Rapita una giornalista statunitense a Baghdad: il caso Shelly Kittleson riaccende il fronte iracheno

Il sequestro della giornalista americana nel centro della capitale irachena riporta al centro il ruolo delle milizie sciite, le tensioni regionali e i rischi per l’informazione in un contesto segnato da instabilità e influenze esterne

Sintesi

Il rapimento della giornalista americana Shelly Kittleson a Baghdad segna un nuovo episodio di instabilità in Iraq e riporta l’attenzione sul ruolo delle milizie sciite filo-iraniane. Le dinamiche del sequestro restano in parte oscure ma emergono sospetti su Kataib Hezbollah e collegamenti con precedenti episodi simili. La storia delle Forze di Mobilitazione Popolare mostra una progressiva istituzionalizzazione militare e politica dal 2014 a oggi. Le tensioni tra Stati Uniti, Iran e attori locali contribuiscono a un quadro di sicurezza fragile e imprevedibile. Analisti italiani evidenziano il rischio di escalation e il ruolo delle milizie come strumenti geopolitici. Le indagini sono in corso e la liberazione della giornalista non è ancora confermata.

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Il sequestro della giornalista statunitense Shelly Kittleson, avvenuto la sera precedente nel centro di Baghdad, si inserisce in un quadro di crescente instabilità che coinvolge sicurezza interna, equilibri regionali e libertà di stampa. La reporter, collaboratrice di testate americane e italiane tra cui Il Foglio e Ansa (Agenzia Nazionale Stampa Associata), era stata preventivamente avvisata della presenza del suo nome in una lista attribuita a Kataib Hezbollah, circostanza che inizialmente era stata ritenuta non attendibile.

La dinamica del rapimento è stata documentata da un video diffuso da emittenti arabe, nel quale si osserva un veicolo fermarsi accanto alla giornalista in una strada trafficata e alcuni uomini armati in abiti civili costringerla con la forza a salire a bordo, allontanandosi rapidamente. L’episodio sarebbe avvenuto nei pressi del Palestine Hotel, luogo storicamente frequentato da corrispondenti stranieri sin dalla Guerra del Golfo.

Nelle ore successive si sono diffuse notizie non confermate su una possibile liberazione, alimentando un clima di incertezza. Il Ministero dell’Interno iracheno ha confermato il sequestro senza ufficializzare l’identità della vittima, precisando che le Forze di sicurezza hanno avviato operazioni basate su informazioni mirate. Un veicolo utilizzato dai sequestratori è stato intercettato e si è ribaltato durante la fuga, portando all’arresto di un sospetto e al sequestro di un mezzo, mentre proseguono le ricerche per individuare gli altri responsabili e ottenere il rilascio della giornalista.

Il caso si colloca in un contesto di tensione geopolitica legata anche alle dinamiche tra Stati Uniti, Israele e Iran, con riflessi diretti sul territorio iracheno. Le ipotesi investigative convergono su Kataib Hezbollah, formazione paramilitare sciita il cui nome significa “Brigate del Partito di Dio”, integrata nelle PMF (Popular Mobilization Forces, Forze di Mobilitazione Popolare) note anche come Hashd al-Shaabi (mobilitazione popolare in arabo). Nessuna rivendicazione ufficiale è tuttavia giunta fino a questo momento.

Dal punto di vista cronologico, la nascita e l’evoluzione delle milizie irachene seguono tappe note. Il 10 giugno 2014 la caduta di Mosul segna l’avanzata dell’ISIS (Islamic State of Iraq and Syria, Stato Islamico dell’Iraq e della Siria), seguita il 13 giugno dalla fatwa (editto religioso) del Grande Ayatollah Ali al-Sistani che invita alla mobilitazione. Il 15 giugno 2014 il governo guidato da Nouri al-Maliki istituzionalizza le milizie. Nel 2016 la legge n. 40 le integra formalmente nelle forze armate irachene sotto la PMC (Popular Mobilization Commission, Commissione di Mobilitazione Popolare). Nel 2020 l’uccisione di Abu Mahdi al-Muhandis insieme al generale iraniano Qasem Soleimani in un attacco statunitense ridefinisce gli equilibri interni. Dal 2020 al 2026 si registra una crescente frammentazione tra fazioni filo-iraniane, gruppi nazionali e componenti autonome.

Attualmente le PMF contano tra 204000 e 238000 effettivi, con un incremento significativo rispetto ai 60000 iniziali del 2014 e ai 170000 del 2021. Operano con equipaggiamenti statali iracheni e supporto iraniano tramite l’IRGC (Islamic Revolutionary Guard Corps, Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica), includendo droni, missili e sistemi logistici. Il loro bilancio annuo è stimato tra 2,6 e 3,5 miliardi di dollari e include anche attività economiche parallele come il contrabbando di petrolio.

Il precedente più rilevante è il rapimento nel marzo 2023 della ricercatrice Elizabeth Tsurkov, successivamente liberata nel 2025, episodio attribuito a milizie sciite filo-iraniane. Questo rafforza l’ipotesi di una strategia di pressione attraverso sequestri mirati.

Tra i commenti autorevoli italiani recenti, Marco Di Liddo (un esperto di geopolitica, dal 2022 Direttore del Centro Studi Internazionali (CeSI) di Roma), ha descritto in interviste del marzo 2026 le milizie come strumenti di “caos organizzato” al servizio dell’influenza iraniana, sottolineando il rischio di ampliamento degli obiettivi anche verso contingenti occidentali. Analisi riconducibili all’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) evidenziano invece come il Kurdistan iracheno (o Kurdistan meridionale si riferisce alla parte dell’Iraq settentrionale a popolazione curda, è considerato una delle quattro parti del Grande Kurdistan nell’Asia occidentale, che comprende anche parti della Turchia sud-orientale, della Siria settentrionale e dell’Iran nord-occidentale) rappresenti uno dei principali punti di attrito tra interessi statunitensi, iraniani e locali.