Sicilia. Nonostante crescano fondi e lavoro i giovani continuano a emigrare a Milano, Bologna, Genova …

Dal 2019 al 2026 il Mezzogiorno ha perso oltre 313mila residenti tra 18 e 35 anni, mentre il Nord continua ad attrarre giovani, laureati, competenze e profili manageriali. Nell’Isola la sfiducia pesa quanto la carenza di occupazione: carriera, merito, clientelismo, servizi e credibilità della politica e delle istituzioni restano l’annoso nodo siciliano

Sintesi

Dal 2019 al 2026 la popolazione tra 18 e 35 anni residente nel Mezzogiorno è diminuita del 7,6%, passando da oltre 4,1 milioni a circa 3,8 milioni di persone, mentre il Nord è cresciuto del 4,8% e ha guadagnato quasi 240mila giovani. Le province più attrattive sono soprattutto nel Centro-Nord, mentre le perdite più forti colpiscono aree meridionali come Sud Sardegna, Isernia, Oristano, Crotone, Potenza e Reggio Calabria. La fuga riguarda sempre più i profili qualificati, perché dal 2002 al 2024 quasi 350mila laureati under 35 (sotto i 35 anni) hanno lasciato il Mezzogiorno verso il Centro-Nord e la quota dei laureati tra i giovani in partenza è salita fino a circa il 60%. In Sicilia il disagio emerge anche dal sondaggio su 1.150 giovani tra 18 e 40 anni, secondo cui il 73% pensa spesso o sempre che nulla cambierà e l’81% non prevede miglioramenti nei prossimi 10 anni. Il presidente della Regione Renato Schifani invita a non considerare l’Isola condannata a perdere talenti e richiama investimenti, infrastrutture e sostegno alle imprese, mentre l’Opposizione, con Michele Catanzaro del Partito Democratico, attribuisce al Governo regionale l’incapacità di programmare. Nonostante PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza), ZES (Zona economica speciale), Resto al Sud, decontribuzione e incentivi regionali, il problema resta strutturale: non basta creare misure se lavoro qualificato, salari, concorsi, servizi, trasparenza, mobilità sociale e fiducia pubblica non rendono il restare una scelta libera, dignitosa e competitiva. In Sicilia i giovani vedono il merito soffocato da caste vecchie e nuove, da logiche di potere passato e tutt’ottora assoggettante e senza distinzione di età, estrazione, titolo e genere.

Articolo

C’è chi parte per frequentare l’università e poi non rientra più. C’è chi lascia il Comune d’origine per un contratto, una specializzazione, un percorso professionale più coerente con gli studi o soltanto per cercare altrove una possibilità che nel proprio territorio appare meno raggiungibile. Sommate anno dopo anno, queste decisioni personali stanno modificando la geografia sociale del Paese e stanno rendendo il Mezzogiorno sempre più povero di giovani, energie, competenze e ricambio generazionale.

Il dato più recente fotografa una frattura netta. Dal 2019 al 2026 i residenti tra 18 e 35 anni nelle regioni meridionali sono diminuiti del 7,6%, scendendo da oltre 4,1 milioni a circa 3,8 milioni. Nello stesso periodo il Nord è cresciuto del 4,8%, passando da 4,95 a 5,19 milioni e guadagnando quasi 240mila giovani. Il Centro è rimasto sostanzialmente stabile. Il divario economico e sociale tra le aree del Paese continua quindi ad alimentare le migrazioni interne e rafforza le regioni già più dinamiche.

La mappa provinciale mostra con chiarezza questa polarizzazione. Le crescite più consistenti della popolazione giovanile si registrano a Gorizia, Genova, Bologna, Pavia e Reggio Emilia, seguite da Modena, Monza e Brianza, Milano e Bergamo (anche Roma). Si tratta di territori sostenuti da mercati del lavoro più robusti, università attrattive, manifattura più solida e reti professionali più accessibili. Sul versante opposto, le contrazioni maggiori riguardano quasi sempre il Sud e le Isole, con cali particolarmente forti nel Sud Sardegna, a Isernia, Oristano, Crotone, Potenza e Reggio Calabria.

Il fenomeno non è soltanto numerico. A lasciare il Mezzogiorno sono sempre più spesso giovani con titoli di studio elevati persino ceo (dirigente di un’azienda, noto in Italia come amministratore delegato). Secondo il rapporto SVIMEZ (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) “Un Paese, due emigrazioni”, dal 2002 al 2024 quasi 350mila laureati under 35 (sotto i 35 anni) si sono trasferiti dal Sud al Centro-Nord, con una perdita netta di circa 270mila unità al netto dei rientri. La quota dei laureati tra i migranti meridionali tra 25 e 34 anni, che all’inizio degli anni Duemila era intorno al 20%, nel 2024 arriva a circa il 60%. La laurea, invece di diventare uno strumento per restare e innovare il territorio, diventa spesso il mezzo più efficace per andare via.

