Nel dialogo con Paolo Valentino, il filosofo francese trasforma il tema del festival in una riflessione sul destino dell’Occidente, tra crisi della politica, guerre e smarrimento collettivo
TAORMINA – Non è stata una semplice conversazione culturale. Non una presentazione di idee né una lezione accademica. Sul palco di Taobuk, nel dialogo con il giornalista del Corriere della Sera Paolo Valentino, Bernard-Henri Lévy ha trasformato il tema della fiducia in una questione politica, civile e perfino esistenziale.

Lo ha fatto con il linguaggio diretto che da sempre contraddistingue uno degli intellettuali più influenti e controversi del panorama europeo, capace di attraversare filosofia, giornalismo, letteratura e impegno civile senza mai rinunciare a prendere posizione.

L’incontro ha assunto spesso il tono di una riflessione sul nostro tempo, sulle fragilità delle democrazie occidentali e sulla crisi di quei riferimenti che per decenni hanno rappresentato punti fermi della convivenza civile.

Nel corso del dialogo, Paolo Valentino ha evocato un ricordo personale risalente alla Bologna del 1977, negli anni attraversati dalle contestazioni studentesche e dall’attivismo dell’estrema sinistra. Da quella memoria è nata una riflessione che Lévy ha proiettato sul presente, tracciando un parallelo tra le inquietudini di allora e le fragilità del nostro tempo.
Secondo il filosofo francese, infatti, l’estrema sinistra di oggi presenta aspetti persino più inquietanti rispetto a quella degli anni Settanta.
«La tentazione della violenza esisteva allora e continua a esistere», ha osservato, ma ciò che distingue il presente è un elemento ulteriore: il nichilismo.
Se la contestazione di quegli anni era alimentata da ideali, speranze e prospettive di cambiamento, oggi – secondo Lévy – molte forme di radicalismo sembrano muoversi senza una visione del futuro, prive di fiducia e alimentate soprattutto da passioni negative.
Una riflessione che ha suscitato attenzione nella platea, perché capace di andare oltre le tradizionali categorie politiche per interrogare il senso stesso dell’impegno pubblico contemporaneo.
Non meno incisivo il passaggio dedicato allo scenario internazionale.
Alla domanda sulla possibilità di continuare ad affidarsi alla leadership di Donald Trump, Lévy ha espresso una posizione nettamente critica.
Il filosofo ha parlato di comportamenti che giudica preoccupanti nei confronti degli alleati storici degli Stati Uniti e ha manifestato inquietudine per alcune dichiarazioni e atteggiamenti che, a suo avviso, rischiano di indebolire i valori su cui si è costruita l’alleanza occidentale.
Nel suo ragionamento sono entrati la guerra, la questione iraniana e il rapporto tra interessi economici e principi democratici.
Ma il cuore del confronto è arrivato nella parte finale dell’incontro, quando Valentino ha richiamato una celebre intuizione letteraria, chiedendo se la fiducia possa ancora rappresentare una via d’uscita per una società attraversata da conflitti, paure e divisioni.
La risposta di Lévy è stata netta.
«Il seme della società è la fiducia. Senza fiducia non c’è più mondo».
Una frase che ha condensato il senso profondo dell’intero dialogo.
Per il filosofo francese la crisi contemporanea non nasce soltanto dalle guerre o dagli squilibri geopolitici. Nasce soprattutto dall’erosione della fiducia reciproca: tra cittadini e istituzioni, tra popoli e governi, tra individui sempre più chiusi in una dimensione di sospetto e frammentazione.
Da qui il messaggio conclusivo che ha lasciato il segno nella serata taorminese.
«O fiducia o barbarie».
Una formula che richiama idealmente il celebre motto politico del Novecento, ma che Lévy rilegge alla luce delle sfide del presente.
Non un semplice slogan, ma un avvertimento.
Perché, in un tempo segnato da guerre, polarizzazioni e crisi delle leadership, la fiducia non appare più come un sentimento privato o una virtù individuale. Diventa una condizione necessaria per la sopravvivenza stessa delle società democratiche.
Ed è forse proprio questa la riflessione che il pubblico di Taobuk ha portato con sé al termine dell’incontro: l’idea che la fiducia non sia un bene acquisito una volta per tutte, ma una costruzione fragile da difendere ogni giorno.
Mariella Musso©Tutti i diritti riservati
Vice direttrice di Mediterranea24, giornalista pubblicista. Docente di Musica e di Sostegno nella scuola pubblica e docente a contratto presso l’Università degli Studi di Palermo per la formazione degli insegnanti specializzandi sul sostegno. Laureata in Psicologia Comportamentale e Cognitiva Applicata, con una solida formazione accademica in ambito musicale e tecnologico. Coreografa e professionista della danza, ha maturato una lunga esperienza nella didattica artistica e coreutica. Ha lavorato come corrispondente e giornalista televisiva per la TV regionale, curando servizi e approfondimenti per Futura Production su Messina e la Costa Ionica. Scrittrice, è autrice del romanzo contemporaneo Ghost Love – Tra noi niente eppure tutto. Si occupa di cultura, educazione, inclusione e territorio.









