Sintesi
Giovedì 27 agosto i 3 consulenti nominati dalla Procura di Messina hanno effettuato il primo sopralluogo nella palazzina di via Giorgio La Pira, a Pistunina, crollata il 30 luglio. Dopo l’esame del sito, le verifiche sono proseguite al parcheggio dello stadio Franco Scoglio e nell’area del 24° Reggimento, dove sono conservati materiali e macerie. Cominciato il lavoro tecnico che dovrà separare le ipotesi dalle cause dimostrabili.

L’inchiesta conta 3 indagati e dovrà accertare l’eventuale rapporto tra le condizioni dell’edificio, gli interventi eseguiti nel tempo e i lavori in corso al piano terra. Le dichiarazioni rese dagli indagati e riportate dalla stampa descrivono pilastri ammalorati, ferri d’armatura visibili, pavimenti deformati e materiali da costruzione depositati nei locali. Nessuno di questi elementi, isolatamente considerato, dimostra però la causa del collasso. Oggi esistono molti indizi tecnici, ma ancora nessuna conclusione peritale.

Tra gli aspetti osservati dopo il sopralluogo sono entrati nel dibattito la tipologia dei solai, indicata come “Plastbau”, le campate che secondo le ricostruzioni giornalistiche raggiungerebbero 10 metri, lo stato dei pilastri e i carichi presenti prima del cedimento. Anche l’ipotesi che il crollo possa essersi innescato a un livello superiore rispetto al piano interrato resta, allo stato, una valutazione da verificare. Misure, fotografie e reperti devono essere confrontati con progetto, calcoli, materiali e trasformazioni realmente subite dall’edificio.

Sul bilancio della tragedia occorre mantenere una distinzione precisa: sono stati recuperati i corpi di Carmelo, Rosa e Sara Leone e di Alessandra Frazzica; Santino Magazzù e Lhairu Warnakulasuriya risultano ancora dispersi. Il Ris sta analizzando i reperti biologici recuperati tra le macerie per accertarne l’identità. Al 29 agosto risultano 4 vittime accertate e 2 persone ancora da identificare attraverso gli esami in corso.
Le operazioni dei Vigili del fuoco si sono concluse il 13 agosto dopo 2 fasi: circa 80 unità sono state impegnate fino al 6 agosto e circa 40 nella fase successiva. Sono stati rimossi circa 4.000 metri cubi di macerie. L’area del crollo è rimasta sotto sequestro e il Comune ha confermato ancora il 28 agosto che il parcheggio rosso dello stadio è sottoposto a sequestro giudiziario e destinato allo stoccaggio di materiali e detriti provenienti da Pistunina. L’emergenza dei soccorsi è terminata, ma è appena entrata nel vivo la ricerca delle responsabilità e delle cause tecniche.
Articolo
Il primo esame della struttura
È iniziata dalla palazzina sventrata di via Giorgio La Pira, a Pistunina (quartiere sud del Comune di Messina), la fase probabilmente più delicata dell’inchiesta sul crollo del 30 luglio. Giovedì 27 agosto Andrea Prota (professore ordinario di Tecnica delle costruzioni all’Università degli Studi di Napoli Federico II), Antimo Fiorillo (cultore della materia in Tecnica delle costruzioni e Diagnosi e terapia dei dissesti strutturali presso il Dipartimento di Strutture per l’Ingegneria e l’Architettura della Federico II) e Rodolfo Urbani (ingegnere civile iscritto all’Ordine degli ingegneri di Messina) sono entrati per la prima volta insieme nel sito per avviare gli accertamenti disposti dalla Procura. I profili professionali risultano dalle rispettive fonti istituzionali.
Con loro erano presenti i consulenti tecnici delle parti, alcuni legali, i Carabinieri e i Vigili del fuoco con Michele Burgio (comandante provinciale dei Vigili del fuoco di Messina). La ricognizione si è successivamente spostata al parcheggio dello stadio Franco Scoglio e nell’area del 24° Reggimento, dove sono stati custoditi reperti e materiali rimossi durante le operazioni di soccorso. La circostanza relativa al parcheggio ha trovato una conferma istituzionale particolarmente recente: il 28 agosto il Comune di Messina ha precisato che il parcheggio rosso dello stadio resta sotto sequestro giudiziario ed è interessato dallo stoccaggio dei detriti provenienti dal crollo.
