Rita Atria: nuove ombre sulla morte della testimone di giustizia. La Rai le invia un pagamento del canone

A 34 anni dalla morte della collaboratrice legata a Paolo Borsellino riemergono dubbi, documenti e polemiche sulle Istituzioni

Sintesi

Una richiesta di pagamento del canone Rai intestata a Rita Atria, morta nel 1992, ha riportato al centro dell’attenzione pubblica la vicenda della giovane testimone di giustizia considerata la “settima vittima di via d’Amelio”. L’associazione antimafie dedicata alla memoria della ragazza ha annunciato la contestazione formale dell’atto definendolo un episodio grave e simbolico. Parallelamente prosegue da anni una battaglia legale per ottenere una nuova lettura delle circostanze della morte della diciassettenne siciliana precipitata da un balcone a Roma pochi giorni dopo l’attentato mafioso in cui perse la vita il magistrato Paolo Borsellino. Secondo l’associazione con sede a Milazzo (ME) e i legali, esisterebbero omissioni investigative e incongruenze mai chiarite. La vicenda è stata ricostruita in un libro-inchiesta aggiornato con documenti e testimonianze che punta a fare luce sul rapporto tra Rita Atria, le istituzioni e il sistema di protezione dei testimoni di giustizia. Negli ultimi anni magistrati, associazioni antimafia ed esponenti istituzionali italiani hanno continuato a ricordare il valore civile della giovane, simbolo della ribellione alla mafia e dell’abbandono vissuto da molti collaboratori e testimoni di giustizia.

Articolo

Una richiesta di pagamento del canone Rai intestata a Rita Atria, giovane testimone di giustizia morta nel 1992, ha riacceso il dibattito pubblico su una delle vicende più dolorose e controverse della storia antimafia italiana. A denunciare l’episodio è stata Nadia Fumari, vicepresidente dell’associazione antimafie fondata nel 1994 a Milazzo in memoria della ragazza siciliana che collaborò con il giudice Paolo Borsellino pochi mesi prima della strage di via d’Amelio.

Secondo quanto riferito dall’associazione, nella sede legale sarebbe arrivata una richiesta di pagamento di 138 euro relativa al canone Rai senza indicazioni precise sull’associazione stessa, senza codice fiscale e riferita a un appartamento nel quale non si svolgerebbe alcuna attività sociale stabile e dove il tributo televisivo risulterebbe già regolarmente versato. Nadia Fumari ha annunciato l’invio di una Pec per contestare formalmente la comunicazione, definendo l’episodio una grave dimostrazione di superficialità amministrativa e ipotizzando che possa trattarsi di una procedura automatizzata forse gestita tramite sistemi di intelligenza artificiale.

Dietro l’episodio burocratico rimane però una vicenda molto più ampia e dolorosa che da oltre 3 decenni continua a suscitare interrogativi. Rita Atria nacque nel 1974 a Partanna, in provincia di Trapani, all’interno di una famiglia collegata a Cosa Nostra. Il padre Vito Atria venne assassinato nel 1985 quando Rita aveva appena 11 anni. Nel 1991 fu poi ucciso anche il fratello Nicola, figura alla quale la giovane era profondamente legata. Dopo quell’omicidio la cognata Piera Aiello* decise di collaborare con la Magistratura denunciando uomini e dinamiche mafiose del territorio trapanese. Rita seguì il suo esempio rompendo il muro dell’omertà e diventando una delle più giovani testimoni di giustizia italiane.

La ragazza iniziò a collaborare con la Procura fornendo informazioni delicate sui clan mafiosi di Partanna e trovando nel Magistrato Paolo Borsellino un punto di riferimento umano e professionale. Il giudice, secondo numerose testimonianze, instaurò con lei un rapporto di protezione e vicinanza chiamandola affettuosamente “a picciridda” (la bambina, in lingua siciliana). La scelta di collaborare con lo Stato comportò però per Rita l’isolamento familiare e sociale. La madre e parte dei parenti interruppero infatti ogni rapporto con lei considerandola una traditrice.

Dopo essere stata trasferita in una località protetta a Roma per ragioni di sicurezza, la giovane rimase profondamente sconvolta dalla strage di via d’Amelio del 19 luglio 1992 nella quale persero la vita Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta. Soltanto 7 giorni dopo, il 26 luglio 1992, Rita Atria venne trovata morta sotto il balcone dell’appartamento romano in cui viveva sotto protezione. La morte fu archiviata come suicidio, ma nel corso degli anni associazioni antimafia, giornalisti e legali hanno più volte sollevato dubbi sulle indagini svolte all’epoca.

