Lefebvriani: 38 anni dopo Écône riapre la frattura con Roma

Per i Lefebvriani fautori del rito antico, il nodo è anche l’insieme delle riforme conciliari del Vaticano che comprendono il dialogo con le altre religioni e il riconoscimento della libertà religiosa. il Vaticano conferma la scomunica dei sei vescovi

La vicenda lefebvriana nasce dopo il Concilio Vaticano II, quando monsignor Marcel Lefebvre (1905-1991, è stato un arcivescovo francese, noto per essere stato il principale leader del tradizionalismo cattolico) fondò nel 1970 la Fraternità sacerdotale San Pio X (FSSPX, Fraternità sacerdotale San Pio X) per difendere la liturgia e la dottrina tradizionale contro le riforme conciliari. Il contrasto con Roma si aggravò negli anni Settanta e culminò il 30 giugno 1988, quando Lefebvre consacrò 4 vescovi a Écône (frazione del comune svizzero di Riddes, nel Canton Vallese) senza il consenso di Giovanni Paolo II. Il Vaticano parlò allora di atto scismatico e dichiarò la scomunica, poi rimessa da Benedetto XVI nel 2009 nel tentativo di riaprire un cammino di riconciliazione. Nel 2026 il nuovo confronto è maturato dopo l’annuncio di don Davide Pagliarani, superiore generale della Fraternità, di procedere il 1° luglio con altre 4 consacrazioni episcopali. Il 13 maggio il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, ha ribadito che ordinare vescovi senza mandato pontificio costituisce un atto scismatico. Il 29 giugno Leone XIV ha scritto a Pagliarani chiedendo di tornare indietro e avvertendo che la lacerazione dell’unità ecclesiale avrebbe ferito anche i fedeli sul piano sacramentale. Il 1° luglio, a Écône, i lefebvriani hanno comunque consacrato Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier, con monsignor Alfonso de Galarreta come consacrante principale e monsignor Bernard Fellay come co-consacrante. Le stime attendibili parlano di circa 15.000-17.000 presenti, tra cui esponenti della destra italiana. La Santa Sede non ha ancora chiuso la porta al dialogo, ma il cardinale Pietro Parolin ha definito l’episodio una ferita grave all’unità della Chiesa e ha indicato nel Concilio Vaticano II il punto decisivo dello scontro, in quanto dal 1962 al 1965 il Concilio Vaticano II, aperto da Giovanni XXIII e concluso da Paolo VI, aveva aggiornato il linguaggio e la presenza della Chiesa nel mondo moderno, dalla liturgia al dialogo religioso, fino alla libertà religiosa e al ruolo dei laici. Intanto il Dicastero per la Dottrina della Fede ha ratificato la scomunica, per il Vaticano si tratta di un atto di natura scismatica, che segna una nuova frattura tra Roma e la Fraternità Sacerdotale San Pio X.

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Lo strappo dei lefebvriani non nasce da un dissenso improvviso sulla messa in latino, ma da un contrasto più ampio sul rapporto tra Chiesa, modernità, libertà religiosa, ecumenismo e autorità pontificia. La Fraternità sacerdotale San Pio X fu fondata nel 1970 da monsignor Marcel Lefebvre, arcivescovo francese e figura di riferimento del cattolicesimo tradizionalista, in reazione agli sviluppi seguiti al Concilio Vaticano II. Il punto sensibile non era soltanto il rito antico, ma l’insieme delle riforme conciliari, dalla liturgia al dialogo con le altre religioni, fino al riconoscimento della libertà religiosa come principio non più leggibile secondo gli schemi del cattolicesimo preconciliare.

Il primo grande punto di rottura arrivò il 30 giugno 1988. Quel giorno, a Écône, in Svizzera, Lefebvre consacrò 4 vescovi senza mandato pontificio, nonostante il divieto di Giovanni Paolo II. Con il motu proprio (documento emanato direttamente dal Papa) Ecclesia Dei (La Chiesa di Dio), pubblicato il 2 luglio 1988, il Pontefice definì quelle ordinazioni episcopali illecite come un atto di disobbedienza in una materia essenziale per l’unità della Chiesa e richiamò la Fraternità al dovere della comunione con Roma.

