Sintesi
La guerra tra Russia e Ucraina si estende progressivamente oltre il Mar Nero coinvolgendo il Mediterraneo centrale e la Libia, dove infrastrutture energetiche strategiche per l’Italia come il gasdotto GreenStream (che collega direttamente gli impianti di trattamento di Mellitah, in Libia, con il terminale di ricezione di Gela, in Sicilia, rappresentando una rotta strategica per l’approvvigionamento e la sicurezza energetica italiana) risulta sempre più esposto ai rischi militari. Le accuse russe contro Kiev per l’attacco alla nave Arctic Metagaz e le indiscrezioni sulla presenza di specialisti ucraini in territorio libico aumentano i timori di una nuova escalation nel Nord Africa. Nel frattempo il conflitto prosegue con raid ucraini contro obiettivi militari e petroliferi russi, mentre Mosca rafforza la cooperazione con Bielorussia e Cina sul piano militare e diplomatico. Intanto lo scontro tra Stati Uniti e Iran sul nucleare e sul controllo dello Stretto di Hormuz alimenta il rischio di una crisi energetica globale e di una nuova escalation militare in Medio Oriente. Tuttavia, secondo indiscrezioni rilanciate da Al Arabiya (un’emittente televisiva dell’Arabia Saudita con sede a Riyadh) e riprese da diversi media internazionali, Stati Uniti e Iran sarebbero impegnati in negoziati indiretti molto avanzati per definire una bozza preliminare di accordo con un annuncio tra poche ore. Nel frattmepo sullo sfondo si aggravano anche le tensioni tra Stati Uniti, Iran e Cuba, con Donald Trump che rilancia il confronto su Taiwan, sul nucleare iraniano e sulla crisi cubana, alimentando uno scenario internazionale segnato da instabilità strategica, minacce energetiche e crescenti rischi geopolitici per Europa e Mediterraneo.

Articolo
La guerra tra Russia e Ucraina continua ad allargare il proprio raggio d’azione superando il confine del Mar Nero e avvicinandosi in maniera sempre più preoccupante al Mediterraneo centrale. La Libia sta assumendo un ruolo strategico nel nuovo equilibrio militare internazionale, trasformandosi in un potenziale fronte operativo capace di incidere direttamente sugli interessi energetici europei e italiani. Il caso della nave russa Arctic Metagaz rappresenta uno dei segnali più evidenti di questa escalation. Il 4 marzo scorso il mercantile, indicato come parte della cosiddetta “flotta ombra” utilizzata dalla Russia per aggirare le sanzioni occidentali sul commercio energetico, è stato gravemente danneggiato al largo delle coste libiche. Mosca ha attribuito la responsabilità dell’attacco a un drone navale ucraino sostenendo il coinvolgimento dei servizi britannici. L’incidente non avrebbe provocato un disastro ambientale soltanto per circostanze fortunate, ma ha evidenziato l’estrema fragilità delle rotte energetiche nel Mediterraneo.

L’attenzione internazionale si concentra soprattutto sull’area di Mellitah, in Libia, dove si trova uno dei principali hub energetici tra Africa ed Europa. Da questo impianto parte infatti il GreenStream, il gasdotto sottomarino che collega la Libia a Gela, in Sicilia, garantendo una quota rilevante dell’approvvigionamento energetico italiano. Eventuali operazioni militari o destabilizzazioni nell’area potrebbero compromettere la sicurezza delle forniture di gas, incidendo sui mercati energetici europei e sulle relazioni diplomatiche nel Mediterraneo.

Ad aggravare ulteriormente il quadro geopolitico contribuiscono le indiscrezioni diffuse da diverse inchieste giornalistiche internazionali, tra cui quelle di RFI (Radio France Internationale) ed Euronews, secondo cui oltre 200 specialisti e ufficiali ucraini sarebbero presenti nella Libia occidentale, in particolare tra Misurata e Zawiya. Secondo queste ricostruzioni sarebbe stata predisposta una base operativa destinata al lancio di droni aerei e navali. La posizione geografica consentirebbe all’Ucraina di controllare parte delle rotte marittime utilizzate dalla logistica russa nel Mediterraneo.
La Libia resta però un territorio profondamente frammentato sul piano politico e militare. Da una parte opera il Governo di Unità Nazionale guidato da Abdulhamid Dbeibah a Tripoli, riconosciuto dalla Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu). Dall’altra rimane il blocco orientale vicino al generale Khalifa Haftar. In questo contesto si registra anche una crescente militarizzazione con la presenza di droni turchi, sistemi cinesi e nuovi armamenti distribuiti tra le varie fazioni locali. Secondo analisti europei e osservatori Nato (Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord), il rischio che il conflitto russo-ucraino possa utilizzare infrastrutture civili e commerciali nel Mediterraneo come piattaforme operative viene considerato sempre più concreto.
