Sintesi
Nel maggio 2026 la rilevazione Keix, effettuata tra il 7 e il 10 maggio nei Comuni siciliani al voto con popolazione superiore a 20.000 abitanti e basata su 1.003 interviste, ha registrato un forte malcontento verso la classe politica regionale, con un giudizio medio di 4,8 su 10. Nello scenario per la Presidenza della Regione Siciliana, Ismaele La Vardera risulta primo con una forbice tra il 23% e il 25%, seguito da Cateno De Luca tra il 18% e il 20% e dal presidente uscente Renato Schifani tra il 16% e il 18%. Più distanti si collocano Nuccio Di Paola tra il 9% e l’11%, quindi Alfio Mannino, Giuseppe Antoci e Giorgio Mulè tra il 5% e il 6%, mentre Antonello Cracolici e Gaetano Galvagno sono indicati tra il 3% e il 4%. Sul piano dei simboli, la stessa indagine segnala innanzitutto il peso dell’astensione, stimata al 39%, e attribuisce a Controcorrente una fascia tra il 22% e il 24%, davanti a Forza Italia tra il 14% e il 16%, al M5S tra il 13% e il 15%, a Fratelli d’Italia tra il 9% e l’11%, al PD tra l’8% e il 10% e a Sud chiama Nord tra il 7% e il 9%. La lettura politica cambia però con il voto amministrativo di Messina del 24 e 25 maggio, dove Federico Basile di SudchiamaNord è stato rieletto sindaco al primo turno con il 58,42%, davanti a Marcello Scurria al 26,9% e ad Antonella Russo al 12,22%, confermando la forza organizzativa del sistema deluchiano nella città dello Stretto. La cronologia recente mostra una crescita dei movimenti civici e personali: Sud chiama Nord si era già affermato alle regionali del 2022, De Luca aveva vinto a Taormina nel 2023, la sua lista Libertà non aveva però superato la soglia nazionale alle europee del 2024, ma nel 2026 il movimento è tornato centrale nella partita siciliana. A giugno, una ricerca SWG (società italiana di ricerche demoscopiche) ha poi attribuito a Sud chiama Nord un peso intorno al 12%, rafforzando l’idea di una forza potenzialmente decisiva tra centrodestra e campo largo. Il quadro normativo resta quello della legge n. 28/2000 sulla par condicio, cioè la parità di accesso ai mezzi di informazione, del regolamento AGCOM (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni) n. 256/10/CSP sui sondaggi e della legge regionale n. 29/1951, modificata anche dalla legge regionale n. 7/2005, che disciplina l’elezione diretta del Presidente e dell’ARS (Assemblea regionale siciliana), oggi composta da 70 deputati, con soglia di sbarramento del 5% per le liste. Il commento finale è che la Sicilia sembra entrare in una fase tripolare e mobile, nella quale il consenso personale, le liste civiche, l’astensione e la credibilità amministrativa possono pesare più degli schieramenti classici.

Articolo
La politica siciliana si avvicina alla prossima stagione regionale con uno scenario meno lineare rispetto al passato. Il sondaggio Keix, rilanciato nel giugno 2026 e riferito a una rilevazione svolta tra il 7 e il 10 maggio nei comuni al voto con più di 20.000 abitanti, fotografa un clima di forte insoddisfazione verso la classe dirigente isolana. Il giudizio medio di 4,8 su 10 indica una bocciatura trasversale, che non riguarda soltanto il governo uscente, ma investe l’intero sistema dei partiti.

Il dato più significativo riguarda la corsa alla Presidenza della Regione Siciliana. In questa simulazione, Ismaele La Vardera, leader di Controcorrente, si collocherebbe in testa con una stima tra il 23% e il 25%. Alle sue spalle arriverebbe Cateno De Luca, fondatore di Sud chiama Nord, indicato tra il 18% e il 20%. Il presidente uscente Schifani seguirebbe al terzo posto, con una fascia compresa tra il 16% e il 18%. La fotografia non assegna una vittoria certa, ma mostra una tendenza politica precisa: i profili percepiti come più esterni agli apparati tradizionali sembrano intercettare una parte consistente dell’elettorato.

