L’Istat prevede un Mezzogiorno sempre più anziano e meno popoloso. In Sicilia 842mila iscritti all’Aire

Sicilia prima per iscritti all’Aire e terza per espatri, ma seconda per rientri. Intanto il Mezzogiorno perde giovani e popolazione, mentre la Regione punta su South Working e incentivi per favorire occupazione e ritorni

Sintesi

La Sicilia resta la prima regione italiana per numero di iscritti all’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero) con 842mila persone riferite all’Isola, il 13,1% del totale nazionale. Nel 2025 sono stati circa 9mila gli espatri dalla regione, l’8% di quelli italiani, terzo valore dopo Lombardia e Veneto. Allo stesso tempo la Sicilia è risultata seconda per rimpatri, accogliendo il 10,1% dei rientri nazionali. Si continua a partire, ma una parte torna.

Il fenomeno è ancora più ampio se si guarda agli spostamenti dentro l’Italia. Nel 2025 il 23,6% dei trasferimenti dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord è partito dalla Sicilia. Tra il 2019 e il 2025 il Sud ha inoltre perso 150mila giovani laureati tra 25 e 34 anni, soprattutto verso altre regioni italiane. La fuga dei giovani non termina alla frontiera.

Le nuove previsioni Istat indicano che l’Italia potrebbe scendere da 58,9 milioni di residenti nel 2025 a 55 milioni nel 2050 e 45,8 milioni nel 2080. Il Mezzogiorno passerebbe da 19,7 a 16,7 milioni già entro il 2050, mentre le sue aree interne perderebbero oltre 1 milione di abitanti. A diminuire saranno soprattutto giovani e popolazione in età lavorativa.

In questo quadro la Regione punta anche sul South Working, finanziato con 54 milioni nel triennio 2026-2028, mentre Renato Schifani ha indicato altri 600 milioni per gli incentivi alle nuove assunzioni. L’obiettivo dichiarato è consentire a chi lavora per imprese situate altrove di vivere in Sicilia e favorire i rientri. La misura prova a trasformare il lavoro a distanza in una possibilità concreta di restare o tornare.

Articolo

842mila iscritti all’Aire

La Sicilia occupa il primo posto nella graduatoria dell’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero): al 1° gennaio 2025 risultavano 842mila iscritti riferiti alla regione, il 13,1% dei circa 6,4 milioni registrati a quella data. Seguivano Lombardia con 692mila, Veneto con 617mila e Campania con 584mila. Non significa, però, che 842mila persone siano partite recentemente dalla Sicilia: l’Aire fotografa una popolazione formatasi attraverso decenni di emigrazione e comprende anche discendenti nati all’estero e cittadini che hanno successivamente trasferito la propria residenza fuori dall’Italia. Al 31 dicembre 2025 l’intera popolazione italiana residente oltreconfine è intanto salita, secondo la stima provvisoria dell’Istat, a 6 milioni e 604mila persone, 183mila in più rispetto all’inizio dell’anno.

Nel 2025 circa 9mila partenze dalla Sicilia

Il dato annuale racconta una storia diversa. Nel 2025 gli italiani espatriati sono stati complessivamente 109mila, il 22,7% in meno rispetto all’anno precedente. Dalla Sicilia sono partite circa 9mila persone, pari all’8% del totale nazionale, terzo valore dopo la Lombardia con circa 22mila partenze e il Veneto con 11mila. Nel 2024 gli espatri siciliani erano stati invece circa 14mila. La riduzione va tuttavia interpretata con cautela, in quanto il 2024 è stato caratterizzato da un numero eccezionalmente elevato di registrazioni all’Aire, favorito anche dall’introduzione di sanzioni per chi, pur avendone l’obbligo, non provvedeva all’iscrizione. Una parte del calo del 2025 è quindi statistico-amministrativo e non può essere letta automaticamente come fine dell’emigrazione.

La Sicilia è seconda per i ritorni

Accanto alle partenze c’è un movimento contrario che merita altrettanta attenzione. Dei circa 56mila italiani rientrati dall’estero nel 2025, il 10,1% ha scelto la Sicilia, seconda destinazione nazionale soltanto alla Lombardia, che ne ha accolto il 18,4%. L’età media aiuta a comprendere la diversa natura dei 2 flussi: chi parte ha mediamente 34 anni, chi torna 36,8. Oltre un terzo degli espatriati ha tra 25 e 34 anni, mentre tra i rimpatriati è maggiore anche il peso delle persone con almeno 50 anni. La Sicilia continua dunque a perdere soprattutto popolazione giovane, ma dispone anche di una corrente di ritorno che non è marginale.

