Sintesi
L’indagine avviata dalla Procura di Milano sul caso Equalize (una società di risk management, gestione del rischio) ha generato un filone investigativo a Roma che ha portato a perquisizioni su scala nazionale e al coinvolgimento di 11 persone tra ex membri dei servizi segreti e delle forze dell’ordine. Secondo gli inquirenti esisteva una struttura occulta che acquisiva e vendeva illegalmente dati riservati provenienti da banche dati pubbliche per realizzare dossier su aziende e individui. Le accuse comprendono peculato, accesso abusivo a sistemi informatici e associazione a delinquere. Le investigazioni hanno evidenziato un sistema organizzato con compensi periodici e su commessa e l’obiettivo di concentrare il settore delle intercettazioni sotto un’unica holding. Emergono inoltre presunti utilizzi illeciti di fondi pubblici, relazioni opache con società private e sospetti trasferimenti di denaro all’estero.

Articolo
L’inchiesta originata a Milano sul caso Equalize (una società italiana, con sede a Milano, ufficialmente operante nel settore della gestione dei rischi aziendali e dell’investigazione privatasi) si è progressivamente estesa fino a coinvolgere la Procura di Roma, dove ha preso forma un autonomo filone investigativo che negli ultimi giorni ha registrato una brusca accelerazione operativa con perquisizioni diffuse sull’intero territorio nazionale condotte dai Carabinieri del Ros (Raggruppamento Operativo Speciale). Al centro delle indagini emerge una struttura riservata e non ufficiale composta da ex appartenenti ai Servizi di intelligence e a corpi delle Forze dell’ordine che avrebbe operato in modo parallelo rispetto ai canali istituzionali, con l’obiettivo di acquisire e commercializzare dati sensibili sottratti illegalmente da archivi informatici pubblici protetti.

Secondo la ricostruzione accusatoria, questa rete sommersa avrebbe prodotto dossier informativi destinati a imprenditori, professionisti e intermediari finanziari, utilizzando informazioni ottenute attraverso accessi non autorizzati ai sistemi informatici dello Stato. L’attività si articolava in incarichi su richiesta e compensi sia periodici sia legati a singole commesse, delineando un modello organizzativo stabile e strutturato. Le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Stefano Pesci, ipotizzano reati che comprendono l’associazione per delinquere, l’accesso abusivo a sistema informatico e la truffa, delineando un quadro di criminalità economico-informatica avanzata.

Tra gli indagati spiccano figure di rilievo come Giuseppe Del Deo, già vicedirettore del Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza), e Giuliano Tavaroli, ex responsabile della sicurezza di grandi gruppi industriali già coinvolto nel noto scandalo Telecom-Sismi (Servizio per le informazioni e la sicurezza militare). Le accuse nei loro confronti si differenziano per ruolo e condotte: per Del Deo si ipotizza anche il peculato per una gestione irregolare di ingenti risorse pubbliche, mentre per Tavaroli vengono contestati accessi abusivi a sistemi informatici di interesse per la sicurezza pubblica.
Le risultanze investigative evidenziano inoltre l’esistenza di un gruppo operativo interno denominato “i neri”, una squadra ristretta che avrebbe svolto attività parallele di natura para-investigativa, ossia simili a indagini ma prive di legittimazione istituzionale. Questo nucleo avrebbe operato accedendo a schedari informativi destinati esclusivamente a finalità di sicurezza nazionale, deviandone l’uso verso interessi privati e non autorizzati. L’obiettivo strategico ipotizzato dagli investigatori sarebbe stato quello di accorpare sotto un’unica entità societaria l’intero comparto delle attività di intercettazione in Italia, configurando un potenziale monopolio illecito su un settore estremamente sensibile.
Sul piano finanziario, l’inchiesta mette in luce presunti flussi anomali di denaro pubblico, con somme che oscillano tra 5 milioni e 8 milioni di euro che sarebbero state indirizzate verso società private, tra cui la Sind, attiva nel campo dei software di riconoscimento facciale. Tali risorse, secondo l’impianto accusatorio, sarebbero state assegnate nell’ambito di contratti mai realmente eseguiti, configurando possibili ipotesi di distrazione di fondi. Alcune testimonianze raccolte dagli inquirenti parlano apertamente di ammanchi e di una disponibilità anomala di liquidità da parte dell’ex dirigente, con il sospetto che parte del denaro possa essere stata trasferita all’estero.
Le intercettazioni e le chat analizzate, oltre 5000, restituiscono un quadro relazionale e operativo dettagliato, evidenziando un linguaggio interno che richiama dinamiche di fidelizzazione e gestione del rischio tipiche di contesti criminali organizzati. Emergono inoltre riferimenti a possibili collegamenti con ambienti istituzionali sensibili, inclusi accenni a rapporti con il Vaticano, elemento che tuttavia resta allo stato di verifica investigativa.
Dal punto di vista normativo, le condotte ipotizzate si collocano nell’ambito di reati disciplinati dal codice penale italiano, in particolare l’articolo 615-ter relativo all’accesso abusivo a sistema informatico, e l’articolo 314 sul peculato, oltre alle norme sull’associazione a delinquere (articolo 416). La giurisprudenza recente della Corte di Cassazione ha più volte ribadito la gravità dell’utilizzo illecito di banche dati pubbliche, qualificandolo come una minaccia diretta alla sicurezza dello Stato e alla tutela dei dati personali, rafforzata anche dal quadro europeo delineato dal GDPR (Regolamento generale sulla protezione dei dati).
In prospettiva, l’inchiesta apre interrogativi rilevanti sulla governance dei sistemi informativi pubblici e sul controllo delle attività di intelligence, evidenziando criticità nei meccanismi di vigilanza e nella gestione delle informazioni strategiche. Le eventuali responsabilità accertate potrebbero incidere non solo sul piano penale ma anche su quello istituzionale, con possibili ripercussioni sulla fiducia nei confronti degli apparati dello Stato.
Nota
In ottemperanza al diritto di cronaca tutelato dalla Costituzione, si precisa che, dato lo stadio di indagini in corso, ogni persona eventualmente coinvolta è da considerarsi innocente fino a una sentenza definitiva che accerti la sua colpevolezza.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









