Sintesi
Le tensioni nel Golfo Persico e il blocco dello Stretto di Hormuz generano effetti rilevanti sull’economia italiana con differenze marcate tra Centro-Nord e Mezzogiorno. La Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) analizza gli scenari per 2026 e 2027 distinguendo tra conflitto breve e prolungato. L’impatto sul PIL risulta più intenso al Nord per la maggiore esposizione industriale, mentre al Sud pesano soprattutto inflazione e contrazione dei consumi. L’aumento dei prezzi energetici e dei beni intermedi si trasmette all’intero sistema economico. Nel medio periodo il Mezzogiorno mostra una maggiore persistenza degli effetti negativi con ricadute dirette sulla domanda interna.

Articolo
Le recenti tensioni geopolitiche nell’area del Golfo Persico e il parziale blocco dello Stretto di Hormuz, corridoio cruciale per il passaggio di una quota significativa delle forniture energetiche globali, stanno determinando conseguenze rilevanti sull’economia internazionale e riflessi concreti anche sul sistema produttivo italiano. L’analisi più aggiornata diffusa dalla SVIMEZ (Associazione per lo Sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) mette in evidenza una trasmissione complessa dello shock, che non si limita all’aumento dei costi dell’energia ma si estende ai prezzi dei beni intermedi e finali, incidendo in modo differenziato tra le aree del Paese.

Nel 2026, secondo le stime elaborate, il Centro-Nord subisce un impatto più marcato sul PIL (Prodotto interno lordo) a causa della maggiore intensità manifatturiera e della forte dipendenza dai fattori produttivi energetici. In uno scenario di crisi contenuta entro 3 mesi, la contrazione stimata si attesta a -0,3% nell’area settentrionale contro -0,1% nel Mezzogiorno, mentre in un’ipotesi più severa con durata di almeno 6 mesi il calo raggiunge -0,6% al Nord e -0,2% al Sud. Tale divario deriva dalla più elevata esposizione dell’apparato industriale settentrionale agli aumenti dei prezzi del petrolio e dei beni intermedi importati.

L’inflazione (aumento generalizzato dei prezzi) mostra invece una dinamica più uniforme ma comunque differenziata. Nello scenario favorevole si registra un incremento dello 0,8% nel Centro-Nord e dello 0,7% nel Mezzogiorno, mentre nello scenario avverso si sale rispettivamente a +1,7% e +1,5%, con un picco nazionale pari a +1,7%. L’aumento dei prezzi energetici e le interruzioni delle catene di approvvigionamento globali (supply chain, catene di fornitura) si riflettono direttamente sui beni di consumo, comprimendo il potere d’acquisto delle famiglie.
È proprio sul versante dei consumi che emerge la maggiore fragilità del Mezzogiorno. Già nello scenario di breve durata, la crescita del reddito reale disponibile viene sostanzialmente annullata dall’inflazione. La riduzione della spesa familiare si attesta a -0,1% nel Centro-Nord e -0,3% al Sud, mentre nello scenario più critico si passa rispettivamente a -0,2% e -0,5%. La maggiore esposizione delle famiglie meridionali agli shock inflattivi è legata a livelli di reddito mediamente inferiori e a un peso più elevato dei consumi essenziali, come energia e beni primari, sul totale della spesa.
Nel 2027 gli effetti dello shock tendono a persistere soprattutto nel Mezzogiorno, dove la rigidità dei prezzi e una struttura economica caratterizzata da minore produttività oraria e maggiore frammentazione nei servizi rallentano il riassorbimento dell’inflazione. La contrazione dei consumi raggiunge quasi -0,5% al Sud contro circa -0,2% al Centro-Nord nello scenario favorevole, mentre in caso di conflitto prolungato si arriva a -0,9% nel Mezzogiorno rispetto a -0,7% nelle regioni settentrionali. Questa dinamica incide direttamente sulla crescita economica dell’area meridionale. Poiché i consumi delle famiglie rappresentano una componente predominante della domanda aggregata (somma complessiva di beni e servizi richiesti in un’economia), il loro calo si traduce in una riduzione del PIL fino a -0,4% nello scenario più negativo. Al contrario, nel Centro-Nord la flessione dei consumi viene compensata dalla ripresa di altre componenti, in particolare dall’attività industriale, determinando un effetto complessivo sostanzialmente neutro sulla crescita. L’analisi della SVIMEZ conferma quindi una struttura economica italiana fortemente duale, in cui gli shock esterni si propagano in modo asimmetrico, amplificando le differenze territoriali.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