La fuga più grande passa anche dallo Stretto

Limitarsi agli espatri nasconderebbe però una parte decisiva del problema. Nel 2025 circa 112mila persone si sono trasferite dal Mezzogiorno al Centro-Nord e soltanto 67mila hanno percorso la strada opposta, lasciando al Sud una perdita netta di circa 45mila residenti in 1 solo anno. La Sicilia ha rappresentato il 23,6% di tutte le partenze meridionali verso le regioni centro-settentrionali. Ancora più significativo è il dato sui giovani qualificati contenuto nel : tra il 2019 e il 2025 il Mezzogiorno ha perso 150mila laureati italiani tra 25 e 34 anni, 122mila attraverso trasferimenti verso Centro e Nord e 28mila attraverso l’emigrazione all’estero. La principale emorragia di capitale umano meridionale avviene quindi ancora dentro i confini italiani.

Dall’Europa alle Americhe, dove vivono gli iscritti siciliani

La geografia dell’emigrazione siciliana mantiene il legame con le rotte storiche ma mostra anche il peso della mobilità europea più recente. Oltre il 54% degli iscritti riferiti alla Sicilia vive nell’Unione europea, mentre il 18,5% si trova nell’America centro-meridionale, circa l’8% negli Stati Uniti e in Canada e intorno al 3% in Oceania. Sul piano nazionale l’Europa continua a essere la principale area di residenza degli italiani all’estero, con il 53,1%, mentre il 34,3% vive nell’America centro-meridionale. Quest’ultima quota comprende anche molti discendenti degli emigrati storici che hanno ottenuto la cittadinanza italiana per discendenza.

Pensionati all’estero, non soltanto una fuga fiscale

Un capitolo distinto riguarda quella che viene definita “emigrazione previdenziale”. Al 31 dicembre 2024 i cittadini italiani residenti all’estero titolari di un trattamento pensionistico erano circa 347mila: il 54% viveva in Europa, il 39,6% nelle Americhe e quote molto inferiori in Oceania, Africa e Asia. Il 72%, circa 250mila persone, era nato in Italia. I numeri vanno però interpretati senza confondere fenomeni differenti: non tutti questi pensionati hanno lasciato l’Italia dopo il pensionamento, poiché una parte è costituita da emigrati di vecchia data che hanno raggiunto l’età pensionabile all’estero o da cittadini che sono tornati nel proprio Paese d’origine dopo avere lavorato in Italia.

Tra le destinazioni che esprimono invece una vera attrazione per i pensionati trasferitisi in tempi più recenti, Spagna e Portogallo assumono un peso particolare. L’Istat censisce circa 13mila pensionati italiani residenti in Spagna e 4mila in Portogallo, mentre fuori dall’Unione emerge la Tunisia con circa 3mila. Le analisi dell’Inps collegano il fenomeno al costo della vita, al clima, alla qualità dei servizi e, in alcuni periodi, a regimi fiscali favorevoli. Il mostra tuttavia come l’attrattività dei singoli Paesi possa cambiare quando cambiano le agevolazioni, come avvenuto in Portogallo. È quindi un fenomeno strutturale, ma non una semplice corsa verso il Paese con meno tasse.

Nel 2050 4 milioni di italiani in meno

Partenze e ritorni si inseriscono dentro una trasformazione demografica ancora più profonda. Le stimano nello scenario mediano 58,9 milioni di residenti nel 2025, 58,7 milioni nel 2030, 55 milioni nel 2050 e 45,8 milioni nel 2080. In 55 anni la perdita supererebbe quindi 13 milioni di persone. L’Istat precisa che si tratta di previsioni e non di risultati inevitabili, ma il calo della popolazione è confermato anche dagli scenari alternativi considerati.

Il Mezzogiorno rischia di perdere oltre un terzo degli abitanti

La riduzione non sarà uniforme. Il Nord potrebbe ancora crescere lievemente fino al 2030, mentre il Mezzogiorno passerebbe da 19,7 milioni di residenti nel 2025 a 16,7 milioni nel 2050 e 12,3 milioni nel 2080, oltre un terzo in meno rispetto alla situazione iniziale. A soffrire maggiormente saranno le aree interne: quelle meridionali scenderebbero da 7,1 milioni di abitanti nel 2025 a 6 milioni nel 2050, perdendo circa 1,1 milioni di persone. Per scuole, sanità, trasporti e attività economiche significa una base demografica progressivamente più ridotta proprio nei territori nei quali mantenere i servizi è già più difficile.

