Irpef, in Sicilia 2,96 milioni di contribuenti ma solo 2,16 milioni versano l’imposta

Redditi siciliani più bassi della media italiana. Il nuovo rapporto mostra quanto si concentra il gettito nazionale, mentre nell’Isola quasi 800 mila contribuenti non versano Irpef

Sintesi

In Sicilia nel 2024 risultano 2.955.617 contribuenti, ma quelli che hanno effettivamente versato Irpef sono 2.156.716, il 72,97%. Circa 799 mila, pari al 27,03%, non hanno quindi corrisposto imposta sul reddito. Secondo l’elaborazione di Itinerari Previdenziali il gettito riconducibile all’Isola è stato di 10,369 miliardi di euro, in aumento rispetto ai 9,884 miliardi del 2023. Non significa però che chi non paga Irpef non versi nessun’altra tassa.

Il divario con il resto del Paese nasce anche dai redditi più bassi. I dati del Ministero dell’Economia indicano per la Sicilia un reddito complessivo di circa 58,99 miliardi, con una media di circa 20.565 euro tra chi dichiara un reddito positivo, contro circa 25.800 euro in Italia. Una base imponibile più bassa produce inevitabilmente un gettito Irpef inferiore.

I dati sulle dichiarazioni descrivono però soltanto i redditi che risultano al Fisco. Per questo sono fondamentali i controlli dell’Agenzia delle Entrate, della Guardia di finanza e della Magistratura. Numerose inchieste hanno infatti scoperto patrimoni, immobili, denaro e beni di lusso difficilmente compatibili con redditi ufficialmente molto bassi, arrivando in diversi casi a sequestri e confische. Il confronto tra ciò che una persona dichiara e ciò che realmente possiede o spende è quindi uno degli strumenti utilizzati per individuare evasione, riciclaggio e patrimoni di possibile origine illecita.

A livello nazionale la concentrazione è molto forte. Il rapporto presentato ieri al Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro rileva che il 69,78% dei contribuenti, con redditi fino a 29 mila euro, versa soltanto il 21,33% dell’Irpef. Il restante 30,22% ne sostiene il 78,67%; restringendo ancora il campo, il 18,78% che dichiara almeno 35 mila euro versa il 65% dell’imposta. In sostanza, aumentando il reddito diminuisce rapidamente il numero dei contribuenti ma cresce molto il loro peso sul gettito.

Articolo

La Sicilia nei dati fiscali

La fotografia siciliana parte da 2.955.617 contribuenti nell’anno d’imposta 2024. Di questi, secondo l’elaborazione contenuta nell’ultimo Osservatorio di Itinerari Previdenziali, 2.156.716 hanno versato almeno una quota di Irpef. Sono il 72,97% del totale. Per differenza, circa 798.900 contribuenti, il 27,03%, non hanno versato Irpef. L’ammontare attribuito alla Sicilia dall’Osservatorio è stato di 10,369 miliardi di euro, contro 9,884 miliardi nel 2023.

Il dato va letto. Non versare Irpef non significa non pagare alcuna tassa: una persona può non dovere l’imposta sul reddito in quanto guadagna poco, perché le detrazioni la azzerano oppure perché ha redditi sottoposti ad altre forme di tassazione; può inoltre pagare Iva sugli acquisti, accise, tributi locali e altre imposte. Anche il Ministero dell’Economia spiega che a livello nazionale l’Irpef netta può essere pari a zero per redditi compresi nelle fasce di esenzione, per effetto delle detrazioni oppure quando sono presenti soltanto redditi soggetti a imposta sostitutiva.

Perché in Sicilia il gettito è più basso

In Sicilia si dichiarano mediamente redditi inferiori rispetto alla media italiana. Le dichiarazioni riferite al 2024 indicano nell’Isola circa 58,99 miliardi di euro di reddito complessivo e 2,87 milioni di soggetti con reddito positivo. La media è quindi di circa 20.565 euro. Sul piano nazionale il reddito complessivamente dichiarato ha raggiunto 1.076 miliardi e la media si colloca attorno a 25.800 euro. La distanza è superiore a 5 mila euro l’anno.

L’Irpef è un’imposta progressiva, cioè cresce man mano che aumenta il reddito. Ma funziona “a scaglioni”: non appena una persona supera una certa soglia, non viene tassato tutto il suo reddito con l’aliquota più alta. Solo la parte di reddito che supera quella soglia paga l’aliquota superiore, mentre la parte precedente continua a essere tassata con le aliquote più basse.

Per fare un esempio molto semplice: se una persona entra in uno scaglione con aliquota più alta, non significa che tutto ciò che guadagna venga tassato a quella percentuale. Significa soltanto che la parte di reddito che ricade nello scaglione superiore paga di più.

Questo spiega anche perché nei territori dove ci sono più redditi bassi, come avviene in misura maggiore in Sicilia rispetto alla media nazionale, il gettito Irpef complessivo tende a essere più basso. Non perché le regole siano diverse, ma perché ci sono meno redditi che arrivano agli scaglioni più alti, quelli che producono una quota maggiore dell’imposta.