Nel solo 2024, sempre secondo la stessa analisi, 23mila giovani qualificati del Mezzogiorno si sono spostati verso il Centro-Nord e più di 8mila hanno scelto l’estero. La perdita netta annuale di laureati meridionali, sommando mobilità interna e internazionale, è stata di 24mila persone. Il costo non è soltanto umano, ma anche economico, perché l’investimento pubblico sostenuto per formare questi giovani produce poi valore in regioni o Paesi diversi da quelli di origine.

La Sicilia rientra pienamente in questa dinamica. L’Isola non perde soltanto studenti e lavoratori, ma anche fiducia. Il sondaggio realizzato da Ora!, movimento fondato dall’economista Michele Boldrin e dall’imprenditore Alberto Forchielli, ha coinvolto 1.150 siciliani tra 18 e 40 anni e ha restituito un quadro severo: il 73% degli intervistati pensa spesso o sempre che le cose non cambieranno mai e l’81% non si attende miglioramenti nei prossimi 10 anni. Alla domanda sulle ragioni che spingono a partire, la risposta più frequente non riguarda la mancanza assoluta di lavoro, ma l’assenza di prospettive di carriera, indicata dal 53% dei partecipanti. Seguono il mancato riconoscimento del merito e il clientelismo.

Questi dati aiutano a comprendere perché i giovani continuino ad andare via anche in presenza di investimenti pubblici, misure per l’occupazione e incentivi alle imprese. Il problema, infatti, non è solo la quantità di risorse stanziate, ma la qualità del sistema nel quale quelle risorse ricadono. Quando l’accesso al lavoro, alla crescita professionale, agli incarichi, alla politica, agli enti e alle imprese, appare condizionato da appartenenze, relazioni, fedeltà, cordate o protezioni e notoriamente quanto dissimulato anche mercimonio, la scelta di partire diventa per molti una forma di autodifesa e non soltanto una ricerca di reddito.

In Sicilia questa percezione si intreccia con una critica più ampia al sistema pubblico, politico, istituzionale e professionale. Molti giovani avvertono la presenza di caste, corporazioni, ordini, raccomandazioni e chiusure sociali che riducono lo spazio del merito e rendono fragile la promessa democratica di una società fondata su diritti, competenze e pari opportunità. A rendere ancora più amaro il quadro è la palpabile percezione che anche le nuove presenze giovanili e femminili nella politica e nelle istituzioni finiscano talvolta per riprodurre linguaggi, metodi e posture del passato, anziché aprire davvero varchi di cambiamento.

Dopo la diffusione del sondaggio, il presidente della Regione Siciliana Renato Schifani ha rivolto un appello alle nuove generazioni, sostenendo che l’Isola non sia condannata a perdere i propri talenti e che il futuro possa essere costruito anche in Sicilia. Schifani ha richiamato investimenti, infrastrutture, sostegno alle imprese, nuove opportunità e maggiore capacità di attrazione, aggiungendo che la politica deve interrogarsi e agire quando un giovane pensa di poter migliorare la propria vita altrove più che nella propria terra.

La reazione dell’Opposizione è stata dura. Michele Catanzaro, capogruppo del PD all’ARS, ha definito quelle parole insufficienti e ha attribuito la sfiducia giovanile alla responsabilità di chi governa la Regione. Secondo questa lettura, il centrodestra e il governo regionale non avrebbero saputo programmare e si sarebbero limitati a interventi improvvisati. Catanzaro ha rivendicato le proposte del proprio gruppo parlamentare per contrastare l’emigrazione giovanile, sostenere i neolaureati, rafforzare l’occupazione e valorizzare i talenti ad alta specializzazione.

Accanto alla fuga dei giovani, esiste poi una migrazione interna di classe dirigente economica. I dati richiamati da InfoCamere indicano che quasi 200mila persone nate nel Sud ricoprono ruoli di governo aziendale nel Centro-Nord. Di queste, 123mila operano nelle imprese settentrionali e 75mila in quelle del Centro. La Lombardia da sola attrae circa 67mila manager originari del Mezzogiorno. La Campania è la prima regione di provenienza, seguita dalla Sicilia e dalla Puglia. Questo significa che una parte consistente della capacità amministrativa e imprenditoriale nata nel Sud trova fuori dal Sud le condizioni per crescere e assumere responsabilità.

Il paradosso è che, mentre molti meridionali guidano imprese altrove, il Mezzogiorno attrae pochi amministratori nati fuori. In Sicilia, in particolare, resta molto alta la quota di amministratori nati e rimasti nella stessa regione. Questo può indicare radicamento e conoscenza del territorio, ma può anche segnalare scarsa apertura a competenze esterne, innovazione manageriale e contaminazione professionale. Quando un sistema trattiene soprattutto chi è già interno alle sue reti e perde chi cerca spazi più aperti, il rischio è quello di una società bloccata, meno competitiva e meno capace di attrarre ritorni. Il dubbio che possano essere posizioni ereditate da altrettanti genitori, parenti, referenti e altro.

