Sintesi
A maggio 2026 le Borse internazionali continuano a registrare recuperi e nuovi massimi mentre l’economia reale mostra segnali di rallentamento sempre più evidenti. La chiusura dello Stretto di Stretto di Hormuz sta riducendo drasticamente il transito mondiale di petrolio e GNL (Gas Naturale Liquefatto), causando un crollo delle scorte energetiche globali secondo gli ultimi rapporti dell’Agenzia Internazionale dell’Energia. In Europa peggiorano gli indicatori prospettici come i PMI (Purchasing Managers’ Index) e la fiducia dei consumatori mentre aumenta il rischio di stagflazione con crescita debole e inflazione elevata. La Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale hanno lanciato segnali di allarme sulla tenuta economica. Negli Stati Uniti il nuovo presidente della Federal Reserve Kevin Warsh ha annunciato una possibile revisione delle politiche monetarie tra taglio dei tassi e riduzione del bilancio della banca centrale. In Italia cresce parallelamente la pressione fiscale locale con aumenti delle addizionali regionali e comunali IRPEF (Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche), dell’IMU (Imposta Municipale Unica) e della TARI (Tassa sui Rifiuti), soprattutto nei territori con difficoltà di bilancio. Gli esperti avvertono che la bassa volatilità dei mercati potrebbe essere temporanea e non riflettere la gravità dello shock energetico e produttivo globale.

Articolo
A maggio 2026 i mercati azionari internazionali continuano a mostrare una sorprendente capacità di recupero nonostante il progressivo deterioramento dell’economia reale globale. Gli indici statunitensi restano vicini ai massimi storici mentre le principali Borse europee recuperano terreno dopo le tensioni dei primi mesi dell’anno. Tuttavia la distanza tra andamento finanziario e condizioni economiche concrete appare sempre più marcata. Analisti, banche centrali e organismi internazionali ritengono infatti che i mercati stiano sottovalutando l’impatto del prolungato shock energetico provocato dalla crisi nel Golfo Persico e dalla persistente chiusura dello Stretto di Hormuz, snodo strategico attraverso cui transitava circa il 20% del petrolio mondiale e una quota analoga di GNL (Gas Naturale Liquefatto).

Il conflitto iniziato il 28 febbraio 2026 tra Iran e alleati occidentali ha provocato un blocco quasi totale della navigazione commerciale nell’area. Secondo le più recenti stime internazionali i transiti marittimi nello stretto si sarebbero ridotti di quasi l’89%, con centinaia di petroliere ferme e un controvalore commerciale superiore ai 23 miliardi di dollari. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha modificato radicalmente le proprie previsioni sul mercato petrolifero dopo mesi di valutazioni considerate troppo ottimistiche. L’organismo con sede a Parigi prevede ora per il 2026 un deficit medio di circa 1,8 milioni di barili al giorno, destinato a salire fino a 6 milioni di barili giornalieri nel trimestre iniziato ad aprile. Le scorte mondiali di greggio e prodotti raffinati si stanno riducendo “a ritmi record”, secondo il rapporto mensile dell’Agenzia, mentre le riserve commerciali dei Paesi OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) stanno registrando il calo più rapido dai tempi della pandemia da Covid.

