Sintesi
La Fieg convocherà nelle prossime settimane un Tavolo della filiera della distribuzione e vendita della stampa, coinvolgendo distributori nazionali e locali e organizzazioni degli edicolanti. La Federazione segnala una situazione resa sempre più difficile dalla diminuzione delle copie, dall’aumento dei costi e dalla progressiva scomparsa dei punti vendita. Il problema non riguarda soltanto l’economia delle edicole: riducendo i luoghi attraverso i quali i giornali raggiungono i cittadini, si restringono anche le possibilità di accesso a fonti informative differenti.

Il cambiamento delle abitudini dei lettori pone però una seconda questione: il pluralismo non passa più soltanto dalla carta. Una parte crescente dell’informazione locale vive esclusivamente o prevalentemente sul Web e comprende anche piccole testate sostenute da strutture minime, associazioni, collaboratori e giornalisti che spesso investono direttamente tempo e risorse nell’attività editoriale. Per questo il tema degli aiuti pubblici riguarda ormai anche la possibilità di mantenere un numero elevato di soggetti informativi indipendenti e radicati nei territori.

In Sicilia un primo sistema di sostegno esiste già. Nel 2026 la Regione ha messo a disposizione 3 milioni di euro per editoria cartacea e digitale, radio, televisioni e agenzie di stampa, riservando 600 mila euro alle testate emergenti attive da meno di 36 mesi. I contributi possono arrivare a 100 mila euro per gli operatori consolidati e a 30 mila per quelli emergenti. È un precedente importante, ma pone anche il tema di quanto tali strumenti riescano effettivamente a raggiungere le realtà più piccole.

Articolo
La Fieg chiama al tavolo la filiera

La Fieg (Federazione italiana editori giornali) convocherà nelle prossime settimane un Tavolo della filiera della distribuzione e vendita della stampa, invitando distributori nazionali e locali e organizzazioni rappresentative degli edicolanti. L’iniziativa è stata annunciata ieri, 23 settembre, ed è motivata dalla contrazione delle copie vendute, dall’aumento dei costi di trasporto e gestione e dalla progressiva diminuzione dei punti vendita.
Andrea Riffeser Monti (presidente della Fieg) ha sostenuto che non sia più sufficiente prendere atto delle difficoltà e che occorrano soluzioni condivise tra gli operatori. Secondo la Federazione, la riduzione della rete distributiva incide anche sul pluralismo dell’informazione e sulla coesione dei territori, perché rende più difficile l’accesso quotidiano dei cittadini alla stampa. La Fieg ha quindi sollecitato interventi sui costi, tempi più rapidi nell’erogazione dei contributi e nuove misure delle Regioni, chiedendo che la rete delle edicole venga riconosciuta come servizio di interesse pubblico e presidio di prossimità.
Il problema non finisce con le edicole
La questione sollevata dalla Fieg riguarda direttamente la carta stampata e la sua distribuzione, ma il cambiamento avvenuto nell’informazione rende necessario considerare contemporaneamente anche ciò che accade sul digitale. Molte notizie di quartiere, comunali o provinciali non passano più da un quotidiano cartaceo e vengono prodotte da testate esclusivamente online, spesso di dimensioni molto ridotte.
Sono realtà molto differenti tra loro e non è possibile considerarle automaticamente equivalenti sotto il profilo della qualità. Esistono infatti testate giornalistiche registrate che verificano documenti, seguono amministrazioni, tribunali, associazioni, scuole, sanità e cronaca locale e producono articoli e servizi.
Per queste ultime la sostenibilità può diventare particolarmente difficile. Server, programmi informatici, consulenza tecnica e legale, assicurazioni, attrezzature, servizi fotografici, spostamenti e lavoro giornalistico hanno un costo anche quando non esistono una redazione tradizionale o una struttura editoriale di grandi dimensioni. Se le entrate pubblicitarie locali non sono sufficienti, una testata può quindi trovarsi davanti all’alternativa tra ridurre drasticamente l’attività o dipendere economicamente da pochi soggetti.