I redditi dichiarati non raccontano però, da soli, tutta la ricchezza che può essere effettivamente disponibile. È anche per questo che i controlli fiscali e patrimoniali restano essenziali. Guardia di finanza, Agenzia delle Entrate e Magistratura possono confrontare le dichiarazioni con conti correnti, immobili, automobili, società, investimenti e tenore di vita. Quando emerge una forte differenza tra ciò che viene ufficialmente dichiarato e ciò che una persona possiede o utilizza, possono partire ulteriori accertamenti. Questo non significa automaticamente che vi sia un illecito, ma la sproporzione può diventare un elemento importante nelle indagini.

Mediterranea24 ne ha già documentato diversi esempi. Nell’inchiesta sul patrimonio ritenuto collegato a Matteo Messina Denaro e alla famiglia Tamburello, la testata ha ricordato che la sproporzione tra redditi dichiarati e tenore di vita figurava tra gli elementi centrali degli accertamenti: gli investigatori hanno ricostruito disponibilità comprendenti immobili, società, rapporti finanziari, oro e altri beni, con un sequestro indicato in oltre 200 milioni di euro. Anche nel caso dei patrimoni attribuiti ai proventi della Mala del Brenta, Mediterranea24 ha ricostruito verifiche bancarie e documentali basate anche sul confronto tra redditi dichiarati e patrimoni disponibili, conclusesi con una confisca definitiva di immobili, automobili, denaro, gioielli e altri beni per circa 2 milioni di euro.

Il principio è semplice: le statistiche fiscali mostrano ciò che viene dichiarato; i controlli servono anche a verificare se quella dichiarazione è coerente con la ricchezza effettivamente posseduta. Per questo un territorio con redditi ufficialmente bassi non può essere automaticamente considerato povero in ogni sua componente, né i dati Irpef possono misurare da soli evasione ed economia sommersa.

Il 30% che versa quasi l’80%

Il dato più forte del nuovo rapporto riguarda l’intero Paese. Su 42,84 milioni di contribuenti, quelli che hanno effettivamente versato almeno 1 euro di Irpef sono poco più di 34,1 milioni. Secondo l’elaborazione di Itinerari Previdenziali, chi dichiara fino a 29 mila euro rappresenta il 69,78% dei contribuenti ma versa il 21,33% dell’imposta. Di conseguenza, chi si trova sopra quella soglia rappresenta il 30,22% e sostiene il 78,67% del gettito.

La concentrazione aumenta salendo di reddito. I contribuenti da 35 mila euro in su sono il 18,78% e versano il 65% dell’Irpef; quelli sopra 55 mila euro rappresentano il 6,25% e sostengono il 40,63%. I contribuenti fino a 20 mila euro sono invece il 47,13% e, nel calcolo dell’Osservatorio, versano complessivamente circa il 5% dell’imposta.

Si tratta di una caratteristica legata anche al funzionamento stesso dell’Irpef: chi guadagna di più non soltanto versa più euro, ma incontra aliquote marginali superiori, mentre sui redditi bassi incidono le aree di esenzione e le detrazioni. Il rapporto di Itinerari Previdenziali interpreta questa concentrazione in maniera fortemente critica; questa è però una valutazione del Centro studi e della Cida, distinta dai dati numerici sui quali è costruita. Itinerari Previdenziali

Irpef netta e gettito del rapporto non sono la stessa cifra

Per la Sicilia si possono trovare 2 cifre diverse, circa 9,7 miliardi e 10,369 miliardi, ma non sono necessariamente in contrasto. Il motivo è che misurano cose leggermente diverse.

Il Ministero dell’Economia considera l’Irpef netta, cioè l’imposta sul reddito dopo detrazioni e altri aggiustamenti. Itinerari Previdenziali, invece, usa un calcolo più ampio, che comprende anche le addizionali regionali e comunali, cioè le quote di Irpef destinate a Regione e Comuni, sottraendo poi alcuni benefici fiscali riconosciuti ai lavoratori.

Per questo il totale di Itinerari risulta più alto. In sostanza, non cambia il fenomeno: cambia il modo in cui viene calcolato il gettito.

È quindi fondamentale confrontare numeri costruiti nello stesso modo. Altrimenti due cifre entrambe corrette possono sembrare in contraddizione pur misurando grandezze leggermente diverse.

Il confronto con il resto d’Italia

Anche senza forzare i decili (divisioni statistiche che ordinano la popolazione in dieci gruppi di uguale numerosità, dal 10% più povero al 10% più ricco), la distanza territoriale è evidente. La Sicilia raccoglie circa il 6,9% di tutti i contribuenti italiani, mentre i redditi complessivamente dichiarati nell’Isola rappresentano circa il 5,5% del totale nazionale. Il motivo è soprattutto la minore altezza media dei redditi dichiarati.