Un paradosso è che negli ultimi anni il Sud ha mostrato segnali economici positivi. Il rapporto SVIMEZ 2025 evidenzia che tra il 2021 e il 2024 il PIL del Mezzogiorno è cresciuto dell’8,5%, più del Centro-Nord, fermo al 5,8%. Nello stesso periodo sono stati creati quasi 500mila posti di lavoro nel Sud, anche grazie alla spinta del PNRR e degli investimenti pubblici. Tuttavia, nello stesso triennio 175mila giovani hanno lasciato le regioni meridionali. La crescita, dunque, esiste, ma non si traduce automaticamente in lavoro qualificato, salari adeguati, qualità della vita e fiducia nel futuro.

La contraddizione è ancora più evidente se si guarda agli incentivi. Resto al Sud, gestito da Invitalia, ha finanziato al 1 aprile 2026 19.848 progetti, con 851 milioni di euro di agevolazioni nette concesse e 64.500 posti di lavoro creati. Resto al Sud 2.0, introdotto per promuovere nuove attività di autoimpiego, impresa e libera professione, si rivolge ai giovani sotto i 35 anni inattivi, inoccupati, disoccupati o destinatari del programma GOL (Garanzia di occupabilità dei lavoratori). La ZES unica per il Mezzogiorno, prevista dal decreto-legge 124/2023, punta a concentrare benefici e semplificazioni nelle regioni meridionali. La decontribuzione Sud, nata con il decreto-legge 104/2020 e disciplinata dalla legge 178/2020, riduce il costo previdenziale del lavoro per i datori privati con sede nelle regioni meridionali. La legge di bilancio 2025 ha poi rimodulato la misura per PMI (piccole e medie imprese) e microimprese, con percentuali decrescenti fino al 2029.

Anche la Regione Siciliana ha messo in campo interventi specifici. Nel 2026 sono stati annunciati 600 milioni di euro nel triennio per sostenere assunzioni a tempo indeterminato e sono state avviate misure per il South working (lavoro agile svolto dal Sud per aziende anche esterne al territorio), con contributi destinati a favorire la permanenza o il rientro di lavoratori siciliani. Sono strumenti rilevanti, ma non bastano da soli se finiscono per alimentare soprattutto autoimpiego fragile, microattività poco remunerative o occupazione non coerente con le competenze dei giovani più formati.

Il punto decisivo, quindi, non è contrapporre chi parte e chi resta. Partire può essere una scelta di crescita, apertura e libertà. Il problema nasce quando partire diventa l’unica strada ragionevole per lavorare, essere pagati in modo dignitoso, fare carriera, ottenere riconoscimento, non dipendere da padrini e appartenenze, costruire una famiglia o semplicemente sentirsi rispettati. In quel caso la mobilità non è più un’opportunità, ma il sintomo di una sconfitta collettiva.

Sul piano delle norme, il principio resta chiaro. L’articolo 97 della Costituzione impone alla Pubblica amministrazione imparzialità, buon andamento e accesso agli impieghi mediante concorso, salvo eccezioni previste dalla legge. Anche la giurisprudenza costituzionale recente ha ribadito che la valorizzazione di esperienze pregresse può essere ammessa solo entro limiti di ragionevolezza e nel rispetto del buon andamento della Pubblica amministrazione. Ma se concorsi, nomine, incarichi, partecipate, consulenze e procedure, Giustizia, Sanità, Regione, Città metropolitane, Comuni, Enti Partecipate, azienda pubbliche in house o in economia oppure miste, vengono percepiti come poco trasparenti o troppo esposti a relazioni di potere, la fiducia dei giovani crolla prima ancora dell’offerta occupazionale. Negli occasionali innumerevoli eventi promossi con i contributi pubblici (ora anche i Fit), si sciorinano sermoni, prediche, avvertimenti, potenziali soluzioni, i giovani ma in genere tutti notoriamente annuiscono ma non credono.

Il commento finale è che il Mezzogiorno e la Sicilia non possono più permettersi di raccontare la fuga giovanile come un destino naturale o come una colpa dei singoli. Non basta chiedere ai giovani di credere nella propria terra se quella stessa terra non dimostra di credere davvero nel loro merito. Non bastano slogan, bandi, bonus e retorica dell’identità se il sistema continua a premiare fedeltà, appartenenza, allineamento e mediocrità organizzata più di competenza, autonomia e responsabilità. Una regione del 21° secolo che si definisce democratica, repubblicana e fondata sul diritto deve misurarsi sui fatti: accesso pulito alle opportunità, servizi funzionanti, salari competitivi, pubblica amministrazione credibile, imprese aperte, politica meno autoreferenziale e istituzioni capaci di ascoltare senza trasformare ogni critica in fastidio. Solo così restare potrà diventare una scelta libera, tornare una possibilità concreta e arrivare in Sicilia una prospettiva credibile.

Immagine realizzata con Ia.