Pluralismo significa anche moltiplicare le fonti
È proprio qui che il problema economico incontra quello del pluralismo. Più il mercato dell’informazione si concentra in pochi operatori economicamente forti, minore può diventare il numero delle fonti autonome alle quali il cittadino può rivolgersi. Questo non significa che un grande gruppo editoriale sia necessariamente meno indipendente di una piccola testata, né che una piccola realtà sia automaticamente più affidabile. Significa invece che la presenza di soggetti differenti riduce il rischio che l’informazione disponibile provenga da un numero troppo ristretto di centri editoriali, economici o politici.
La questione diventa ancora più rilevante sul piano locale, dove amministratori pubblici, imprese, inserzionisti, enti e testate operano spesso all’interno dello stesso territorio e dove la base economica dalla quale ricavare pubblicità e abbonamenti è inevitabilmente limitata.
Anche Agcom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) considera ormai il Web parte integrante del sistema nel quale deve essere tutelato il pluralismo. Nelle disposizioni adottate nel 2026 per la comunicazione politica, l’Autorità ha previsto specifiche regole anche per le sezioni video delle testate giornalistiche online e ha richiamato le piattaforme digitali alla tutela del pluralismo, dell’indipendenza e dell’obiettività dell’informazione e al contrasto della disinformazione.
Gli aiuti pubblici esistono, ma non raggiungono automaticamente tutti
La legislazione di riferimento è soprattutto questa: il Fondo nasce con la legge 26 ottobre 2016, n. 198, mentre la denominazione attuale di “Fondo unico per il pluralismo e l’innovazione digitale dell’informazione e dell’editoria” deriva dalla legge 30 dicembre 2023, n. 213 (legge di bilancio 2024), articolo 1, comma 315. Per il 2026 il Fondo è stato poi rifinanziato con ulteriori 60 milioni di euro.
Il problema è rappresentato dalla struttura dei requisiti. La normativa nazionale ha progressivamente collegato l’accesso a diverse forme di sostegno alla natura dell’impresa, alla sua organizzazione e anche alla presenza di un numero minimo di giornalisti dipendenti. Per la ridefinizione del sistema dei contributi la legge ha indicato, anche per le testate digitali, una struttura redazionale con almeno 4 giornalisti assunti a tempo indeterminato per i quotidiani e 2 per i periodici. Requisiti pensati anche per garantire occupazione stabile e qualità professionale possono però risultare difficilmente raggiungibili dalle microtestate locali.
Ed è qui che emerge un possibile vuoto: una piccola testata può produrre informazione originale, essere regolarmente registrata, avere un direttore responsabile e seguire quotidianamente il proprio territorio, ma non possedere la struttura economica necessaria per mantenere diversi dipendenti a tempo indeterminato.
La Sicilia ha già aperto agli operatori digitali
Sul piano regionale la Sicilia ha compiuto nel 2026 un passo significativo. La Regione ha finanziato con 3 milioni di euro l’avviso “Interventi in favore dell’Editoria – Nuova iniziativa 2026”, rivolto alle imprese e alle associazioni dell’editoria cartacea e digitale, oltre che alle radio, alle televisioni e alle agenzie di stampa operanti nell’Isola.
Per l’assegnazione vengono valutati, tra gli altri elementi, il numero dei giornalisti impiegati, la diffusione dei contenuti, la presenza digitale, l’impatto informativo sul territorio e, per le testate online, anche il tempo medio di permanenza sulle pagine e la presenza sui social. Il personale giornalistico assunto ha un peso particolarmente rilevante nella valutazione, mentre per le testate emergenti viene data priorità ai progetti che prevedono nuove assunzioni e innovazione tecnologica.
Dei 3 milioni, 2,4 milioni sono stati destinati agli operatori consolidati e 600 mila euro alle testate emergenti, cioè attive da meno di 36 mesi. Per queste ultime sono previste condizioni agevolate e priorità per i progetti che favoriscono l’impiego di giornalisti e l’innovazione tecnologica. I contributi possono raggiungere 100 mila euro per gli operatori consolidati e 30 mila per quelli emergenti. La graduatoria definitiva è stata pubblicata il 5 agosto.
