Petrolio oltre 108 dollari. L’Europa tra rotte a rischio e Russia. Sicilia dipendente dai trasporti. Stanziamenti regionali

Attacchi, vertice rinviato e avanzata Houthi fanno rincarare il greggio. L’Europa affronta crisi energetica e pressione russa. L'opinione

Sintesi

Il Brent ha superato nuovamente 108 dollari al barile, spinto dalla temporanea chiusura dell’oleodotto saudita East-West e dai nuovi attacchi contro navi e infrastrutture. I mercati temono che venga meno una delle principali vie alternative allo Stretto di Hormuz.

La tensione si è estesa anche al Mar Rosso, dove gli Houthi hanno intensificato gli attacchi contro l’Arabia Saudita e conquistato nuovi territori lungo la costa yemenita. Le 2 principali rotte petrolifere della regione sono così contemporaneamente sotto pressione.

Il vertice previsto in Oman tra Iran e Paesi del Golfo è stato rinviato senza una nuova data. L’Unione Europea dispone ancora di scorte sufficienti, ma il caro-petrolio rischia di alimentare nuovamente inflazione, carburanti e costi dei trasporti.

Sul fronte orientale prosegue intanto la guerra russa contro l’Ucraina, con attacchi sempre più vicini ai confini della Polonia. Bruxelles deve quindi sostenere Kiev, rafforzare la propria sicurezza e contenere nello stesso tempo una nuova crisi energetica.

Sintesi

Il Brent torna oltre 108 dollari

Il prezzo del petrolio ha registrato un nuovo forte rialzo nell’apertura dei mercati di lunedì 14 settembre. Dopo avere superato in alcune fasi 108 dollari al barile, alle 03:40 GMT il Brent è stato scambiato a 107,82 dollari, con un aumento del 3,1%, mentre il West Texas Intermediate (WTI, petrolio statunitense di riferimento) è salito del 3,2% a 103,22 dollari. Nella settimana precedente il Brent aveva guadagnato complessivamente circa l’8%, tornando sopra 100 dollari per la prima volta dalla fine di luglio.

Il rialzo è stato determinato soprattutto dalla convergenza di 3 fattori collegati ma distinti: la temporanea interruzione dell’oleodotto saudita East-West; l’aumento degli attacchi contro l’Arabia Saudita e la navigazione tra Golfo Persico e Mar Rosso; il rinvio dell’incontro diplomatico che avrebbe dovuto discutere una possibile gestione dello Stretto di Hormuz.

L’oleodotto saudita colpito da droni partiti dall’Iraq

L’oleodotto East-West, chiamato anche Petroline, attraversa per circa 1.200 chilometri la Penisola arabica e collega i giacimenti orientali dell’Arabia Saudita con il porto di Yanbu, sul Mar Rosso. La sua importanza è cresciuta perché consente di trasferire il petrolio verso occidente senza attraversare lo Stretto di Hormuz, parzialmente bloccato dalla guerra tra Stati Uniti e Iran.

Le autorità saudite hanno riferito che l’infrastruttura è stata raggiunta da diversi droni provenienti dal territorio iracheno. L’oleodotto è stato quindi fermato temporaneamente, mentre immagini satellitari hanno mostrato danni e tracce di incendio presso una stazione di pompaggio. Il Governo iracheno ha condannato l’attacco, avviato un’indagine e rimosso il comandante responsabile delle operazioni nella provincia di Maysan, dalla quale sarebbero partiti i velivoli. Non risulta però ancora accertata pubblicamente l’identità degli autori materiali e dei mandanti.

Prima dell’interruzione l’oleodotto trasferiva tra 4 e 5 milioni di barili al giorno. Secondo fonti dell’industria petrolifera, le scorte disponibili a Yanbu potrebbero sostenere le esportazioni soltanto per 5-7 giorni: un fermo prolungato potrebbe quindi sottrarre al mercato fino al 4% dell’offerta mondiale di petrolio.

Gli Houthi e il fronte dello Yemen

Gli Houthi, conosciuti anche come Ansar Allah (sostenitori di Dio), sono un movimento politico, religioso e militare nato negli anni Novanta nel nord dello Yemen, Paese della penisola arabica affacciato sul Mar Rosso e sul Golfo di Aden. Appartengono in prevalenza alla comunità musulmana sciita zaydita, sono sostenuti dall’Iran e nel 2014 hanno conquistato Sana’a, la capitale yemenita. Attualmente controllano gran parte del nord e delle aree più popolate del Paese.