La sanzione canonica fu la scomunica latae sententiae (scomunica automatica, che scatta per effetto stesso dell’atto compiuto), allora dichiarata il 1° luglio 1988 e poi confermata nel quadro della valutazione vaticana. Nel 2009 Benedetto XVI rimise quella scomunica ai 4 vescovi consacrati da Lefebvre, tra i quali Bernard Fellay e Alfonso de Galarreta, nella speranza che il gesto potesse favorire una piena riconciliazione. La remissione, però, non risolse il nodo dottrinale: la Fraternità rimase in una condizione canonica irregolare, perché il confronto sul Concilio Vaticano II continuò senza un accordo definitivo.

Negli anni successivi Roma tentò più volte di tenere aperto un canale. Benedetto XVI, con Summorum Pontificum (Dei Sommi Pontefici) del 2007, ampliò l’uso della liturgia romana precedente alla riforma del 1970, mentre Francesco, con Traditionis custodes (Custodi della tradizione) del 2021, ne restrinse l’applicazione affidando ai vescovi diocesani un controllo più diretto e chiedendo che i gruppi legati al rito antico non negassero la validità e la legittimità della riforma liturgica e del Concilio. Anche questi passaggi mostrano che la questione non riguarda solo la forma della celebrazione, ma l’obbedienza alla linea dottrinale e pastorale maturata nella Chiesa dopo gli anni Sessanta.

Il 2026 ha riportato Écône al centro della crisi. Il 2 febbraio don Davide Pagliarani, superiore generale della Fraternità, annunciò l’intenzione di procedere a nuove consacrazioni episcopali il 1° luglio, sostenendo che la continuità della missione lefebvriana richiedesse nuovi vescovi per garantire ordinazioni sacerdotali, cresime e sacramentali riservati all’episcopato. Il 26 maggio furono resi noti i nomi dei prescelti: Pascal Schreiber, svizzero; Michael Goldade, statunitense; Michel Poinsinet de Sivry, francese; Marc Hanappier, francese. La forma corretta dell’ultimo nome è Hanappier, non Happier, come riportato in alcune ricostruzioni giornalistiche.

La risposta vaticana arrivò in modo progressivo. Il 13 maggio il cardinale Víctor Manuel Fernández dichiarò che le ordinazioni annunciate non avevano il mandato pontificio e che il gesto avrebbe costituito un atto scismatico. Il riferimento giuridico è oggi il canone 1387 del Codice di diritto canonico, dopo la riforma del libro VI entrata in vigore nel 2021: il vescovo che consacra un altro vescovo senza mandato pontificio e chi riceve la consacrazione incorrono nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica.

Il 29 giugno Leone XIV indirizzò a Pagliarani un appello diretto. Il Papa riconobbe l’attaccamento della Fraternità alla liturgia, alla formazione sacerdotale, allo zelo apostolico e alla Tradizione, ma chiese espressamente di tornare sui propri passi. Nella lettera avvertì che l’atto scismatico avrebbe privato i fedeli della ricezione lecita e, in alcuni casi, anche valida dei sacramenti, e definì la lacerazione della “Tunica inconsutile di Cristo” un peccato di estrema gravità. La formula richiama l’immagine dell’unità indivisa della Chiesa, che per Roma non può essere preservata contro il Papa, ma solo nella comunione con lui.

Il 1° luglio, nonostante l’appello pontificio, la Fraternità ha proceduto. La cerimonia si è svolta a Écône, nel Canton Vallese, in un grande spazio allestito accanto al seminario. Vatican News ha indicato oltre 1.000 sacerdoti, religiosi e religiose e circa 15-17000 fedeli presenti. Il rito, celebrato secondo la forma tradizionale e largamente in latino, è stato trasmesso in livestreaming in più lingue, segno di una frattura antica raccontata con strumenti pienamente contemporanei.

Il consacrante principale è stato monsignor Alfonso de Galarreta, affiancato da monsignor Bernard Fellay. La circostanza ha un peso simbolico: entrambi erano tra i 4 vescovi ordinati da Lefebvre nel 1988 e avevano beneficiato della remissione della scomunica decisa da Benedetto XVI nel 2009. Secondo la normativa canonica attuale, il nuovo gesto espone ora i 2 consacranti e i 4 consacrati alla sanzione automatica prevista per chi conferisce o riceve l’episcopato senza mandato del Papa. Resta distinto il piano automatico della pena canonica dal possibile atto formale con cui la Santa Sede potrà dichiararla pubblicamente.

