Difesa UE, la Corte dei conti: più spesa non basta, difficile essere pronti entro il 2030

Bilanci saliti a 418 miliardi nel 2025, ma acquisti comuni, industria, scorte, personale e controlli restano i nodi. SAFE vale 150 miliardi di prestiti

Sintesi

La Corte dei conti europea ha pubblicato il 3 settembre il documento d’analisi 01/2026 sulla politica di difesa dell’Unione, esaminando gli sviluppi dal 2020 a luglio 2026. La conclusione è prudente: nonostante programmi più strutturati e bilanci in forte crescita, raggiungere una piena prontezza militare entro il 2030 resta difficile. Non è una previsione di un attacco russo all’Europa, ma una valutazione sulla capacità di affrontare anche gli scenari militari più gravi. Il traguardo richiede quindi un cambiamento di metodo, non soltanto più denaro.

La spesa dei 27 ha raggiunto 418 miliardi di euro nel 2025, il 20% in più rispetto al 2024, e dovrebbe arrivare a 454 miliardi nel 2026. Tuttavia soltanto il 24% della spesa per equipaggiamenti è avvenuto attraverso acquisti collaborativi, ancora lontano dalla traiettoria europea verso una maggiore integrazione. Aumentare i fondi senza coordinare gli acquisti può quindi produrre più spesa senza ottenere la stessa crescita delle capacità militari.

La Corte individua sistemi nazionali frammentati, carenze di munizioni e missili, tempi industriali lunghi, dipendenza da fornitori esterni, difficoltà logistiche, componenti critici e personale specializzato insufficiente. Una domanda militare che cresce rapidamente può incontrare industrie che non riescono a produrre altrettanto rapidamente. Il problema è trasformare gli stanziamenti in mezzi realmente disponibili, compatibili e utilizzabili insieme.

Sul versante finanziario e istituzionale la Corte segnala rischi di governance, sovrapposizione delle responsabilità e difficoltà di rendicontazione, ricordando inoltre che il proprio mandato non consente di controllare direttamente tutti gli strumenti e gli organismi coinvolti nella difesa europea. Il documento non afferma quindi che gli appalti militari europei siano genericamente poco trasparenti: evidenzia piuttosto che la crescente complessità rende più difficile assicurare un controllo completo.

Uno degli strumenti centrali è SAFE, che mette a disposizione fino a 150 miliardi di euro di prestiti, mentre all’Italia è attribuito un massimale di 14,9 miliardi. Non sono contributi a fondo perduto e l’aumento del ricorso a debito e prestiti garantiti dall’UE è indicato dalla Corte tra i rischi da seguire per la sostenibilità dei conti. Per l’Italia quei 14,9 miliardi rappresentano quindi una capacità di finanziamento da rimborsare, non denaro gratuito già incassato.

Articolo

Il documento della Corte

La Corte dei conti europea, istituzione indipendente che controlla la gestione delle finanze dell’Unione e verifica se le risorse europee vengono impiegate correttamente e conseguono i risultati previsti, ha riportato la questione della difesa su un terreno meno politico e più concreto: quello della capacità di trasformare miliardi di euro in sistemi militari effettivamente disponibili. Il documento d’analisi 01/2026 sulla politica di difesa europea, pubblicato il 3 settembre e riferito al periodo compreso tra il 2020 e luglio 2026, aggiorna la precedente analisi del 2019. Non è un audit tradizionale corredato da una serie di raccomandazioni, ma una ricognizione del nuovo sistema europeo della difesa, dei finanziamenti, dei soggetti coinvolti e dei principali rischi.

La conclusione centrale è che raggiungere entro il 2030 la prontezza alla difesa immaginata dall’Unione resta difficile, nonostante il netto cambiamento verificatosi dopo l’invasione russa dell’Ucraina del 2022. Marek Opioła (membro della Corte responsabile del documento) sottolinea che l’UE ha creato diversi strumenti per favorire la collaborazione fra gli Stati, ma che nuove opportunità e rischi devono essere gestiti insieme. Il riferimento alla Russia è quindi fondamentale per comprendere l’origine dell’accelerazione europea, ma sarebbe eccessivo tradurre il rapporto come previsione di un attacco russo entro il 2030. La Commissione chiede piuttosto all’Europa di essere pronta anche alle peggiori emergenze militari, comprese operazioni ad alta intensità (con impiego prolungato e massiccio di uomini, mezzi e munizioni).