Dietro il primo gruppo, il sondaggio colloca Di Paola, coordinatore regionale del M5S e vicepresidente dell’ARS, tra il 9% e l’11%. Nella fascia successiva compaiono Mannino, segretario regionale della CGIL (Confederazione Generale Italiana del Lavoro), Antoci, eurodeputato pentastellato, e Mulè, esponente di Forza Italia e vicepresidente della Camera, tutti tra il 5% e il 6%. Più in basso si trovano Cracolici, parlamentare del PD (Partito Democratico) e presidente della Commissione regionale antimafia, e Galvagno, presidente dell’Assemblea, entrambi tra il 3% e il 4%.
La vicenda giudiziaria che ha coinvolto Galvagno Galvagno presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana (ARS) ed esponente di spicco di Fratelli d’Italia, con l’accusa di peculato ha inciso sulla sua esposizione pubblica e sulla percezione politica del suo ruolo. Come sempre in questi casi, resta fermo il principio costituzionale della presunzione di innocenza fino a eventuale condanna definitiva. Sul piano politico, però, le indagini possono produrre effetti immediati sull’immagine, soprattutto quando riguardano figure istituzionali di primo piano.
La parte della rilevazione dedicata ai partiti racconta un altro elemento decisivo: prima ancora dei simboli, vince l’astensione. Il 39% degli aventi diritto, secondo il sondaggio, non andrebbe a votare alle prossime regionali. È un dato che pesa più di qualsiasi forza politica, perché segnala una distanza profonda tra cittadini e rappresentanza. In una competizione regionale, dove preferenze, liste territoriali e candidati locali possono spostare molti voti, un simile livello di disaffezione rende ogni previsione più fragile.
Guardando ai soli simboli, Controcorrente risulterebbe il primo movimento, con una forchetta tra il 22% e il 24%. Forza Italia sarebbe tra il 14% e il 16%, il M5S tra il 13% e il 15%, Fratelli d’Italia tra il 9% e l’11%, il PD tra l’8% e il 10% e Sud chiama Nord tra il 7% e il 9%. Più indietro, tra il 3% e il 4%, si collocherebbero Azione, MPA (Movimento per l’Autonomia) e Lega, quindi UDC (Unione di Centro) e DC (Democrazia Cristiana) tra il 2% e il 3%, mentre AVS (Alleanza Verdi e Sinistra), Italia Viva e +Europa sarebbero tra l’1% e il 2%.
Questi numeri vanno letti con cautela. Un sondaggio non è un risultato elettorale, ma una fotografia momentanea. Inoltre, in Sicilia il voto d’opinione può essere modificato dalla presenza di candidati forti nelle singole liste, dai grandi (annosi feudatari) portatori di preferenze (pacchetti di voti), dagli amministratori locali e dagli equilibri territoriali. Per questo una rilevazione sui simboli può indicare una tendenza, ma non basta da sola a prevedere la composizione futura dell’ARS.
La cronologia degli ultimi anni aiuta a comprendere l’attuale fluidità di ScN. Nel 2022 Sud chiama Nord aveva già sorpreso alle regionali, imponendosi come forza civica e autonomista capace di competere con partiti nazionali più strutturati. Nel 2023 De Luca venne eletto sindaco di Taormina con una larga maggioranza, rafforzando la sua immagine di amministratore combattivo e radicato. Nel 2024 la lista Libertà, costruita come progetto federativo per le elezioni europee, non superò la soglia nazionale del 4%, ma confermò la capacità del leader siciliano di attirare attenzione e consenso nell’Isola.
Il passaggio amministrativo del 2026 ha rafforzato il quadro. A Messina, Federico Basile di ScN è stato rieletto sindaco al primo turno con il 58,42%, mentre il candidato del centrodestra Scurria si è fermato al 26,9% e la candidata sostenuta da centrosinistra, M5S e Controcorrente, Russo, al 12,22%. L’affluenza è stata del 61,93%, superiore a quella della precedente tornata comunale. Il risultato ha confermato la città dello Stretto come roccaforte del sistema politico costruito negli anni da De Luca.
