“Parmigiano” e i soldi per la latitanza di Messina Denaro

L’ex primario di Castelvetrano è indagato per favoreggiamento aggravato e arrestato in flagranza dopo il ritrovamento di una pistola con matricola abrasa. Per gli inquirenti “Parmigiano” sarebbe il nome in codice indicato nei pizzini

Sintesi

L’inchiesta sulla latitanza di Matteo Messina Denaro aggiunge un altro tassello con Francesco Burrafato, 85 anni, ex primario di Chirurgia ed ex direttore sanitario dell’ospedale “Vittorio Emanuele” di Castelvetrano, raggiunto il 19 giugno 2026 da perquisizioni dei Carabinieri del ROS nell’abitazione di Erice e in altri immobili nella sua disponibilità. Secondo la DDA (Direzione distrettuale antimafia) di Palermo, il medico sarebbe il “Parmigiano” citato nei pizzini, cioè nei biglietti riservati usati dal capomafia per comunicare durante la fuga. Il soprannome compariva già in carte del 1996, mentre altri elementi richiamano rapporti antichi con la famiglia, compresa la consulenza di parte per l’autopsia nel 1998 di Francesco Messina Denaro, padre di Matteo, la presenza in fotografie familiari e, secondo le ricostruzioni investigative, contatti economici anche tra il 2013 e il 2014. Dopo la cattura del 16 gennaio 2023, nel covo di Campobello di Mazara furono trovate migliaia di carte e messaggi, tra cui le istruzioni alla sorella Rosalia per chiedere a “Parmigiano” 40 mila euro, da consegnare in più rate e con passaggi frazionati. Il nuovo intervento investigativo si affianca alle condanne già arrivate per altri presunti fiancheggiatori, tra cui quella in 1° grado a 15 anni per Alfonso Tumbarello, medico di Campobello di Mazara, e alla conferma in appello della condanna a 14 anni per Rosalia. Durante la perquisizione a Erice è stata trovata una pistola con matricola abrasa, circostanza che ha portato all’arresto in flagranza per detenzione abusiva di arma da fuoco, con competenza della Procura di Trapani. Sul piano normativo, le ipotesi richiamano il favoreggiamento personale, l’aggravante mafiosa e la disciplina sulle armi clandestine, mentre resta fermo il principio di presunzione di innocenza fino a eventuale sentenza definitiva.

Articolo

Un altro nome entra nel quadro giudiziario ancora aperto sulla rete che avrebbe protetto la latitanza del capomafia di Castelvetrano. Il 19 giugno 2026 i Carabinieri del ROS (Raggruppamento operativo speciale) hanno eseguito perquisizioni nell’abitazione di Erice e in altri immobili riconducibili a Francesco Burrafato, 85 anni, già primario di Chirurgia ed ex direttore sanitario dell’ospedale “Vittorio Emanuele” di Castelvetrano. L’intervento è stato disposto nell’ambito delle indagini coordinate dalla Procura di Palermo, con il Procuratore Maurizio de Lucia, l’aggiunto Vito Di Giorgio e i sostituti Pierangelo Padova, Gianluca De Leo e Bruno Brucoli, che contestano al medico l’ipotesi di favoreggiamento aggravato dall’avere agevolato Cosa nostra.

Secondo gli investigatori, l’ex primario sarebbe il “Parmigiano” indicato nei pizzini, termine con cui si intendono i biglietti clandestini usati dal latitante per trasmettere ordini, richieste e istruzioni. Quel nome in codice non sarebbe comparso soltanto dopo la cattura del 16 gennaio 2023, ma risulterebbe presente già in carte sequestrate nel 1996. Per gli inquirenti il dato avrebbe rilievo perché collocherebbe il rapporto in un orizzonte non episodico, ma radicato nel tempo, dentro una rete di fiducia costruita intorno alla famiglia del capomafia.

Un altro passaggio considerato significativo riguarda il 1998, anno in cui morì Francesco Messina Denaro, padre di Matteo, trovato cadavere nelle campagne tra Castelvetrano e Mazara del Vallo mentre era ancora latitante. In quella circostanza, secondo le ricostruzioni dell’accusa, Burrafato sarebbe stato nominato consulente di parte per l’autopsia. A ciò si aggiungerebbero fotografie nell’album familiare e rapporti ritenuti costanti con alcuni parenti del capomafia, compresi contatti che, secondo gli atti richiamati dalle cronache giudiziarie, avrebbero riguardato richieste di denaro tra il 2013 e il 2014 da parte di Rosalia Messina Denaro e dei figli Francesco e Maria Guttadauro.