La giornata non ha prodotto una causa ufficiale del disastro. Ed è proprio questo il punto da tenere fermo. Ai consulenti è stato chiesto di stabilire cause e concause attraverso l’esame della struttura rimasta, dei reperti, della documentazione progettuale e dei lavori compiuti nel tempo. La notizia secondo cui dovrà essere verificata anche l’eventuale eliminazione o alterazione di pilastri è stata riportata da fonti giornalistiche e non costituisce, allo stato, una conclusione della Procura.
Le deposizioni e quei segnali precedenti al crollo
Un quadro molto più articolato emerge dalle dichiarazioni rese dagli indagati e successivamente riferite dalla stampa. I verbali integrali non risultano pubblicati dalla Procura e, proprio per questo, tali elementi vanno attribuiti alle ricostruzioni giornalistiche e distinti dagli accertamenti tecnici ufficiali.
Alessandro Panarello (imprenditore che aveva preso in locazione il pianterreno per realizzarvi un punto vendita alimentare) avrebbe riferito di avere notato già in aprile alcune piastrelle sollevate tra 2 pilastri centrali. Dopo la metà di luglio, rimuovendo un rivestimento di legno da uno dei pilastri, avrebbe visto a circa altezza d’uomo parte dell’armatura priva della normale copertura di calcestruzzo e intonaco. Avrebbe inoltre osservato differenze nell’intonaco di altri pilastri, interpretandole come tracce di interventi precedenti, e deformazioni del pavimento al piano superiore.
Il 30 luglio, sempre secondo la deposizione riportata dalla stampa, Panarello sarebbe tornato intorno alle 15 e avrebbe visto un pilastro ormai liberato dalle parti di calcestruzzo deteriorate fino a rendere visibili i ferri. A preoccuparlo sarebbe stata soprattutto la configurazione delle armature nella parte alta e avrebbe fotografato il particolare e inviato l’immagine all’ingegnere Pietro Leone.
Pasquale D’Alì (imprenditore edile coinvolto nei lavori) avrebbe invece raccontato di essere già intervenuto nel 2022 su alcuni pilastri del piano seminterrato, deteriorati per circa 50 centimetri nella parte inferiore, con ferri arrugginiti. Avrebbe rimosso il calcestruzzo degradato, pulito e trattato le armature e successivamente ripristinato il rivestimento. Nella stessa zona, secondo il suo racconto, transitavano mezzi pesanti che in qualche occasione avevano urtato i pilastri.
D’Alì avrebbe inoltre dichiarato che il 30 luglio erano in corso operazioni di rimozione delle parti deteriorate affinché il tecnico potesse successivamente valutare come intervenire. Ha riferito anche della presenza di pedane di materiali per la nuova pavimentazione, comprese circa 15 pedane di piastrelle, ciascuna stimata dallo stesso imprenditore tra 900 e 1.200 chilogrammi.
Il dato è importante, ma non consente da solo di affermare che quei materiali abbiano provocato o concorso a provocare il crollo. Bisognerà stabilire dove fossero esattamente collocati, su quale superficie fosse distribuito il peso, per quanto tempo fossero rimasti in quella posizione e quale fosse la capacità effettiva del solaio.
Il pilastro piegato e l’ipotesi dell’innesco
Tra gli elementi riferiti dopo il sopralluogo figura anche un pilastro del piano interrato, lato mare, trovato deformato verso l’esterno, mentre altri elementi dello stesso livello sarebbero apparsi sostanzialmente integri. Secondo alcune valutazioni tecniche raccolte sul posto e riportate dalla stampa, questo potrebbe indicare che l’innesco del collasso sia avvenuto a un livello superiore e che il pilastro si sia deformato successivamente sotto l’azione della massa precipitata.
È però una differenza essenziale: un pilastro piegato dopo il collasso non dimostra automaticamente dove il collasso abbia avuto origine. Per stabilire la sequenza bisognerà studiarne deformazioni, rotture, posizione originaria, collegamenti con travi e solai e caratteristiche dei materiali. Sarà la superperizia, non la sola osservazione visiva, a dover ricostruire la successione degli eventi.
