Sicilia. Sindaci insistono sul terzo mandato: conflitto legge regionale e pronuncia Consulta. L’Anci lo aveva detto

Dopo la bocciatura all’Ars e la sentenza della Corte costituzionale, cresce il conflitto istituzionale tra autonomia regionale e uniformità nazionale sul diritto di eleggibilità

Sintesi

La bocciatura del ddl (disegno di legge) sugli enti locali all’Ars il 17 febbraio 2026 ha impedito l’introduzione del terzo mandato nei piccoli comuni, mantenendo in Sicilia limiti più restrittivi rispetto al resto d’Italia. La sentenza n. 16 del 19 febbraio 2026 della Corte costituzionale ha riaffermato il principio di uniformità nazionale sull’elettorato passivo, ridimensionando l’autonomia regionale. L’Anci Sicilia aveva chiesto un intervento urgente per allineare la normativa regionale al quadro statale ed evitare contenziosi. Alcuni sindaci hanno deciso di candidarsi comunque per il terzo mandato, aprendo un conflitto istituzionale e giuridico destinato a trasferirsi nei tribunali. Il dibattito coinvolge politica regionale, Governo nazionale e giurisprudenza, con effetti potenziali sulle elezioni imminenti e su quelle del 2027.

Articolo

Il 17 febbraio 2026 rappresenta il punto di rottura nel percorso di riforma degli Enti locali in Sicilia. In quella data l’Ars (Assemblea Regionale Siciliana) ha respinto, con voto segreto, l’articolo centrale del ddl (disegno di legge) che avrebbe introdotto il terzo mandato consecutivo per i sindaci dei comuni fino a 15000 abitanti. Il risultato numerico, 34 favorevoli e 24 contrari, ha evidenziato divisioni interne alla Maggioranza, con il peso determinante dei cosiddetti franchi tiratori. Nella stessa seduta è stata bocciata anche la figura del consigliere comunale supplente, mentre l’intero impianto della riforma è stato progressivamente smantellato, lasciando in piedi soltanto la norma sulle quote di genere, che impone una presenza minima del 40% di donne nelle giunte comunali.

Il contesto politico in cui si è consumata la bocciatura è stato caratterizzato da tensioni crescenti tra i gruppi parlamentari. Esponenti della Lega hanno sollecitato verifiche sulla tenuta della Maggioranza, mentre rappresentanti di Fratelli d’Italia (FdI, Fratelli d’Italia) e di altre forze politiche hanno ammesso criticità nella gestione dei lavori d’Aula. Il presidente dell’Ars ha sintetizzato l’esito con un’immagine drastica, parlando di “macerie”, a indicare il fallimento complessivo del progetto di riordino.

Due giorni dopo, il 19 febbraio 2026, è intervenuta la Corte costituzionale con la sentenza n. 16, destinata a incidere profondamente sul quadro normativo. La pronuncia ha dichiarato illegittime alcune disposizioni della Regione Valle d’Aosta che introducevano limiti alla ricandidabilità nei piccoli comuni e vincoli sulla composizione delle giunte. La Consulta ha ribadito che la disciplina dell’elettorato passivo, cioè il diritto di essere eletti, deve rispettare una cornice nazionale uniforme, richiamando i principi degli articoli 3 e 51 della Costituzione, che garantiscono uguaglianza e parità di accesso alle cariche pubbliche. In questo senso, anche le Regioni a statuto speciale non possono discostarsi arbitrariamente dalla normativa statale, in particolare dal TUEL (Testo Unico degli Enti Locali), che già consente nei piccoli comuni una maggiore libertà di ricandidatura.

Questo orientamento ha rafforzato le posizioni dell’Anci Sicilia (Associazione Nazionale Comuni Italiani), che aveva già anticipato il rischio di un conflitto normativo. Il presidente Paolo Amenta e il segretario generale Mario Emanuele Alvano hanno formalmente chiesto alla Regione un intervento urgente per modificare la legge regionale 7 del 1992, che attualmente prevede limiti più restrittivi, ossia massimo 2 mandati nei comuni tra 5000 e 15000 abitanti e 3 nei centri più piccoli. Secondo l’associazione, tale disciplina determina una compressione del diritto di elettorato passivo e una disparità rispetto al resto del Paese, oltre a esporre le prossime elezioni al rischio di contenziosi e incertezza giuridica.

Nel frattempo, il vuoto normativo e politico ha aperto una fase di iniziativa diretta da parte degli amministratori locali. Alcuni sindaci, giunti al termine del secondo mandato, hanno annunciato la volontà di candidarsi comunque, interpretando la sentenza della Consulta come un superamento implicito dei limiti regionali. Tra questi figurano Leonardo Burgio a Serradifalco, Maria Greco ad Agira e Francesca Draia a Valguarnera, mentre altri amministratori stanno valutando la stessa scelta anche in vista delle elezioni del 2027. La loro posizione si fonda sull’idea che il diritto soggettivo all’eleggibilità non possa essere limitato da una normativa regionale in contrasto con i principi nazionali.

Dal punto di vista giuridico, lo scenario che si prospetta è complesso. È probabile che gli uffici elettorali respingano inizialmente le candidature per il terzo mandato, aprendo la strada a ricorsi. La questione della competenza non è univoca: tradizionalmente interviene il Tar, ma trattandosi di diritto soggettivo all’elettorato passivo potrebbe essere coinvolto anche il Giudice ordinario. Si delinea quindi un doppio binario giudiziario, con effetti potenzialmente rilevanti non solo sui candidati ma anche sulla validità delle liste e degli esiti elettorali.

Parallelamente si muove il livello politico nazionale. Esponenti della Lega hanno avviato interlocuzioni con il Governo per valutare un possibile decreto legge, cioè un atto normativo urgente dell’esecutivo, in grado di armonizzare la disciplina e prevenire il contenzioso. L’ipotesi si fonda sulla necessità di garantire uniformità e certezza del diritto, in linea con quanto indicato dalla Corte costituzionale.

L’intera vicenda si colloca all’incrocio tra autonomia regionale e principi fondamentali dell’ordinamento. Se da un lato lo Statuto speciale della Sicilia attribuisce competenze legislative sugli Enti locali, dall’altro la giurisprudenza costituzionale ha chiarito che tali competenze non possono incidere in modo sproporzionato sui diritti politici fondamentali. Il rischio, evidenziato dagli osservatori e dagli stessi amministratori, è quello di una instabilità istituzionale che potrebbe riflettersi sulle imminenti elezioni e compromettere la continuità amministrativa nei comuni dell’isola.

In questo quadro, la mancata riforma e la successiva pronuncia della Consulta hanno trasformato il tema del terzo mandato in un caso emblematico di conflitto tra livelli di governo. La partita resta aperta e si giocherà contemporaneamente nelle aule parlamentari, nei tribunali e sul piano politico nazionale, con effetti destinati a incidere non solo sul presente ma anche sulle future tornate elettorali.