I miliardi sono aumentati molto più rapidamente dell’integrazione

I numeri spiegano bene il paradosso. Secondo gli ultimi dati dell’Agenzia europea per la difesa, la spesa militare complessiva dei 27 è arrivata a 418 miliardi di euro nel 2025, con un incremento del 20% in un solo anno e una quota pari al 2,2% del prodotto interno lordo europeo. Per il 2026 la previsione sale a 454 miliardi e, continuando l’attuale tendenza, potrebbe raggiungere 547 miliardi nel 2029. Nel 2025 ben 23 Stati membri hanno destinato almeno il 2% del prodotto interno lordo alla difesa.

Il problema è ciò che avviene dopo lo stanziamento. Gli acquisti collaborativi di equipaggiamenti si sono fermati al 24%, mentre da anni l’Agenzia europea per la difesa (EDA) indica un benchmark collettivo del 35% e la strategia industriale europea ha fissato l’obiettivo politico di acquistare congiuntamente almeno il 40% degli equipaggiamenti. La successiva tabella di marcia sulla prontezza 2030 ha persino indicato il 40% degli appalti congiunti come tappa da raggiungere entro la fine del 2027. Restano quindi molti eserciti, molti bilanci e molte decisioni nazionali che non sempre producono una domanda europea coordinata.

Ventisette esigenze nazionali possono produrre doppioni

È questo uno dei rilievi più significativi della Corte. La pianificazione delle capacità continua a svilupparsi prevalentemente dal basso verso l’alto, perché ogni Stato individua le proprie necessità e decide in larga misura autonomamente dove investire. Senza un efficace coordinamento superiore europeo, diversi finanziamenti nazionali e comunitari possono indirizzarsi verso progetti simili, lasciare scoperte altre esigenze oppure produrre sistemi difficili da integrare. La Corte parla esplicitamente del rischio di investimenti frammentati, duplicazioni e carenze di capacità.

Kaja Kallas (Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e vicepresidente della Commissione europea) aveva espresso in febbraio un concetto analogo alla conferenza annuale dell’EDA: la spesa sta aumentando, ma l’Europa continua a non disporre di alcune capacità strategiche che nessun singolo Stato riesce facilmente a sostenere da solo. La frammentazione, secondo Kallas, rallenta l’Europa e indebolisce la capacità di investire, sviluppare, acquistare, mantenere e utilizzare congiuntamente i sistemi militari.

Munizioni, industria e personale: il denaro incontra i limiti reali

La seconda strozzatura è industriale. Gli anni di riduzione degli investimenti hanno lasciato scorte insufficienti di munizioni e missili, tempi produttivi lunghi e dipendenze da fornitori non europei. La crescita improvvisa della domanda dopo il 2022 ha obbligato le imprese a espandere impianti e linee produttive, ma una fabbrica, una catena di approvvigionamento o una nuova generazione di tecnici specializzati non possono essere create soltanto aumentando una voce di bilancio.

La stessa Corte avverte che un forte afflusso di finanziamenti può incontrare colli di bottiglia nelle materie prime, nei componenti essenziali e nel personale qualificato. È uno dei motivi per cui maggiore spesa militare non equivale matematicamente a maggiore capacità militare. L’Europa deve contemporaneamente ordinare più sistemi, aumentarne la produzione, ridurre i tempi di consegna, garantire rifornimenti e manutenzione e renderli interoperabili fra eserciti differenti.

La dipendenza dagli Stati Uniti resta un limite

Nell’analisi richiamata dalla Corte emerge anche la persistente dipendenza europea dagli Stati Uniti per capacità militari considerate decisive. Le clausole che favoriscono i fornitori europei possono ridurla nel lungo periodo, ma devono essere bilanciate con le necessità immediate: se un sistema necessario non è disponibile rapidamente in Europa, rinunciare a un fornitore esterno potrebbe ritardare ulteriormente la prontezza operativa. È uno dei punti nei quali autonomia industriale e urgenza militare non coincidono necessariamente.