La misura comprende espressamente anche l’editoria online: dei 2,4 milioni destinati agli operatori consolidati, 1,2 milioni sono riservati alle iniziative editoriali online. Tuttavia, non è prevista una categoria specifica per le piccole o microtestate, distinta sulla base delle loro dimensioni economiche e organizzative. La distinzione principale riguarda infatti l’anzianità della testata, mentre tra i criteri che incidono sui contributi figurano anche il numero dei giornalisti impiegati e, per il digitale, la diffusione, il tempo medio di permanenza sulle pagine e la presenza sui social. Per una realtà molto piccola, sostenuta prevalentemente da attività volontaria, tali parametri possono quindi risultare meno favorevoli rispetto a quelli di un editore strutturato.
Il nodo delle realtà più piccole
Proprio l’esperienza siciliana consente quindi di spostare la domanda: non più soltanto se finanziare l’informazione digitale, perché questo avviene già, ma come costruire strumenti capaci di non lasciare fuori le testate più piccole che producono realmente informazione.
Una possibile evoluzione normativa, nazionale e regionale, potrebbe prevedere una fascia specifica per le microrealtà editoriali, con importi naturalmente inferiori rispetto a quelli destinati alle imprese strutturate ma con requisiti proporzionati alle loro dimensioni. L’accesso potrebbe essere collegato alla registrazione della testata presso il Tribunale, all’effettiva produzione continuativa di contenuti originali, alla presenza di giornalisti iscritti all’Albo, alla pubblicazione dei dati societari o associativi, alla tracciabilità dei finanziamenti e alla regolarità fiscale e contributiva.
In questo modo il sostegno non sarebbe attribuito genericamente a chi possiede un sito Internet, ma a chi svolge concretamente e continuativamente attività giornalistica verificabile.
La posta in gioco è l’informazione dei territori
La crisi richiamata dalla Fieg rappresenta dunque soltanto una parte di un cambiamento molto più profondo. Salvaguardare le edicole e la distribuzione significa continuare a garantire l’accesso alla carta stampata, soprattutto nei territori dove i punti vendita stanno progressivamente diminuendo. Ma tutelare davvero il pluralismo significa anche evitare che scompaiano le piccole testate digitali che, pur producendo informazione, non riescono a raggiungere i requisiti previsti dalle norme per accedere ai sostegni finanziari.
Senza strumenti adeguati alla loro dimensione, queste realtà rischiano di non riuscire a sostenersi autonomamente e, per sopravvivere, di diventare economicamente dipendenti da soggetti politici o economici. Il rischio è che venga meno proprio quella libertà editoriale che consente di informare i cittadini senza dover rispondere agli interessi di chi finanzia la testata. E quando una voce informativa chiude, non viene meno soltanto una testata. Può scomparire un soggetto che segue consigli comunali, pubblica atti, controlla gare e delibere e offre una fonte aggiuntiva con la quale confrontare le altre.
Il tema da affrontare diventa pertanto quello di un sistema pubblico di sostegno capace di accompagnare insieme la stampa tradizionale e l’informazione digitale professionale, riconoscendo le profonde differenze tra una grande impresa editoriale e una piccola testata locale e calibrando di conseguenza requisiti e contributi.
La diversificazione delle fonti non garantisce da sola che ogni informazione sia corretta, ma offre ai cittadini maggiori possibilità di confronto. Ed è proprio la possibilità di confrontare fonti autonome, verificare i fatti e trovare rappresentate realtà territoriali differenti che costituisce uno degli elementi concreti del pluralismo dell’informazione.
Nell’immagine di copertina, un’edicola simbolo della distribuzione della stampa, una piccola redazione digitale e l’informazione online consultata attraverso smartphone e computer.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