Gli Houthi hanno rivendicato nuovi attacchi con droni e missili contro depositi di armi e centri di comando della base militare di Sharurah, nel sud dell’Arabia Saudita, annunciando operazioni future “più intense e di più ampia portata”. Nella provincia saudita di Jazan un proiettile ha inoltre ferito 2 persone e danneggiato una moschea, alcune abitazioni e diversi veicoli. Questi attacchi sono distinti da quello contro l’oleodotto East-West, che Riad ha ricondotto a droni partiti dall’Iraq.

Sul territorio yemenita gli Houthi hanno conquistato Mokha, città portuale sulla costa occidentale, e hanno raggiunto Perim, isola strategica nello stretto di Bab el-Mandeb. Il passaggio collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e negli ultimi mesi ha gestito tra il 4% e il 5% delle forniture petrolifere mondiali. Il Governo yemenita riconosciuto internazionalmente, sostenuto dall’Arabia Saudita, ha ammesso una sconfitta “dolorosa” e ha annunciato l’invio di nuovi reparti lungo la costa. Gli sfollati provocati dai combattimenti dall’inizio di settembre hanno superato 82.000.

L’avanzata degli Houthi crea così una tenaglia attorno alle esportazioni del Golfo. Lo Stretto di Hormuz (tra l’Iran e l’Oman, collega il Golfo Persico al Golfo di Oman) rimane fortemente limitato a est, mentre quello di Bab el-Mandeb e il Mar Rosso diventano più insicuri a ovest (lo stretto si trova tra lo Yemen, sulla penisola arabica, e Gibuti ed Eritrea, nel Corno d’Africa, e collega il Mar Rosso al Golfo di Aden).

Il vertice in Oman rinviato

Il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr al-Busaidi, ha annunciato il rinvio della riunione prevista lunedì 14 settembre tra Iran e Paesi del Golfo. L’incontro avrebbe dovuto esaminare possibili intese sulla gestione e sulla sicurezza dello Stretto di Hormuz, attraversato prima della guerra da circa un quinto del petrolio commercializzato nel mondo.

Al-Busaidi ha spiegato che il rinvio è stato deciso “nell’interesse del consenso”, senza indicare una nuova data. Il ministero degli Esteri iraniano ha attribuito la decisione alla richiesta di alcuni Paesi della regione e a una scelta congiunta di Teheran e Muscat. Secondo una fonte del Golfo, l’Arabia Saudita avrebbe presentato modifiche alla proposta Iran-Oman, temendo conseguenze per gli altri Stati del Consiglio di cooperazione del Golfo. Il mancato incontro non chiude il negoziato, ma segnala divergenze proprio mentre la pressione sulle rotte energetiche aumenta.

Nei giorni precedenti, precisamente il 10 settembre, i mezzi d’informazione iraniani avevano inoltre riferito di diverse esplosioni nelle aree costiere di Sirik, Minab e dell’isola di Qeshm, nella provincia iraniana di Hormozgan, a breve distanza da Hormuz. L’origine di quelle esplosioni non è stata chiarita; non devono quindi essere presentate come un nuovo attacco accertato.

La crisi dell’offerta e soprattutto dei carburanti

Il problema non riguarda soltanto la quantità di greggio estratto. Il rapporto di settembre dell’Agenzia internazionale dell’energia ha stimato che in agosto le esportazioni petrolifere complessive dei Paesi del Golfo sono scese a circa 13 milioni di barili al giorno, quasi la metà rispetto ai livelli precedenti alla guerra. Le esportazioni di gasolio dalla regione sono precipitate a 390.000 barili al giorno, poco più di un quarto del livello precedente.

A questa riduzione si sono aggiunti i problemi delle raffinerie russe, colpite dagli attacchi ucraini. Nel mese di agosto le esportazioni nette di gasolio del Golfo e della Russia sono risultate inferiori di 1,6 milioni di barili al giorno rispetto a febbraio. Le scorte petrolifere mondiali osservate sono diminuite complessivamente di 507 milioni di barili dall’inizio della guerra, 95 milioni soltanto ad agosto. Il mercato dispone quindi di riserve sempre più ridotte per assorbire nuovi incidenti o interruzioni.

L’Agenzia internazionale dell’energia ha ridotto la previsione dell’offerta mondiale media del 2026 a 100,7 milioni di barili al giorno, 5,7 milioni in meno rispetto al 2025, rinviando al 2027 il pieno recupero della produzione mediorientale. Il rischio maggiore riguarda diesel, carburante per aerei e altri prodotti raffinati, perché non tutte le raffinerie esterne al Golfo possono aumentare rapidamente la lavorazione.