Il punto centrale dell’indagine riguarda però il sostegno economico alla latitanza. Dopo l’arresto alla clinica “La Maddalena” di Palermo, nel covo di Campobello di Mazara furono trovati migliaia di fogli, appunti e messaggi. In uno di questi, indirizzato alla sorella e mai consegnato, il capomafia avrebbe dato istruzioni per incontrare “Parmigiano” e chiedere un prestito di 40 mila euro. La somma, secondo il piano descritto nel biglietto, avrebbe dovuto essere versata in tranche da 5 mila euro e poi ulteriormente divisa in quote più piccole, così da ridurre il rischio di controlli durante gli spostamenti.

La ricerca dei soldi resta uno dei filoni più delicati. Dopo la cattura, la Procura ha sequestrato circa 800 mila euro tra contanti e gioielli, mentre le carte contabili rinvenute nel covo e nell’abitazione della sorella avrebbero mostrato spese mensili anche superiori a 25 mila euro. Il tema, quindi, non è soltanto chi abbia nascosto il latitante, ma anche chi gli abbia garantito risorse, passaggi, fiducia e silenzi. In questa cornice si inserisce pure la condanna in 1° grado a 15 anni inflitta ad Alfonso Tumbarello, medico di Campobello di Mazara, ritenuto dai giudici consapevole di avere curato il capomafia sotto falsa identità. Sempre nello stesso scenario, la Corte d’appello di Palermo ha confermato 14 anni per Rosalia, indicata dagli inquirenti come figura centrale nella gestione della cassa familiare e della circolazione dei pizzini.

Durante la perquisizione a Erice, tuttavia, è emerso anche un ulteriore profilo. Nell’abitazione sarebbe stata trovata una pistola con matricola abrasa, cioè con il numero identificativo cancellato o reso illeggibile. Il ritrovamento ha determinato l’arresto in flagranza per detenzione abusiva di arma da fuoco, con competenza della Procura di Trapani. L’arma dovrà essere sottoposta ad accertamenti tecnici e balistici per chiarire provenienza, funzionamento ed eventuale uso in altri episodi delittuosi.

Poche settimane prima del nuovo intervento, Il procuratore de Lucia aveva ricordato pubblicamente che molte persone avevano protetto la latitanza del capomafia e che il lavoro degli investigatori non poteva considerarsi concluso. Il suo ragionamento fotografa il senso dell’inchiesta successiva alla cattura: non limitarsi al covo e all’identità falsa, ma ricostruire i 30 anni di coperture, complicità e sostegni che avrebbero consentito al latitante di restare nel proprio territorio, curarsi, spendere, comunicare e mantenere relazioni.

Sul piano giuridico, l’ipotesi di favoreggiamento personale è prevista dall’articolo 378 del codice penale e riguarda chi aiuta qualcuno a eludere le investigazioni o a sottrarsi alle ricerche dell’autorità. Quando il contesto riguarda l’agevolazione mafiosa, può venire in rilievo anche l’articolo 416-bis.1 del codice penale, che disciplina le aggravanti connesse alle attività mafiose. Per la pistola con matricola abrasa, invece, il riferimento è alla legge 110 del 1975 sulle armi clandestine, che considera tali anche quelle prive dei segni identificativi. La giurisprudenza distingue inoltre tra cura sanitaria dovuta e condotte ulteriori di copertura: il medico deve prestare assistenza, ma può rispondere penalmente se, oltre alla terapia, compie atti diretti a proteggere la latitanza o a ostacolare le indagini. Per Burrafato, allo stato, valgono le sole contestazioni investigative e resta pienamente operante la presunzione di innocenza fino a eventuale condanna definitiva.

Nota

Il procedimento si trova nella fase delle indagini preliminari, durante la quale vige il principio di presunzione di innocenza (principio giuridico secondo cui una persona è considerata non colpevole fino a sentenza definitiva.