Sintesi
La guerra nel Golfo e le tensioni nello stretto di Hormuz mettono sotto osservazione il sistema energetico italiano e la sicurezza degli approvvigionamenti di gas naturale liquefatto proveniente dal Qatar. Il Governo monitora la situazione attraverso il Comitato tecnico di emergenza del sistema gas e sottolinea che al momento non esistono criticità immediate grazie a stoccaggi elevati e forniture diversificate. Tuttavia un blocco prolungato del traffico marittimo potrebbe impedire l’arrivo di diversi carichi di Gnl con conseguenze sui prezzi energetici e sull’inflazione. Le tensioni internazionali stanno già producendo rincari di carburanti e materie prime strategiche con effetti su industria, edilizia e agricoltura. Le imprese chiedono interventi europei e nazionali per mitigare i costi energetici mentre il governo valuta misure mirate per famiglie e settori produttivi più esposti.

Articolo
Il conflitto esploso in Medio Oriente e la crescente instabilità nello stretto di Hormuz stanno riaccendendo le preoccupazioni per la sicurezza energetica dell’Italia e per le ricadute sull’intero sistema economico nazionale. Lo stretto di Hormuz, passaggio marittimo tra Iran e Oman che collega il Golfo Persico con il Mar Arabico, rappresenta uno dei nodi strategici del commercio energetico mondiale, poiché attraverso questo corridoio transita circa il 20% del petrolio globale e una quota significativa del gas naturale liquefatto trasportato via mare.

La possibilità di un blocco prolungato di questa rotta marittima è stata al centro della riunione di venerdì 13 del Ctem (Comitato tecnico di emergenza e monitoraggio del sistema gas) convocata presso il Mase (Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica). L’incontro ha delineato due scenari di rischio, uno di breve periodo e uno di medio termine, per valutare gli effetti sul sistema energetico italiano qualora il traffico delle metaniere che trasportano Gnl (gas naturale liquefatto) dal Qatar verso l’Europa dovesse subire un’interruzione prolungata. Secondo le valutazioni tecniche esaminate durante il vertice, un blocco della durata di tre mesi impedirebbe l’arrivo in Italia di circa 10 carichi di Gnl provenienti dal Qatar, equivalenti a circa 1,3 miliardi di metri cubi di gas. Si tratta di volumi significativi ma non tali ancoira da determinare immediatamente una crisi degli approvvigionamenti grazie alla diversificazione delle fonti di importazione attuata negli ultimi anni.

Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha più volte ribadito che il Paese non si trova in una situazione di emergenza sul piano delle forniture. L’Italia dispone infatti di stoccaggi di gas superiori alla media europea, con livelli intorno al 45%, e può contare su forniture alternative provenienti da diversi Paesi produttori.
Secondo il ministro, il vero rischio non riguarda tanto la disponibilità fisica di gas quanto l’effetto sui prezzi energetici. In Italia il gas naturale pesa per oltre il 40% nella produzione di energia elettrica e determina più del 70% del prezzo finale dell’elettricità, motivo per cui qualsiasi tensione sui mercati internazionali si riflette immediatamente sulle bollette e sui costi industriali. Il sistema di approvvigionamento italiano si basa su una rete di contratti di lungo periodo e su un portafoglio diversificato di fornitori. Un esempio è l’accordo firmato nel 2009 tra la società energetica Edison e la compagnia QatarEnergy per la fornitura di Gnl fino al 2034, con volumi complessivi pari a 6,4 miliardi di metri cubi di gas all’anno.
Gran parte delle navi metaniere provenienti dal Qatar è destinata al terminale offshore Adriatic LNG situato al largo delle coste venete, vicino a Rovigo, uno dei principali impianti di rigassificazione italiani. Il Gnl viene trasportato allo stato liquido per facilitare il trasporto via nave e successivamente trasformato nuovamente in gas attraverso il processo di rigassificazione. Nonostante l’attuale stabilità degli approvvigionamenti, il Governo mantiene un livello elevato di attenzione. L’Italia ha infatti intensificato negli ultimi anni la strategia di diversificazione delle fonti energetiche dopo la crisi del gas seguita all’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. Attraverso accordi energetici con Algeria, Azerbaijan, Congo e altri Paesi produttori, il sistema energetico nazionale ha ridotto significativamente la dipendenza dalle forniture russe e ampliato il ventaglio delle rotte di importazione.
Parallelamente, il ministero delle Imprese e del Made in Italy ha convocato la commissione di allerta rapida sui prezzi per monitorare l’impatto della crisi sui mercati delle materie prime. L’attenzione riguarda non solo il gas e i carburanti ma anche una serie di risorse strategiche che potrebbero subire effetti indiretti dalle tensioni geopolitiche nel Golfo. Tra queste figurano l’elio utilizzato nella produzione di semiconduttori e microchip, i fertilizzanti necessari all’agricoltura e numerosi materiali impiegati nella filiera del cemento e dell’edilizia. L’aumento dei prezzi energetici rischia infatti di trasmettersi lungo tutte le catene produttive con effetti su inflazione, competitività industriale e crescita economica.
I primi segnali di tensione sono già visibili nei prezzi dei carburanti. Le rilevazioni del Mimit (Ministero delle Imprese e del Made in Italy) indicano un incremento dei prezzi medi nazionali di benzina e gasolio rispetto ai livelli registrati alla fine di febbraio. Tuttavia gli aumenti italiani risultano al momento inferiori rispetto a quelli registrati in altri grandi Paesi europei come Germania, Francia e Spagna. Alla luce di questo scenario il Governo sembra orientato a non intervenire con un taglio generalizzato delle accise sui carburanti ma a valutare misure più mirate. Tra le ipotesi allo studio figura una nuova versione della carta “Dedicata a te”, una carta prepagata destinata alle famiglie con redditi più bassi e utilizzabile per acquistare beni alimentari, carburanti o abbonamenti ai trasporti pubblici locali. Un ulteriore intervento potrebbe riguardare il settore dell’autotrasporto, con forme di sostegno sotto forma di credito d’imposta o accise agevolate sul gasolio utilizzato dai mezzi pesanti.
Nel frattempo cresce la preoccupazione nel mondo industriale per l’aumento dei costi energetici. L’industria ceramica italiana, uno dei comparti manifatturieri più rilevanti del Paese, ha lanciato un allarme sulla sostenibilità economica del sistema europeo Ets (Emission trading system, sistema europeo di scambio delle quote di emissione di anidride carbonica, in sintesi è un sistema europeo “cap-and-trade” -tetto e scambio- per ridurre le emissioni di gas serra, l’UE fissa un tetto massimo ‘cap’ di CO₂ -anitride carbonica- emettibile, distribuendo quote alle aziende: chi inquina meno può vendere le proprie quote, chi inquina di più deve comprarle ‘trade’, incentivando la riduzione delle emissioni).
Secondo Franco Manfredini, presidente della Commissione energia di Confindustria Ceramica, il meccanismo europeo rischia di aggravare la pressione economica sulle imprese in un momento già segnato da forte volatilità energetica. Il settore ceramico italiano conta 248 imprese e oltre 25.900 addetti con un fatturato che nel 2024 ha raggiunto 7,6 miliardi di euro. L’industria segnala che il costo del sistema Ets potrebbe arrivare a superare il 4% del fatturato settoriale nei prossimi anni, mettendo a rischio investimenti e competitività internazionale. Secondo gli operatori industriali, senza adeguate misure di compensazione esiste il rischio di delocalizzazione produttiva verso Paesi extra europei con normative ambientali meno stringenti.
Anche il settore delle costruzioni segnala difficoltà crescenti. L’Associazione nazionale costruttori edili (Ance) denuncia un aumento significativo dei prezzi dei materiali da costruzione legato alla crescita dei costi energetici e delle materie prime petrolifere. I rincari riguardano bitume, asfalto, tubazioni plastiche e carburanti utilizzati nei cantieri. Le imprese chiedono l’attivazione di meccanismi di compensazione simili a quelli introdotti durante la crisi energetica del 2022, quando lo scoppio della guerra in Ucraina provocò un’impennata dei costi delle materie prime. Tra le proposte avanzate vi è anche la sterilizzazione dell’aumento dell’Iva (Imposta sul valore aggiunto) sui materiali da costruzione determinato dall’incremento dei prezzi.
Il quadro complessivo evidenzia quindi una crisi energetica potenziale che, pur non traducendosi al momento in una carenza di gas, potrebbe avere effetti rilevanti sull’economia attraverso il canale dei prezzi. In un sistema energetico fortemente dipendente dal gas come quello italiano, qualsiasi tensione geopolitica nel Golfo Persico si riflette inevitabilmente su inflazione, competitività industriale e potere d’acquisto delle famiglie.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