Le quotazioni del Brent, dopo avere superato i 126 dollari al barile nel mese di marzo, oscillano attorno ai 106 dollari ma restano esposte a forte volatilità. L’Agenzia Internazionale dell’Energia avverte che il rapido esaurimento delle riserve potrebbe provocare nuove impennate dei prezzi durante l’estate, soprattutto in presenza di ulteriori interruzioni delle forniture energetiche nel Golfo. Anche nel caso di una riapertura parziale dello Stretto di Hormuz, gli analisti ritengono che la capacità produttiva iraniana resterebbe limitata per molti mesi a causa dei danni agli impianti e dei problemi logistici. Gli oleodotti alternativi, come il Petroline saudita, non sarebbero infatti sufficienti a compensare il blocco del traffico marittimo.
L’impatto della crisi non riguarda soltanto l’energia. Attraverso Hormuz transitava anche circa metà del commercio mondiale di fertilizzanti, ammoniaca, urea e zolfo. Il rallentamento delle forniture sta già producendo effetti significativi sui costi agricoli e agroalimentari internazionali. Le industrie petrolchimiche europee e asiatiche stanno affrontando carenze di materie prime mentre il settore del trasporto aereo registra forti aumenti dei costi operativi legati al carburante. L’Asia continua a essere l’area più vulnerabile poiché circa quattro quinti del petrolio transitante nello stretto erano destinati ai mercati asiatici.
Parallelamente peggiorano gli indicatori anticipatori dell’economia mondiale. Gli economisti osservano che in questa fase assumono maggiore importanza i Leading indicators, cioè gli indicatori previsionali orientati al futuro, rispetto ai Lagging indicators, ossia gli indicatori che fotografano dinamiche già avvenute come PIL (Prodotto Interno Lordo) e inflazione. In Europa il PMI servizi è sceso a 47,4 punti, livello che indica contrazione dell’attività economica. Gli analisti ritengono particolarmente preoccupante la debolezza del settore dei servizi poiché le economie occidentali, già dagli anni Novanta, sono diventate prevalentemente service-driven, cioè trainate dai servizi più che dalla manifattura tradizionale.
Le aspettative di uno scenario stagflattivo, termine che indica contemporaneamente stagnazione economica e alta inflazione, stanno aumentando soprattutto nell’area europea. Le stime indicano per il 2026 una crescita inferiore all’1% e un’inflazione superiore al 3% per gran parte dell’anno. La Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale hanno richiamato più volte governi e investitori ai rischi legati all’instabilità energetica e finanziaria internazionale.
Negli Stati Uniti il nuovo presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, durante la recente audizione al Senato americano ha lasciato intendere un possibile riequilibrio tra politiche restrittive ed espansive. Da una parte la banca centrale potrebbe continuare la riduzione del proprio bilancio accumulato durante le stagioni di QE (Quantitative Easing), cioè gli acquisti straordinari di titoli effettuati negli anni passati per sostenere mercati ed economia. Dall’altra potrebbe valutare tagli dei tassi d’interesse attraverso nuovi criteri di calcolo dell’inflazione ritenuti più favorevoli. Gli operatori finanziari prevedono così un irrigidimento della curva dei rendimenti statunitensi con tassi brevi in discesa e rendimenti lunghi in rialzo. In Europa invece cresce il rischio di ulteriori aumenti dei tassi da parte della Banca Centrale Europea soprattutto sul tratto breve del mercato obbligazionario.
Secondo diversi strategist finanziari il rialzo delle Borse americane continua a concentrarsi su pochi grandi gruppi ad alta redditività, soprattutto tecnologici e legati all’intelligenza artificiale, con valutazioni considerate molto elevate rispetto ai fondamentali economici. Gli investitori restano dunque esposti a possibili correzioni improvvise qualora il quadro macroeconomico dovesse peggiorare ulteriormente. La bassa volatilità registrata nelle ultime settimane viene giudicata da molti operatori una fase temporanea che non riflette pienamente i rischi geopolitici e produttivi ancora presenti.
In Italia, intanto, cresce la pressione fiscale locale. Le addizionali regionali e comunali IRPEF risultano in aumento in numerosi territori per effetto delle difficoltà di bilancio di regioni ed enti locali e mantenimento dei livelli di spesa, servizi e personele. Diverse amministrazioni comunali hanno portato l’aliquota IRPEF fino all’1,2%, massimo consentito dalla normativa vigente. Alcune regioni applicano livelli ancora più elevati. Nel Lazio l’addizionale regionale raggiunge il 3,33% per i redditi superiori a 30 mila euro. Gli incrementi colpiscono soprattutto redditi medi e medio alti anche se alcuni enti locali stanno valutando meccanismi di tutela per le fasce economicamente più fragili.
Oltre alle addizionali IRPEF restano elevate anche altre imposte locali come IMU e TARI. Nel 2026 il Governo discute inoltre una possibile nuova “rottamazione” dei tributi locali destinata a consentire la rateizzazione e la riduzione delle sanzioni per contribuenti in difficoltà economica. I pensionati continuano a subire le trattenute delle addizionali regionali e comunali relative al 2025 direttamente sugli assegni previdenziali del 2026.
Economisti italiani e osservatori internazionali ritengono che il rischio maggiore per i prossimi mesi sia rappresentato da una lunga fase di compressione del potere d’acquisto delle famiglie, accompagnata da crescita debole, rincari energetici e aumento del costo del denaro. In caso di mancata riapertura dello Stretto di Hormuz entro l’estate 2026, diversi studi prospettano la possibilità di razionamenti energetici in alcuni Paesi europei, nuove crisi industriali e un ulteriore deterioramento delle catene globali di approvvigionamento. Gli analisti ritengono che i mercati finanziari stiano ancora scontando uno scenario di soluzione diplomatica mentre la realtà geopolitica continua a restare estremamente fragile.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