Non di meno, secondo indiscrezioni rilanciate da Al Arabiya (un’emittente televisiva dell’Arabia Saudita con sede a Riyadh) e riprese da diversi media internazionali, Stati Uniti e Iran sarebbero impegnati in negoziati indiretti molto avanzati per definire una bozza preliminare di accordo, con mediatori regionali al lavoro sulle ultime modifiche del testo e un possibile annuncio atteso “entro poche ore”. Le trattative riguarderebbero soprattutto il dossier nucleare iraniano, l’alleggerimento di alcune sanzioni economiche e la sicurezza nello Stretto di Hormuz, mentre restano ancora divergenze sensibili sull’arricchimento dell’uranio e sulle garanzie richieste da Washington e Teheran. Nelle ultime ore i mercati finanziari hanno reagito positivamente alle voci di un’intesa imminente, considerate un possibile segnale di de-escalation nella crisi mediorientale.
Nel frattempo il conflitto in Ucraina continua ad assumere caratteristiche sempre più tecnologiche e strategiche. I servizi speciali ucraini hanno rivendicato un attacco contro il quartier generale dell’Fsb (Servizio federale per la sicurezza della Federazione Russa) nella regione occupata di Kherson. Secondo Kiev l’operazione avrebbe provocato circa 100 tra morti e feriti e la distruzione di un sistema di difesa aerea Pantsir-S1, piattaforma missilistica dal valore stimato di almeno 15 milioni di dollari. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha definito protagonisti dell’azione i “guerrieri” del Centro Operazioni Speciali “Alpha” dell’Ssu (Servizio di sicurezza dell’Ucraina).
L’Ucraina ha colpito con droni anche la raffineria di Sizran, nella regione russa di Samara, a circa 800 chilometri dal confine. L’attacco avrebbe causato 2 vittime e confermato la capacità di Kiev di colpire infrastrutture energetiche in profondità nel territorio russo. Zelensky ha definito queste operazioni “sanzioni a lungo raggio” contro il settore petrolifero russo, strategia mirata a ridurre le entrate economiche utilizzate da Mosca per sostenere il conflitto.
Il 19 maggio 2026 l’Ucraina aveva denunciato una nuova e massiccia offensiva aerea russa, sostenendo che Mosca avesse lanciato in pochi giorni oltre 20 missili e circa 500 droni contro obiettivi distribuiti in diverse aree del Paese. Secondo le autorità di Kiev, gli attacchi avevano colpito infrastrutture energetiche, installazioni civili e zone residenziali in città come Odessa e Dnipro, provocando vittime, feriti e nuovi blackout.
Parallelamente Kiev guarda con crescente preoccupazione al fronte settentrionale. Le autorità ucraine temono infatti un possibile coinvolgimento diretto della Bielorussia, alleata storica del Cremlino. Il Servizio di sicurezza ucraino e le forze armate hanno annunciato il rafforzamento delle misure difensive nelle regioni del Nord del Paese. Le tensioni sono aumentate dopo le esercitazioni nucleari congiunte tra Russia e Bielorussia concluse con il lancio di missili intercontinentali e ipersonici, tra cui il sistema Zirkon, considerato uno dei più avanzati arsenali missilistici russi.
Il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato che Mosca non intende entrare in una nuova corsa agli armamenti ma manterrà il proprio arsenale nucleare a un livello definito di “necessaria sufficienza”. Il presidente bielorusso Alexander Lukashenko ha invece aperto alla possibilità di un dialogo con Zelensky, proposta immediatamente respinta da Kiev che l’ha giudicata “priva di significato”.
Sul piano diplomatico la mediazione internazionale appare in forte difficoltà. Mosca considera positivamente il dibattito interno all’Unione Europea (Ue) sulla possibile nomina di un negoziatore europeo per il conflitto. Intanto il Cremlino conferma il rafforzamento della cooperazione con la Cina. Il tema sarebbe stato affrontato durante il recente incontro di Pechino tra Vladimir Putin e Xi Jinping. Secondo il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, Pechino sarebbe pronta a svolgere un ruolo negoziale per favorire una soluzione diplomatica.
Nel frattempo resta centrale anche il conflitto tra Stati Uniti e Iran. Donald Trump ha alternato aperture negoziali e minacce militari, mentre Washington chiede che Teheran consegni o trasferisca fuori dal Paese l’uranio altamente arricchito. Secondo Reuters, la Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei avrebbe invece imposto che il materiale resti in Iran, posizione che irrigidisce il negoziato e allontana un’intesa rapida. Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti “otterranno” l’uranio iraniano e probabilmente lo distruggeranno, sostenendo che non sarà consentito a Teheran di conservarlo.
La Russia ha proposto di trasferire in territorio russo l’uranio arricchito iraniano, proposta discussa durante il recente vertice tra Putin e Xi Jinping a Pechino. Tuttavia Washington continua a respingere questa soluzione insistendo sul trasferimento del materiale nucleare sotto controllo americano. Il segretario di Stato Marco Rubio ha ammesso che all’interno del sistema iraniano esistono forti divisioni sulla linea negoziale da seguire.