Nell’omelia e negli interventi collegati alla celebrazione, Pagliarani ha riproposto la tesi dello “stato di necessità”, sostenendo che la Fraternità non intende creare una Chiesa parallela né negare l’autorità papale, ma garantire la continuità di quella che considera la Tradizione cattolica. Dal punto di vista romano, però, il problema è proprio il rapporto tra dichiarata fedeltà al Papa e scelta concreta di compiere un atto che il Papa aveva chiesto di non fare. È qui che la distanza diventa sostanziale: i lefebvriani affermano di servire la Chiesa contro una crisi interna, mentre la Santa Sede ritiene che nessuna urgenza possa giustificare una consacrazione episcopale sottratta al mandato pontificio.

Il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin ha parlato di “grande dolore” e di ferita profonda all’unità ecclesiale. Ha ricordato che le ordinazioni episcopali senza mandato rompono la comunione della Chiesa e comportano sanzioni precise, soprattutto la scomunica, ma ha anche lasciato aperta una via di dialogo. Il passaggio più importante del suo commento riguarda il merito della crisi: per Parolin il punto fondamentale è l’accettazione del Concilio Vaticano II, che non può essere considerato una parentesi da archiviare, perché la storia della Chiesa non si blocca a un determinato momento.

Il Concilio Vaticano II si svolse a Roma, nella Basilica di San Pietro, dall’11 ottobre 1962 all’8 dicembre 1965: fu convocato da papa Giovanni XXIII e portato a conclusione da papa Paolo VI. In estrema sintesi, non cambiò la dottrina centrale della Chiesa cattolica, ma aggiornò il modo di presentarla e viverla nel mondo contemporaneo: promosse una liturgia più comprensibile ai fedeli, aprì al dialogo con le altre confessioni cristiane e con le altre religioni, riconobbe con maggiore chiarezza la libertà religiosa, valorizzò il ruolo dei laici e invitò la Chiesa a confrontarsi con la società moderna senza chiudersi in una posizione difensiva.

Anche il sociologo italiano Massimo Introvigne, intervistato da Radio Radicale il 1° luglio, ha letto il caso in una chiave più ampia della sola liturgia. Secondo la sua analisi, la frattura non dipende semplicemente dal latino, dai paramenti o dalle forme rituali, ma dalla visione del rapporto tra Chiesa, altre religioni, libertà religiosa, Stato e modernità. In questa prospettiva, anche un’eventuale concessione più ampia sul rito antico non basterebbe a ricomporre la rottura se restasse intatto il rifiuto di alcuni insegnamenti conciliari.

La partecipazione di esponenti della destra italiana, tra cui Mario Borghezio e una delegazione di Forza Nuova guidata da Roberto Fiore, segnala inoltre la capacità del mondo lefebvriano di attrarre ambienti politici identitari e conservatori. Questo non significa che tutti i fedeli legati alla Fraternità abbiano la stessa collocazione politica, ma mostra come il richiamo alla tradizione religiosa possa diventare anche un linguaggio culturale e pubblico, usato per contestare la modernità, il pluralismo e le trasformazioni sociali.

Il giorno dopo, il Dicastero per la Dottrina della Fede ha ratificato la scomunica per Alfonso de Galarreta, Bernard Fellay e i quattro vescovi consacrati a Econe senza mandato pontificio: Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier. Per il Vaticano si tratta di un atto di natura scismatica, che segna una nuova frattura tra Roma e la Fraternità Sacerdotale San Pio X. La Santa Sede avverte i fedeli sulle conseguenze dell’adesione allo scisma e invita a non partecipare alle celebrazioni della Fraternità, precisando che alcuni sacramenti amministrati dai suoi ministri sono illeciti o invalidi. Allo stesso tempo, lascia aperta la strada del ritorno alla piena comunione: ai sacerdoti viene chiesta una lettera personale al Papa, mentre per i laici basta una professione di fede o la garanzia del vescovo locale.