Il precedente articolo di Mediterranea24 sulla crescente responsabilità europea nella difesa e sul rapporto con gli Stati Uniti aveva già evidenziato questo passaggio: un eventuale riequilibrio dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) richiede agli europei non soltanto maggiori stanziamenti, ma sistemi antiaerei, munizioni, satelliti, intelligence, logistica e strutture di comando realmente operative.

Controlli più difficili, non appalti automaticamente opachi

Un punto merita una distinzione. Il documento segnala rischi nella gestione finanziaria, nella governance e nell’obbligo di rendiconto, ma non formula la conclusione generale che la filiera degli appalti europei sia poco trasparente. La questione sollevata dagli auditor è più strutturale: la politica europea di difesa coinvolge bilanci nazionali, bilancio dell’Unione, prestiti, Agenzia europea per la difesa, Commissione, Stati, programmi intergovernativi e strumenti collocati anche fuori dal bilancio ordinario dell’UE.

La stessa Corte ha spiegato in precedenti lavori che il proprio mandato non si estende a tutti questi strumenti e che l’accesso alle informazioni militari può essere ostacolato dalla riservatezza o dalla classificazione dei documenti. Ne deriva un problema di accountability (possibilità di individuare chiaramente chi decide, chi spende e chi risponde dei risultati) che cresce insieme alle dimensioni finanziarie della politica di difesa.

SAFE, 150 miliardi di prestiti e il caso italiano

Il principale strumento finanziario creato negli ultimi 2 anni è SAFE, Security Action for Europe (Azione per la sicurezza dell’Europa), entrato in vigore il 29 maggio 2025. Mette a disposizione fino a 150 miliardi di euro attraverso prestiti a lunga scadenza, raccolti dall’Unione sui mercati e concessi agli Stati per investimenti soprattutto attraverso appalti comuni. SAFE rappresenta il primo pilastro del programma ReArm Europe/Prontezza 2030, con il quale Bruxelles ha prospettato la mobilitazione complessiva di oltre 800 miliardi di investimenti nella difesa.

L’Italia figura tra i beneficiari con un massimale di 14,9 miliardi di euro. Mediterranea24 aveva già ricostruito il confronto politico italiano sul SAFE. La distinzione rimane essenziale: non sono 14,9 miliardi regalati da Bruxelles e neppure equivalgono automaticamente a 14,9 miliardi già spesi. Sono prestiti che possono finanziare investimenti approvati e che devono essere rimborsati.

La Corte inserisce proprio l’aumento del finanziamento tramite debito fra le questioni da sorvegliare. Oltre ai 150 miliardi di SAFE richiama il più ampio ricorso a prestiti sostenuti dall’UE e avverte che, se questa tendenza continuerà senza un adeguato equilibrio finanziario, potrebbe rallentare la riduzione dei debiti pubblici nazionali e aumentare la pressione sul bilancio europeo. La difesa presenta quindi anche un problema di sostenibilità: spendere abbastanza per essere sicuri senza creare squilibri che limitino le altre capacità di intervento pubblico.

Il vero obiettivo del 2030

Il Libro bianco per la difesa europea – Prontezza 2030 individua 9 grandi aree nelle quali colmare le carenze: difesa aerea e missilistica, capacità strategiche di supporto, mobilità militare, artiglieria, cybersicurezza e guerra elettronica, missili e munizioni, droni e sistemi antidroni, combattimento terrestre e capacità navali. A queste si aggiunge l’esigenza di scorte adeguate e della possibilità di trasferire rapidamente uomini e mezzi attraverso l’Europa.

I 27 stanno spendendo molto più di prima e hanno creato strumenti che pochi anni fa non esistevano. Quattro anni, tuttavia, sono un periodo breve per ricostruire industrie, scorte, infrastrutture, personale e programmi comuni indeboliti da decenni di investimenti prevalentemente nazionali. Il 2030 non appare irraggiungibile in quanto manchino soltanto i soldi: sembra difficile poiché l’Europa deve riuscire a trasformare contemporaneamente più soldi in più produzione, più cooperazione e capacità realmente utilizzabili.

Nell’immagine di copertina, Leonardo, drone europeo progettato per missioni di lunga durata a medie altitudini, 2 – Test del missile Thales Martlet sull’elicottero Leonardo AW159 Wildcat della Royal Navy e Test del missile Thales Martlet sull’elicottero Leonardo AW159 Wildcat.