Il confronto riguarda anche lo Stretto di Hormuz, passaggio marittimo essenziale per il petrolio mondiale. L’Agenzia internazionale per l’energia (Iea, International Energy Agency, Agenzia internazionale dell’energia) ha avvertito che, senza una soluzione veloce e una piena riapertura dello Stretto, il mercato petrolifero potrebbe entrare in una “zona rossa” tra luglio e agosto 2026, con oltre 14 milioni di barili al giorno mancanti dalle forniture globali.
Le tensioni globali si estendono anche all’Asia-Pacifico. Donald Trump ha ribadito la volontà di affrontare direttamente con il presidente taiwanese William Lai la questione della vendita di armi a Taiwan. Un eventuale colloquio ufficiale rappresenterebbe un fatto estremamente delicato dal punto di vista diplomatico perché dal 1979 Washington ha trasferito il riconoscimento diplomatico ufficiale da Taipei a Pechino aderendo al principio della “Unica Cina”. Durante il suo primo mandato Trump aveva già provocato una forte protesta cinese dopo un colloquio con l’allora presidente Tsai Ing-wen.
Secondo osservatori internazionali, un ulteriore deterioramento dei rapporti tra Stati Uniti e Cina sulla questione taiwanese rischierebbe di compromettere la fragile stabilità strategica costruita negli ultimi anni tra Washington e Pechino. Il Governo cinese considera Taiwan parte integrante del proprio territorio nazionale e si oppone a ogni forma di riconoscimento internazionale dell’isola democratica.
Le tensioni americane si estendono anche ai Caraibi. Donald Trump ha rafforzato la pressione su Cuba dopo l’incriminazione dell’ex leader Raul Castro e il dispiegamento della portaerei Nimitz nell’area. Russia e Cina hanno condannato duramente la posizione americana accusando Washington di utilizzare strumenti di coercizione politica ed economica contro L’Avana.
Mosca ha parlato apertamente di “interferenza negli affari interni di uno Stato sovrano” criticando la dottrina Monroe*, storica strategia geopolitica americana nel continente americano. Anche il ministero degli Esteri cinese ha invitato gli Stati Uniti a interrompere sanzioni e minacce contro Cuba. Trump ha invece sostenuto che l’obiettivo americano sarebbe aiutare il popolo cubano lasciando comunque intendere che Washington sarebbe pronta ad agire se la via diplomatica non dovesse produrre risultati.
Nel frattempo la Corte Suprema degli Stati Uniti ha autorizzato le cause relative ai beni americani nazionalizzati da Fidel Castro nel 1960 dopo la rivoluzione cubana. La decisione rischia di aumentare ulteriormente le tensioni tra Washington e L’Avana in una fase già segnata da crisi economica, emergenza sociale e forte instabilità politica sull’isola.
Lo scenario internazionale appare dunque dominato da conflitti intrecciati, rivalità energetiche e nuovi equilibri geopolitici. Dal Mediterraneo alla regione indo-pacifica, passando per Medio Oriente e Caraibi, la competizione tra grandi potenze sta ridisegnando gli assetti mondiali coinvolgendo direttamente anche l’Europa e l’Italia. In questo quadro il Mediterraneo torna a essere uno dei principali centri della sicurezza globale, con la Sicilia e le infrastrutture energetiche italiane sempre più esposte agli effetti di crisi militari che fino a pochi anni fa sembravano geograficamente lontane.
* La Dottrina Monroe è un principio di politica estera degli Stati Uniti annunciato nel 1823 dal presidente James Monroe, sintetizzato nella celebre formula “L’America agli americani”. La dottrina si fondava su 2 principi essenziali: il divieto per le potenze europee di creare nuove colonie o interferire negli affari politici del continente americano e, in cambio, l’impegno degli Stati Uniti a non intervenire nei conflitti e nelle questioni interne europee. Nata inizialmente come dichiarazione di difesa dell’indipendenza delle nazioni americane dalle ambizioni coloniali europee, nel corso del Novecento la Dottrina Monroe venne progressivamente reinterpretata da Washington, soprattutto dopo il Corollario Roosevelt del 1904*, per legittimare una crescente influenza politica, economica e militare statunitense in America Latina.
* Il Corollario Roosevelt, annunciato nel 1904 dal presidente statunitense Theodore Roosevelt, rappresentò un’estensione della Dottrina Monroe e stabilì il diritto degli Stati Uniti a intervenire negli affari interni dei Paesi dell’America Latina in presenza di gravi crisi politiche, instabilità finanziaria o “cronica inefficienza” amministrativa. L’obiettivo ufficiale era impedire alle potenze europee, in particolare Germania e Gran Bretagna, di utilizzare il mancato pagamento dei debiti come pretesto per interventi militari nel continente americano. Nella pratica il Corollario Roosevelt favorì una forte politica interventista degli Stati Uniti nei Caraibi e in America Centrale, giustificando occupazioni militari e protettorati in Paesi come Cuba, Haiti, Repubblica Dominicana e Panama durante i primi decenni del XX secolo. Questa strategia venne associata alla cosiddetta “politica del grosso bastone” (“Big Stick”), espressione con cui Roosevelt indicava una linea diplomatica fondata sulla deterrenza militare e sulla minaccia dell’uso della forza per difendere gli interessi statunitensi.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.








