Sintesi
Il presidente francese Emmanuel Macron propone di rinnovare il debito europeo nato con il programma Next Generation EU e di creare un nuovo strumento finanziario comune per sostenere settori strategici come difesa, spazio e intelligenza artificiale. Macron sostiene che il rimborso dei prestiti Covid a partire dal 2028 sarebbe controproducente per i bilanci nazionali e per la crescita economica europea. La proposta trova aperture da parte del premier greco Kyriakos Mitsotakis ma incontra resistenze nei Paesi cosiddetti frugali e in Germania. Il dibattito si inserisce nella revisione del bilancio UE post 2027 e nelle discussioni sull’aumento delle risorse europee richiesto dal Parlamento. Il Recovery Fund resta uno strumento centrale per la ripresa, con l’Italia principale beneficiaria attraverso il PNRR e con pagamenti già superiori a 140 miliardi di euro.

Articolo
Il tema del debito comune europeo torna al centro del confronto politico con una proposta che riapre una questione tutt’altro che chiusa. Il presidente francese Emmanuel Macron ha rilanciato l’ipotesi di un nuovo Recovery Fund, sostenendo che il debito contratto dall’Unione durante la pandemia non dovrebbe essere restituito secondo il calendario previsto ma rifinanziato, cioè rinnovato, evitando un impatto negativo sui conti pubblici degli Stati membri. Durante un incontro ad Atene con il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis, Macron ha affermato che rimborsare questi prestiti in questa fase sarebbe “sciocco”, evidenziando come la domanda di titoli europei sia elevata e possa sostenere nuove emissioni comuni.

Il riferimento è al programma Next Generation EU (strumento finanziario straordinario dell’Unione Europea), approvato nel 2020 in risposta alla crisi pandemica da COVID-19 (malattia infettiva causata dal coronavirus SARS-CoV-2), che ha messo a disposizione 750 miliardi di euro a prezzi 2018, operativi tra il 2021 e il 2026. Questo fondo, finanziato tramite emissione di debito comune da parte della Commissione Europea, rappresenta una svolta storica nelle politiche economiche dell’Unione. Il suo fulcro è il RRF (Recovery and Resilience Facility, dispositivo per la Ripresa e la Resilienza), che distribuisce sovvenzioni e prestiti agli Stati membri in cambio di riforme e investimenti mirati alla transizione ecologica, alla digitalizzazione e alla crescita sostenibile.

Nel corso del tempo, ogni Paese ha definito il proprio piano nazionale attraverso il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), cioè il programma operativo per utilizzare le risorse europee. In Italia il piano è stato rivisto nel 2023 e ridimensionato da 209 miliardi a circa 194,4 miliardi, suddivisi tra circa 71,8 miliardi di sovvenzioni a fondo perduto e circa 122,6 miliardi di prestiti da restituire tra il 2028 e il 2058. L’Italia si conferma il principale beneficiario dei fondi europei, con oltre 140 miliardi già erogati in diverse tranche approvate dalla Commissione Europea, a seguito del raggiungimento degli obiettivi concordati.
La proposta di Macron si inserisce in un contesto più ampio di revisione del bilancio europeo successivo al 2027, tema discusso recentemente durante un vertice informale dei capi di Stato e di Governo dell’UE. Tra le questioni centrali emerge proprio la gestione del debito comune e la sostenibilità dei rimborsi, previsti a partire dal 2028. Il Parlamento europeo ha chiesto un aumento delle risorse pari al 10% rispetto alla proposta della Commissione, portando il bilancio complessivo vicino ai 2mila miliardi di euro, una cifra comunque inferiore all’1,3% del PIL (Prodotto Interno Lordo) dell’Unione.
Sul piano politico, la posizione francese incontra resistenze da parte della Germania e dei cosiddetti Paesi “frugali”, cioè Stati membri favorevoli a politiche fiscali restrittive e contrari all’espansione del debito comune. Macron ha criticato apertamente questa linea, sostenendo che l’alternativa sarebbe tra rinunciare agli investimenti strategici oppure aumentare i contributi nazionali, opzione anch’essa poco sostenuta. In questo scenario, l’ipotesi di nuove risorse proprie europee diventa una terza via, ancora tutta da definire.
Anche il premier greco Kyriakos Mitsotakis ha espresso dubbi sulla logica del rimborso, affermando che non vi sarebbero motivazioni economiche sufficienti per procedere in questa direzione. Le sue dichiarazioni rafforzano l’asse dei Paesi favorevoli a una revisione delle regole sul debito europeo, soprattutto alla luce delle nuove esigenze legate alla sicurezza, alla difesa comune, allo sviluppo tecnologico e alla competizione globale.
Negli ultimi mesi, diversi economisti italiani hanno sottolineato come il modello del debito condiviso europeo possa rappresentare uno strumento efficace per affrontare crisi sistemiche e finanziare investimenti strategici. Alcuni osservatori, tra cui analisti vicini alla Banca d’Italia, hanno evidenziato che l’esperienza del Next Generation EU ha dimostrato la capacità dell’Unione di agire in modo coordinato, pur sottolineando la necessità di migliorare la governance e l’efficienza della spesa.
Sul piano normativo, il quadro resta in evoluzione e si intreccia con le regole del Patto di stabilità e crescita, recentemente riformato per introdurre maggiore flessibilità nei conti pubblici. La giurisprudenza europea non ha finora messo in discussione la legittimità del debito comune, ma il dibattito politico resta aperto, soprattutto in relazione alla possibilità di trasformare strumenti straordinari in meccanismi permanenti. La proposta di un nuovo Recovery Fund rappresenta non solo una scelta economica ma anche una visione politica dell’Europa, divisa tra chi punta su integrazione e investimenti condivisi e chi preferisce mantenere una gestione più nazionale delle risorse. Il confronto resta aperto e sarà decisivo per definire il futuro assetto finanziario dell’Unione Europea nei prossimi decenni.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









