, come Deliver (nome di un progetto distinto). Tale procedura avrebbe consentito di simulare spese e giustificare costi inesistenti, generando fondi occulti.

Secondo l’ipotesi accusatoria, il sistema si sarebbe avvalso anche della collaborazione di alcune imprese, coinvolte nella creazione di operazioni commerciali simulate. In questo contesto si inserisce anche il sospetto di un accordo corruttivo tra il professoe-direttore e il referente delle associazioni: il primo avrebbe favorito l’assegnazione di incarichi alle società riconducibili al secondo, ottenendo in cambio benefici indiretti, tra cui incarichi per un familiare mai effettivamente svolti. L’indagine si estende anche ad altri progetti, tra cui Progema, anch’esso finanziato nell’ambito del Po Fesr Sicilia, per il quale vengono contestate irregolarità nella gestione dei fondi e negli affidamenti, incluso un incarico di project management (gestione del progetto) dal valore di circa 15 mila euro.

La difesa del professore-direttore respinge integralmente le accuse, sostenendo di aver dimostrato al Tribunale del Riesame la concreta realizzazione delle attività di ricerca e la validità dei risultati ottenuti, presentati in più sedi scientifiche. Il legale Vincenzo Lo Re ha dichiarato che gli inquirenti non avrebbero fornito risposte puntuali alle evidenze difensive, evidenziando come la decisione finale sulla sussistenza delle esigenze cautelari sia ora nelle mani del Tribunale.

Sul piano normativo, il caso si inserisce in un quadro più ampio di rafforzamento dei controlli europei sull’utilizzo dei fondi comunitari, con l’EPPO istituito proprio per contrastare reati finanziari transnazionali. La giurisprudenza recente italiana ed europea conferma una crescente attenzione verso le frodi sui fondi strutturali, con orientamenti che privilegiano la tracciabilità delle spese e la verifica sostanziale delle attività finanziate. La vicenda resta in evoluzione e rappresenta un banco di prova significativo per il sistema di controllo dei finanziamenti europei, soprattutto in territori dove storicamente l’impiego delle risorse pubbliche è oggetto di scrutinio rigoroso.

Nota

In ottemperanza al diritto di cronaca tutelato dalla Costituzione, si precisa che, dato lo stadio di indagini in corso, ogni persona eventualmente coinvolta è da considerarsi innocente fino a una sentenza definitiva che accerti la sua colpevolezza.