Il rapporto mostra anche una forte differenza tra Nord, Centro e Sud. Nel Mezzogiorno, su circa 19,7 milioni di residenti, le persone che versano effettivamente Irpef rappresentano il 47,9% della popolazione. Al Centro la quota sale al 59,5%, mentre al Nord arriva al 64,2%.

In altre parole, nel Sud c’è una parte più piccola della popolazione che contribuisce direttamente al gettito Irpef rispetto alle altre aree del Paese. Questo può dipendere da diversi fattori: redditi medi più bassi, maggiore presenza di persone senza reddito proprio, disoccupazione, pensioni modeste, lavoro povero e contribuenti che, grazie a detrazioni o soglie di esenzione, finiscono per non versare Irpef netta.

Chi non versa Irpef non è automaticamente una persona che non paga tasse. Può comunque contribuire attraverso l’Iva sugli acquisti, le accise sui carburanti e sull’energia, i tributi locali o altre imposte. Il confronto misura quindi soltanto quante persone, nelle diverse aree del Paese, partecipano direttamente al pagamento dell’Irpef, non quante persone contribuiscono complessivamente alle entrate pubbliche.

La manovra e il taglio dell’Irpef

I dati arrivano mentre il Governo sta valutando nuovi interventi sull’Irpef nella prossima manovra. Il viceministro dell’Economia Maurizio Leo ha confermato l’obiettivo di estendere fino a 60 mila euro il secondo scaglione, oggi fermo a 50 mila, mantenendo l’aliquota del 33%, ma ha indicato nella disponibilità delle coperture finanziarie la condizione necessaria per procedere. Si tratta quindi, allo stato attuale, di un’ipotesi per la manovra e non di una misura già approvata.

Nello stesso confronto sono state richiamate anche ipotesi riguardanti una tassazione agevolata per i giovani e la cedolare secca (un regime fiscale facoltativo e alternativo che permette di tassare i redditi derivanti dall’affitto di immobili a uso abitativo con un’unica imposta sostitutiva a tasso fisso rinunciando ad aggiornare o aumentare il canone di affitto in base all’inflazione ISTAT per tutta la durata dell’opzione, l’opzione si può scegliere alla registrazione del contratto o negli anni successivi, e si può revocare anno per anno) sugli affitti commerciali. Anche queste proposte devono passare attraverso il percorso della legge di bilancio prima di poter essere considerate operative.

Una precisazione sui “24,8 milioni che non pagano tasse”

La formula utilizzata nel dibattito pubblico secondo cui circa 24,8 milioni di italiani “non pagano tasse” necessita quindi di una precisazione. Il rapporto mette in relazione popolazione, contribuenti e versanti Irpef e osserva che una larga parte della popolazione non produce direttamente gettito da questa imposta. Non si può però concludere che tutte queste persone non contribuiscano in alcun modo al fisco, in quanto tra loro vi sono minori, familiari senza reddito proprio e persone che possono comunque pagare imposte indirette e tributi diversi dall’Irpef.

Il dato del Ministero è più preciso e riguarda soltanto chi, alla fine dei calcoli fiscali, non deve versare Irpef. Sono oltre 8,7 milioni di contribuenti con un’imposta netta pari a zero: in pratica, dopo aver applicato detrazioni, agevolazioni e soglie di esenzione, non resta nulla da pagare.

A questi si aggiungono altri contribuenti per i quali l’Irpef teoricamente dovuta viene completamente compensata da benefici fiscali, come il trattamento integrativo (un bonus fiscale in busta paga fino a 1.200 euro l’anno, 100 euro al mese) e il bonus tredicesima (un’indennità una tantum di 100 euro pensata per i redditi bassi con figli a carico). Sommando anche questi casi, le persone che di fatto non versano Irpef superano gli 11,3 milioni.

Questo non significa però che oltre 11 milioni di persone “non paghino tasse”. Significa soltanto che non pagano Irpef netta sul reddito. Possono comunque versare altre imposte, per esempio l’Iva sugli acquisti, le accise, i tributi locali o altre forme di tassazione.

In altre parole, il tema della concentrazione dell’Irpef esiste ed è documentato, ma “non paga Irpef” e “non paga tasse” non sono la stessa cosa.

La tredicesima indagine sulle entrate fiscali è stata presentata Ieri, 24 settembre, al Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro) a Roma, nel corso dell’incontro organizzato con Cida (Confederazione italiana dirigenti e alte professionalità). Alberto Brambilla (presidente del Centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali) ha presentato i risultati; il programma prevedeva il confronto con Stefano Cuzzilla (presidente Cida) e le conclusioni in videocollegamento del viceministro Maurizio Leo.

Nell’immagine di copertina, la sede del Ministero dell’Economia e delle Finanze; la presentazione al CNEL dell’ Osservatorio sulla spesa pubblica e sulle entrate 2026; il viceministro Maurizio Leo.