Plastbau e campate di 10 metri: perché il dato non basta
Nelle ricostruzioni successive al sopralluogo i solai sono stati descritti come realizzati con tecnologia “Plastbau”, sistema nel quale vengono impiegati elementi alleggeriti con polistirene associati alla struttura resistente e al getto di calcestruzzo. Sono state inoltre indicate travi o elementi reticolari prefabbricati in acciaio, definiti nelle cronache come “REP”.
È emerso anche un dato che ha attirato particolare attenzione: una distanza di circa 10 metri fra alcuni pilastri. Alcuni presenti avrebbero giudicato questa “luce” (il termine tecnico che indica la distanza libera tra gli appoggi di un elemento strutturale) molto significativa rispetto alla configurazione del solaio.
Ma trasformare automaticamente i 10 metri nella spiegazione del crollo sarebbe tecnicamente improprio. La capacità di una struttura dipende dalla sezione delle travi, dalle armature, dal calcestruzzo, dagli appoggi, dalla geometria, dai collegamenti, dalla disposizione dei carichi, dallo stato di conservazione e dal progetto complessivo. Persino la documentazione tecnica dei sistemi costruttivi di questa famiglia lega il dimensionamento alla luce e ai carichi effettivamente applicati. Saranno quindi indispensabili il progetto originario della fine degli anni Ottanta, gli eventuali successivi progetti strutturali e la verifica di quanto effettivamente costruito.
Quanto peso doveva sopportare il solaio
Il punto da chiarire è questo: se quel solaio poteva reggere circa 250-300 chili per metro quadrato, mentre un magazzino può richiedere una resistenza anche intorno ai 600 chili per metro quadrato, bisogna capire se la struttura fosse davvero adatta a sopportare i pesi presenti.
Le attuali Norme tecniche per le costruzioni, approvate con il decreto ministeriale 17 gennaio 2018, distinguono le destinazioni d’uso: per i negozi la tabella dei sovraccarichi riporta 4,00 kN/m², equivalenti indicativamente a poco più di 400 chilogrammi-forza al metro quadrato; per centri commerciali, mercati e grandi magazzini 5,00 kN/m², circa 510; per aree destinate a deposito e immagazzinamento il valore indicato è almeno 6,00 kN/m², circa 610. Carichi particolari, concentrati o derivanti da attrezzature e depositi devono essere valutati specificamente.
Questi valori rappresentano però il riferimento normativo attuale e non possono essere applicati retroattivamente, senza ulteriori verifiche, a un edificio progettato e costruito alla fine degli anni Ottanta. I consulenti dovranno individuare la normativa vigente al momento della progettazione, verificare le destinazioni d’uso originarie e successive e soprattutto confrontare i calcoli con la struttura realmente esistente il 30 luglio.
È questo uno degli aspetti tecnicamente più interessanti della nuova fase dell’inchiesta: non stabilire astrattamente quanto “regge un Plastbau”, ma quanto poteva e doveva sopportare quel preciso edificio, nelle condizioni in cui si trovava e dopo gli interventi compiuti durante quasi 40 anni.
L’inchiesta e i 3 indagati
L’indagine è coordinata daAntonio D’Amato procuratore Capo della Procura di Messina ed è seguita, tra gli altri, dalle sostitute procuratrici Anita Siliotti e Antonietta Ardizzone. Gli accertamenti sono stati affidati ai Carabinieri del Comando provinciale, con il coinvolgimento degli organismi tecnici competenti. La nota della Procura diffusa dopo il disastro aveva indicato, allo stato, le ipotesi di omicidio colposo plurimo, rimozione e omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro e delitti colposi di danno, richiamando rispettivamente gli articoli 589, 437 e 449 del Codice penale.
