Sintesi
La metaniera russa Arctic Metagaz colpita da droni marittimi il 3 marzo continua a muoversi senza controllo nel Mediterraneo centrale tra Lampedusa e Malta sotto la sorveglianza delle Autorità italiane e maltesi. Il Governo italiano guidato da Giorgia Meloni ha confermato la cooperazione operativa con Malta dopo una riunione con i ministri competenti per sicurezza, difesa e protezione civile. La nave trasporta 60mila tonnellate di gas naturale liquefatto e circa 900 tonnellate di carburante con il rischio di una grave emergenza ambientale in caso di incidente. Mosca accusa l’Ucraina dell’attacco mentre Kiev non ha rivendicato ufficialmente l’operazione, che ricorda azioni simili attribuite all’intelligence ucraina contro navi sospettate di appartenere alla cosiddetta flotta ombra russa. La vicenda si inserisce nel contesto della guerra energetica e delle sanzioni imposte da Unione Europea e paesi del G7 contro la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina.

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La metaniera russa Arctic Metagaz continua a vagare senza una rotta definita nel Mediterraneo centrale tra Lampedusa e Malta dopo essere stata colpita il 3 marzo da droni navali attribuiti alle forze ucraine. L’equipaggio composto da 30 marittimi era stato evacuato nelle ore successive all’attacco. L’imbarcazione, partita dal porto di Murmansk nel nord della Russia e diretta verso Port Said in Egypt, si trova ora all’interno della zona SAR (Search and Rescue, cioè area internazionale di ricerca e soccorso marittimo) sotto responsabilità maltese.

Dopo un vertice a Palazzo Chigi guidato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il Governo italiano ha confermato il coordinamento con le autorità di Malta per controllare costantemente l’evoluzione della situazione. Alla riunione hanno partecipato anche il ministro della Difesa Guido Crosetto, il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il ministro della Protezione civile Nello Musumeci. Nel comunicato ufficiale della Presidenza del Consiglio si legge che “l’imbarcazione si trova nella zona SAR maltese e le autorità di La Valletta hanno fissato una distanza minima di sicurezza di 5 miglia nautiche”. Roma ha inoltre garantito la condivisione delle attività di osservazione avviate fin dai primi momenti dell’emergenza.

L’unità rappresenta un potenziale rischio ambientale rilevante. A bordo sono presenti circa 900 tonnellate di gasolio e 60mila tonnellate di GNL (Gas Naturale Liquefatto, combustibile ottenuto raffreddando il metano fino allo stato liquido per facilitarne il trasporto). Un incidente o una perdita nel Mediterraneo potrebbe provocare una seria contaminazione marina in un’area già caratterizzata da intenso traffico commerciale e turistico. Per questo la Marina Militare italiana mantiene la sorveglianza con un rimorchiatore e una nave specializzata nelle operazioni antinquinamento mentre un velivolo della Guardia Costiera effettua controlli aerei. Nelle ore successive al danneggiamento la nave si è lentamente spostata verso est allontanandosi di alcuni chilometri dall’isola di Linosa, mantenendo tuttavia una traiettoria incerta. Le autorità italiane e maltesi stanno valutando possibili operazioni di messa in sicurezza o rimorchio, decisioni che spettano formalmente al centro di coordinamento SAR di Malta.
Sul piano geopolitico la vicenda si inserisce nel contesto della guerra tra Russia e Ukraine. Mosca ha accusato Kiev di avere lanciato i droni marittimi dalle coste libiche. Il Governo ucraino non ha rivendicato ufficialmente l’operazione, ma negli ultimi anni le forze ucraine hanno sviluppato una strategia di attacchi navali con droni senza equipaggio contro infrastrutture e navi considerate strategiche per l’economia russa. Un precedente significativo risale a dicembre 2025 quando l’SBU (Sluzhba Bezpeky Ukrainy, cioè Servizio di sicurezza dell’Ucraina) rivendicò un’operazione contro la petroliera “Qendil”, nave battente bandiera dell’Oman colpita al largo della Libia perché sospettata di partecipare alla cosiddetta “flotta ombra” russa.
Secondo analisi occidentali anche l’Arctic Metagaz rientrerebbe in questo sistema marittimo parallelo. La cosiddetta “Shadow Fleet” o “Ghost Fleet” (letteralmente flotta ombra o flotta fantasma) indica un vasto insieme di petroliere e navi cisterna spesso vecchie, registrate con proprietà opache o bandiere di comodo, utilizzate da Mosca per continuare a vendere petrolio e derivati energetici aggirando le restrizioni imposte dall’Occidente. Il fenomeno è emerso con maggiore forza dopo l’introduzione del price cap (tetto massimo al prezzo del petrolio) stabilito dai paesi del G7 e dall’Unione Europea. L’obiettivo delle sanzioni era limitare le entrate energetiche russe senza interrompere completamente le forniture globali di petrolio. Per aggirare tali restrizioni molte navi della flotta ombra trasferiscono il greggio da una cisterna all’altra in mare aperto attraverso operazioni “ship-to-ship” (trasbordo nave-nave), spesso in acque internazionali o in aree poco controllate.
Gli esperti stimano che questo sistema possa coinvolgere centinaia di imbarcazioni, in alcune valutazioni tra 300 e oltre 600 unità, molte delle quali con più di 15 anni di servizio. Il continuo cambio di proprietà, bandiera e assicurazione rende difficile attribuire responsabilità giuridiche e controlli tecnici. Le preoccupazioni non sono soltanto economiche ma anche ambientali e di sicurezza. Navi vecchie, con manutenzione incerta e coperture assicurative limitate, rappresentano un rischio concreto di incidenti marittimi. Il Mediterranean Sea è considerato uno dei bacini più vulnerabili perché attraversato da importanti rotte commerciali e vicino a infrastrutture strategiche come cavi sottomarini per telecomunicazioni ed energia.
Negli ultimi mesi diversi governi europei hanno segnalato il passaggio di navi sospette vicino alle coste della Sicilia e della Sardegna. Per questo motivo Bruxelles e Washington stanno ampliando il sistema di sanzioni contro società di navigazione, armatori e intermediari finanziari coinvolti nel traffico energetico russo. In questo scenario la vicenda della Arctic Metagaz assume un valore simbolico e operativo. Non si tratta soltanto di una nave danneggiata alla deriva ma di un episodio che evidenzia come la guerra in Ucraina abbia ormai esteso i suoi effetti anche alle rotte energetiche del Mediterraneo e alla sicurezza ambientale delle coste europee.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.