La vittoria messinese non è soltanto un dato locale. Basile era sostenuto da un ampio schieramento civico, con numerose liste riconducibili all’area deluchiana. Questo dimostra una capacità organizzativa che va oltre il carisma del fondatore e si traduce in consenso amministrativo, candidati, preferenze e presidio del territorio. In una regione dove la politica si costruisce spesso comune per comune, questo è un vantaggio non secondario.
A giugno, la ricerca SWG ha aggiunto un ulteriore elemento. Sud chiama Nord è stato indicato intorno al 12%, come possibile terza forza e ago della bilancia tra centrodestra e campo largo. Nella stessa rilevazione, Cateno De Luca risultava tra i profili più riconosciuti e percepiti come capaci di affrontare le criticità siciliane. Il dato è diverso da quello Keix, ma non necessariamente contraddittorio, poiché misura scenari, campioni e domande differenti. Il punto comune è che il movimento resta politicamente rilevante e può condizionare le alleanze.
Il centrodestra, pur restando competitivo, appare meno compatto di quanto suggerirebbe la sua forza nazionale. Fratelli d’Italia conserva un ruolo importante, Forza Italia resta molto radicata nell’Isola e le componenti autonomiste mantengono un peso territoriale. Tuttavia, il voto di Messina ha mostrato che i simboli tradizionali non bastano quando si confrontano con una macchina civica organizzata e con un candidato amministrativamente riconoscibile.
Il campo progressista vive una difficoltà diversa. Il rapporto tra PD, M5S, Controcorrente e altre forze civiche resta complesso, perché il tema non è solo l’alleanza, ma la leadership. La Vardera, secondo il sondaggio Keix, avrebbe un potenziale personale superiore a quello dei partiti tradizionali del centrosinistra. Questo lo rende un possibile federatore, ma anche un interlocutore difficile per gli apparati. La discussione sulle primarie, infatti, può diventare un passaggio di apertura democratica oppure un terreno di scontro interno.
Le dichiarazioni politiche recenti confermano questa tensione. Cateno De Luca rivendica autonomia e chiede che le coalizioni si confrontino sui programmi, non soltanto sulle formule. La Vardera, dal canto suo, ha più volte segnalato diffidenza verso percorsi costruiti dall’alto e rivendica il profilo di un movimento alternativo ai vecchi equilibri. Entrambi, pur con storie e linguaggi diversi, intercettano una domanda di rottura rispetto ai partiti tradizionali. Il nodo vero sarà capire se questa spinta potrà diventare Governo. Il consenso personale è una risorsa, ma non basta. Servono liste solide in tutte le province, candidati credibili, una proposta amministrativa coerente, capacità di dialogo con mondi sociali diversi e una linea chiara su sanità, rifiuti, infrastrutture, trasporti, acqua, lavoro, fondi europei e Pubblica amministrazione. Senza questo salto, anche un buon sondaggio può restare una fiammata.
Il sistema elettorale siciliano si fonda sulla legge regionale n. 29/1951 e sulle successive modifiche, tra cui la legge regionale n. 7/2005. Il Presidente della Regione è eletto direttamente dai cittadini, insieme ai deputati dell’ARS, oggi 70. Le liste devono superare la soglia regionale del 5% per accedere alla ripartizione dei seggi. Questo significa che alcune forze stimate tra il 3% e il 4% rischierebbero di restare fuori dall’Assemblea se non riuscissero a crescere o a costruire aggregazioni più larghe.
Il commento conclusivo appare che la Sicilia sembra sempre meno riconducibile a un duello classico tra centrodestra e centrosinistra. L’astensione, il peso delle liste civiche, la crescita di figure antisistema e il radicamento di leadership personali stanno aprendo una competizione più mobile. Ismaele La Vardera emerge come sorpresa nei sondaggi, Cateno De Luca conferma una macchina territoriale già sperimentata e l’attuale presidente della Regione, Renoto Schifani di Forza Italia, resta il riferimento istituzionale del centrodestra. La partita, però, non è chiusa: sarà decisa dalla capacità di trasformare notorietà, protesta e consenso locale in un progetto regionale credibile.
Immagine parzialmente realizzata con Ia.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