Gli indagati sono Alessandro Panarello, Pasquale D’Alì e Pietro Leone (ingegnere e parente della famiglia proprietaria dell’edificio). Le fonti hanno fornito ricostruzioni non sempre coincidenti sull’esatta titolarità e sulla ripartizione degli incarichi relativi ai lavori: anche per questa ragione è opportuno non anticipare conclusioni sull’effettivo ruolo giuridico e tecnico di ciascuno. L’iscrizione nel registro degli indagati consente inoltre l’esercizio delle garanzie difensive e non costituisce accertamento di responsabilità.
Gli avvocati indicati nelle ricostruzioni del procedimento per la difesa degli indagati sono Salvatore Silvestro, Antonello Scordo, Sebastiano Campanella e Maurizio Di Silvestro. Tra i legali delle parti offese figurano Franco e Nunzio Rosso, Ugo Colonna, Antonio Giacobello, Pierluigi Venuti, Pasquale Verbaro, Cesare Santonocito e Alessandro Billè.
Mediterranea24 aveva già approfondito le prime fasi delle ricerche e dell’inchiesta, soffermandosi sull’assenza, allora come oggi, di una causa tecnicamente accertata. L’elemento nuovo è proprio il passaggio dalle prime acquisizioni investigative agli accertamenti materiali dei consulenti sui resti dell’edificio.
Il Ris e i 2 dispersi
Parallelamente alle verifiche strutturali prosegue un altro accertamento, affidato al Ris (Reparto investigazioni scientifiche dell’Arma dei Carabinieri) di Messina. Il 25 agosto sono iniziate le analisi sui frammenti ossei e sugli altri reperti biologici recuperati durante la rimozione delle macerie. Il Dna dovrà essere confrontato con quello dei familiari e con i campioni relativi alle persone già identificate.
I corpi recuperati e identificati sono quelli di Carmelo Leone, Rosa Leone, Alessandra Frazzica e Sara Leone. Mancano ancora all’appello Santino Magazzù e Lhairu Warnakulasuriya, originario dello Sri Lanka e collaboratore della famiglia. Per questo, fino alla conclusione delle verifiche genetiche, il dato più rigoroso resta 4 vittime accertate e 2 dispersi, non 6 decessi definitivamente accertati.
Secondo una fonte giornalistica locale, gli accertamenti sui telefoni cellulari sequestrati ai 3 indagati, dai quali potrebbero emergere fotografie, messaggi e comunicazioni utili a ricostruire le ore precedenti al cedimento, sono stati rinviati al 4 settembre. Non risulta al momento una comunicazione pubblica della Procura che abbia ufficializzato questa data.
Quattromila metri cubi di macerie
La dimensione del lavoro compiuto dai Vigili del fuoco emerge dalla comunicazione conclusiva diffusa il 13 agosto. Dal 30 luglio al 6 agosto sono state impegnate circa 80 unità provenienti da Messina, da altri Comandi siciliani e dalla Direzione regionale; dal 6 al 13 agosto il dispositivo è stato rimodulato su circa 40 unità, comprese squadre extraprovinciali.
Hanno operato specialisti USAR (Urban Search and Rescue, ricerca e soccorso in macerie), SAPR (Sistemi aeromobili a pilotaggio remoto, cioè droni), SAF (Speleo alpino fluviale), NBCR (Nucleare, biologico, chimico e radiologico), unità cinofile e personale MSL per il supporto logistico. Nei primi giorni i soccorritori hanno dovuto affrontare anche l’incendio rimasto a lungo covante all’interno dei detriti.
La stima finale ha indicato circa 4.000 metri cubi di macerie, masserizie e materiali trasportati nei siti temporanei individuati attraverso le ordinanze sindacali 134/2026 e 143/2026. Una volta terminate le ricerche, sono state eliminate le parti maggiormente pericolanti e bonificata l’area, rimasta comunque sotto sequestro per preservare lo stato dei luoghi.
Ora quelle macerie non costituiscono più soltanto ciò che resta della palazzina. Sono diventate reperti. Pilastri, ferri, travi, calcestruzzo, fotografie, documenti progettuali, deformazioni e materiali depositati dovranno essere letti insieme. È da questo confronto, e non da una singola anomalia o da un’unica ipotesi, che potrà arrivare la risposta alla domanda rimasta aperta dal pomeriggio del 30 luglio: perché quella struttura è crollata.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