L’avvocato Goffredo D’Antona, che segue da anni il percorso giudiziario promosso dall’associazione, sostiene che il fascicolo originario sulla morte della ragazza fosse estremamente ridotto e caratterizzato da numerose lacune investigative. Secondo il legale, negli atti del 1992 mancavano approfondimenti su impronte digitali, tracce biologiche e verifiche tecniche considerate oggi fondamentali nelle indagini su morti sospette. Per questo motivo l’associazione ha presentato alla Procura della Repubblica di Roma una richiesta di riapertura delle indagini ipotizzando il reato di istigazione colposa al suicidio senza escludere ulteriori piste investigative. La ricostruzione della vita e della morte della giovane è stata recentemente aggiornata nel libro-inchiesta “Rita Atria, la settima vittima di via D’Amelio”, pubblicato dalla casa editrice Mesogea e scritto da Nadia Fumari insieme alla giornalista del Tg1 (Telegiornale 1 della Rai) Giovanna Cucè. Il volume rappresenta una nuova edizione ampliata di un precedente lavoro editoriale e raccoglie testimonianze, documenti d’archivio e approfondimenti investigativi che mirano a evidenziare non soltanto la dimensione personale della tragedia, ma anche le responsabilità istituzionali nella gestione della protezione della giovane testimone.

Negli ultimi anni il nome di Rita Atria è diventato simbolo della ribellione giovanile contro la mafia e della fragilità del sistema di tutela dei testimoni di giustizia. Alla ragazza sono state dedicate scuole, iniziative pubbliche, manifestazioni antimafia, produzioni televisive e opere letterarie. Tuttavia l’associazione antimafie che porta il suo nome contesta molte delle ricostruzioni diffuse nel tempo ritenendole romanzate o incomplete rispetto alla reale complessità della sua storia.

Sul piano normativo, l’Italia ha progressivamente rafforzato negli anni le misure di protezione per collaboratori e testimoni di giustizia attraverso modifiche legislative e protocolli di sicurezza coordinati dal Ministero dell’Interno e dalla Direzione nazionale antimafia. La distinzione tra “collaboratore di giustizia” e “testimone di giustizia” è oggi centrale nella legislazione italiana. Il collaboratore è generalmente un soggetto coinvolto in attività criminali che decide di cooperare con i Magistrati, mentre il testimone di giustizia è una persona estranea alle organizzazioni mafiose che denuncia fatti criminali subendo rischi personali per il proprio contributo processuale.

Anche recenti pronunciamenti della Corte di Cassazione hanno ribadito il valore fondamentale delle testimonianze nei procedimenti di mafia e l’obbligo dello Stato di garantire adeguata protezione a chi collabora con la Magistratura. Magistrati, rappresentanti istituzionali e associazioni come Libera continuano a ricordare Rita Atria come una figura simbolica della lotta a Cosa Nostra e come esempio di coraggio civile maturato in un contesto familiare e territoriale dominato dalla criminalità organizzata.

La Rai ha risposto, sostenendo che una semplice comunicazione relativa al canone speciale destinata all’“Associazione Antimafie Rita Atria” sarebbe stata utilizzata in modo strumentale per richiamare l’attenzione sulla vicenda della giovane testimone di mafia, respingendo le accuse di sciatteria nella gestione dei database e precisando che l’avviso riguardava il canone speciale destinato alle associazioni e non quello ordinario dei privati. L’azienda ha inoltre ricordato il proprio impegno nel raccontare la storia di Rita Atria attraverso la miniserie “Non parlo più” del 1995 e il film “La siciliana ribelle” del 2008 co-prodotto da Rai Cinema. L’associazione ha quindi replicato chiedendosi per chi sarebbe strumentale la richiesta di riapertura delle indagini sulla morte di Rita Atria, ribadendo che ricordarla significa pretendere verità e giustizia e sostenendo che, quando si commettono errori, occorra avere l’umiltà di chiedere scusa.

* Piera Aiello, cognata di Rita Atria, condivise con la giovane testimone di giustizia una dolorosa vicenda familiare segnata da Cosa Nostra a Partanna, in provincia di Trapani. Dopo l’uccisione del marito Nicola Atria, fratello di Rita e figlio del boss mafioso Vito Atria, Piera decise di ribellarsi alla mafia denunciando i responsabili e collaborando con la Magistratura. Seguendo il suo esempio, anche Rita iniziò a fornire dichiarazioni ai Giudici trovando nel Magistrato Paolo Borsellino una figura di riferimento e protezione. Dopo la morte di Rita, negli anni successivi, Piera Aiello ha continuato il proprio impegno antimafia diventando simbolo dei testimoni di giustizia e svolgendo anche attività politica come deputata della Repubblica eletta nel 2018 con il Movimento 5 Stelle per poi lasciarlo e dedicarsi a portare la sua testimonianza e la sua storia di riscatto nelle scuole e in incontri pubblici, affiancando le associazioni impegnate nella legalità proseguendo il suo attivismo sul territorio e, più recentemente, rientrando in Sicilia partecipando a movimenti di opposizione e dibattiti politici locali. La tragica morte di Rita Atria, avvenuta a Roma nel luglio 1992 a soli 17 anni pochi giorni dopo la strage di via d’Amelio, continua ancora oggi a essere ricordata da Piera Aiello e dai familiari come una delle pagine più drammatiche della lotta alla mafia in Italia.