Sempre meno nascite, mentre cresceranno i decessi

Alla base del processo rimane lo squilibrio naturale. Le nascite, 355mila nel 2025, dovrebbero mantenersi su questo livello fino al 2030 per poi scendere a 335mila nel 2050 e 281mila nel 2080. I decessi seguirebbero la direzione opposta: dai 652mila del 2025 a 708mila nel 2030, fino al picco di 869mila previsto nel 2058. Il saldo migratorio con l’estero dovrebbe restare positivo per tutto il periodo, ma non sarebbe sufficiente a colmare la distanza tra chi nasce e chi muore. Nel 2025 la stessa dinamica è già evidente: 355mila nascite contro 652mila decessi.

Più anziani e meno persone in età lavorativa

L’Istat considera l’invecchiamento la prospettiva demografica più certa. L’età media, pari a 46,9 anni nel 2025, supererebbe i 51 nel 2050. Gli over 65 passerebbero dal 24,7% al 34,5% della popolazione e i 15-64enni scenderebbero dal 63,4% al 55,3%. Ancora più significativa è la crescita dei grandi anziani: gli over 85, oggi il 4,1%, supererebbero il 7% nel 2050 e arriverebbero all’8,4% nel 2080. Aumenterebbero quindi contemporaneamente i bisogni assistenziali e diminuirebbe la popolazione sulla quale poggiano lavoro e welfare.

Famiglie più piccole e più persone sole

Cambierà anche il modo di vivere. Le famiglie senza un nucleo, cioè prive di relazioni di coppia o genitore-figlio, passerebbero da 10,7 a 12,3 milioni entro il 2050, raggiungendo il 44,7% di tutte le famiglie italiane. Le coppie senza figli salirebbero al 21,4% e supererebbero a livello nazionale quelle con figli già nel 2047. La crescita delle persone sole riguarderà in particolare le età più avanzate. Non sarà soltanto un Paese con meno abitanti, ma anche un Paese nel quale una quota crescente di anziani dovrà affrontare la vecchiaia senza conviventi.

Meno lavoratori, anche se aumenterà la partecipazione

Entro il 2050 in Italia ci saranno quasi 7 milioni di persone in meno in età da lavoro, cioè tra 15 e 64 anni. Anche se aumenterà il numero di persone che lavorano o cercano un’occupazione, soprattutto tra le donne, questo non sarà sufficiente a compensare il calo della popolazione. Nel Mezzogiorno la popolazione attiva potrebbe ridursi del 21,5%, molto più che al Nord. In concreto, ci saranno meno persone disponibili a lavorare e, nello stesso tempo, più anziani da sostenere attraverso pensioni, sanità e assistenza.

South Working, 54 milioni per lavorare dalla Sicilia

È su questo terreno che si inserisce il South Working regionale. Dal 30 giugno è operativa la piattaforma gestita da Irfis per la presentazione delle domande. La dotazione è di 54 milioni di euro, suddivisi in 18 milioni l’anno dal 2026 al 2028, con l’obiettivo di favorire la permanenza o il rientro in Sicilia di lavoratori qualificati attraverso il lavoro agile per imprese che possono avere sede anche fuori dall’Isola. Le agevolazioni vengono assegnate secondo l’ordine cronologico delle domande fino all’esaurimento delle risorse.

Alla “Madonie Nomad Residency” di Castelbuono (Comune della provincia di Palermo), Renato Schifani (presidente della Regione Siciliana) ha collegato la misura direttamente al problema dell’emigrazione giovanile. Ha ricordato 600 milioni destinati agli incentivi per le nuove assunzioni e altri 54 milioni al South Working (lavoro da remoto svolto da una sede del Sud Italia o delle aree marginalizzate per aziende che si trovano nel Nord Italia o all’estero) sostenendo che l’obiettivo è fare in modo che “un giovane siciliano non sia più costretto a lasciare la propria terra”. Lo stesso presidente ha indicato tra le condizioni necessarie connessioni efficienti e spazi adeguati per il lavoro a distanza.

Il dato che nei prossimi anni consentirà di misurare questa politica non sarà però soltanto quello delle somme stanziate: saranno il numero dei lavoratori effettivamente rientrati o rimasti in Sicilia, la durata dei rapporti di lavoro e la capacità di riportare residenti soprattutto nei territori interni. I numeri Istat fissano già il punto di partenza: migliaia di espatri ogni anno, un forte flusso verso il Centro-Nord, giovani laureati che lasciano il Mezzogiorno e una popolazione destinata, senza un cambiamento delle tendenze, a diventare più piccola e più anziana.

Nell’immagine di copertina, 2025 partiti dalla Sicilia circa 9mila persone pari all’8% del totale nazionale, l’Istat considera l’invecchiamento la prospettiva demografica più certa e