L’Europa non è immobile, ma resta esposta

Bruxelles ha ampliato le sanzioni contro chi ostacola la libertà di navigazione, coordinato il monitoraggio delle scorte, favorito forniture alternative e mantenuto i contatti con l’Agenzia internazionale dell’energia e con i Paesi del Golfo. Il punto debole riguarda piuttosto la difficoltà di trasformare questi interventi in una strategia comune capace di incidere sulle cause militari e diplomatiche della crisi.

L’8 settembre il Gruppo europeo di coordinamento petrolifero ha accertato che nell’Unione non esisteva ancora un problema immediato di disponibilità. Le raffinerie europee, le forniture alternative e le scorte commerciali e di emergenza continuavano a coprire la domanda. La Commissione ha però avvertito che l’evoluzione della guerra e l’aumento stagionale dei consumi potrebbero restringere il mercato durante l’autunno e l’inverno.

Il rischio immediato non è quindi l’assenza di carburante nei distributori, ma un ulteriore aumento dei prezzi, capace di trasferirsi su trasporti, agricoltura, pesca, produzione industriale, distribuzione alimentare e bollette. Le analisi della Commissione Europea hanno già indicato che una prolungata limitazione di Hormuz produrrebbe nuova inflazione, minore crescita, riduzione della fiducia e condizioni finanziarie più difficili.

Carburanti già oltre 2 euro in Italia. Sicilia esposta

Il 13 settembre il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha rilevato sulla rete stradale nazionale una media self-service di 2,105 euro al litro per la benzina e 2,214 euro per il gasolio. Sulle autostrade le medie hanno raggiunto rispettivamente 2,198 e 2,292 euro. Si tratta di valori calcolati prima che il nuovo rialzo del Brent possa trasferirsi interamente sui prodotti venduti agli automobilisti.

La Sicilia è particolarmente esposta per la dipendenza dai trasporti stradali, marittimi e insulari. La Regione ha già previsto 30 milioni di euro per compensare una parte dei maggiori costi sostenuti nel 2026: 15 milioni per l’autotrasporto; 10 milioni per agricoltura e imprese agromeccaniche; 5 milioni per la pesca. Il rincaro del petrolio può raggiungere famiglie e imprese anche attraverso le merci trasportate e non soltanto mediante il prezzo visibile alla pompa.

La pressione russa sul fronte orientale

Alla crisi mediorientale si sovrappone la guerra in Ucraina. Il 13 settembre un attacco russo ha colpito un treno e un camion nei pressi del valico di Yahodyn-Dorohusk, a meno di 1 chilometro dal confine polacco, causando una temporanea interruzione delle operazioni. Il ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski ha definito l’aumento degli attacchi alle porte della NATO (Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord) una nuova escalation.

La Russia rappresenta quindi una minaccia militare, energetica e ibrida, ma allo stato attuale la NATO non ha segnalato un attacco convenzionale imminente contro uno Stato membro. Il pericolo concreto è costituito dalla prosecuzione della guerra, dagli attacchi contro infrastrutture vicine ai confini europei, dalle operazioni informatiche, dai sabotaggi e dal peso economico del sostegno all’Ucraina.

L’Europa deve così operare su 2 fronti differenti: a est sostenere Kiev e proteggere i propri confini; a sud e nel Golfo tutelare le rotte energetiche e favorire una soluzione diplomatica. Non si tratta ancora di una paralisi completa, ma di uno spazio politico e finanziario sempre più ristretto, nel quale ogni ritardo aumenta il costo sostenuto da cittadini e imprese.

Mediterranea24 ha già approfondito la risalita del petrolio sopra 100 dollari e la difficoltà delle raffinerie, l’aumento di carburanti e bollette in Sicilia e la maggiore esposizione energetica europea dopo la riduzione delle forniture russe.

Nell’immagine di copertina, i danni lungo l’oleodotto saudita East-West; le navi nello Stretto di Hormuz; il fumo sulla città portuale yemenita di Mokha durante i combattimenti.

Opinione

Spero di non essere stato persino ottimista https://www.facebook.com/adduso/posts/pfbid02ZTR6NTv6js7yhkh1uM1z4rpfVKMUfesNeQxw9nkbPZs8DjwBRhmTF5ogHABtJz5ql