Trump-Xi, dialogo aperto ma restano i nodi. Iran propone 7 giorni per Hormuz, tensioni anche in Ucraina e Yemen

La visita di Stato del leader cinese consolida il confronto tra Washington e Pechino senza sciogliere le divergenze su commercio, intelligenza artificiale e Taiwan. Teheran presenta agli Usa un piano per lo Stretto di Hormuz. Nuovi sviluppi anche sui fronti ucraino e yemenita

Sintesi

Donald Trump ha celebrato il rapporto con Xi Jinping durante la visita di Stato del presidente cinese a Washington, arrivando a sostenere che i 2 leader, pur rappresentando sistemi diversi, non siano mai andati così d’accordo. Il vertice ha mantenuto aperto il dialogo e ha portato alla proroga della tregua commerciale, ma restano distanze sull’intelligenza artificiale, sull’esportazione dei semiconduttori avanzati e su Taiwan. La visita, dal 23 al 25 settembre, si è svolta mentre a New York era in corso l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il rapporto si stabilizza, senza cancellare la competizione.

Sul fronte iraniano, Teheran ha presentato agli Stati Uniti una proposta che prevede la riapertura dello Stretto di Hormuz entro 7 giorni, collegandola alla ripresa del negoziato sul nucleare e ad altre condizioni politiche e militari. Intanto il Pentagono ha aggiornato a 861 il numero dei militari statunitensi feriti dall’inizio del conflitto, 37 in più rispetto al precedente conteggio. Diplomazia e guerra continuano quindi a procedere parallelamente.

In Yemen, Rashad al-Alimi ha chiamato la popolazione alla mobilitazione a sostegno delle forze governative e ha annunciato un’amnistia per gli appartenenti agli Houthi che abbandoneranno il movimento e le armi. Il governo riconosciuto internazionalmente punta a recuperare le istituzioni statali e, in prospettiva, Sana’a. Si apre così un nuovo passaggio nella guerra interna yemenita.

In Ucraina proseguono gli attacchi e il confronto diplomatico. Kiev ha smentito che Trump abbia chiesto a Volodymyr Zelensky di recarsi a Mosca per incontrare Vladimir Putin, mentre il presidente ucraino ha annunciato il via libera statunitense alla concessione di licenze per produrre missili destinati ai sistemi Patriot. In Russia un attacco con droni ha colpito la zona della raffineria di Ilsky, nel territorio di Krasnodar. Il negoziato resta incerto mentre continua la guerra sul campo.

Articolo

Trump e Xi, il dialogo oltre il cerimoniale

Oggi 26 settembre si è conclusa da poche ore la visita di Stato negli Stati Uniti di Xi Jinping (presidente della Repubblica popolare cinese), arrivato il 23 settembre e rimasto fino a ieri. La scelta di recarsi a Washington proprio nei giorni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York ha dato ulteriore rilievo al confronto con Donald Trump (presidente degli Stati Uniti).

Il momento più solenne è stato la cena di Stato del 24 settembre alla Casa Bianca. Nel brindisi ufficiale Trump ha riconosciuto che Stati Uniti e Cina rappresentano “sistemi diversi”, aggiungendo però che i rapporti personali tra lui e Xi non sarebbero mai stati migliori. La frase è documentata dalla trascrizione dell’intervento presidenziale.

Alla serata hanno preso parte numerosi protagonisti dell’economia e della tecnologia statunitense, tra i quali Elon Musk, Jensen Huang, Tim Cook, Sam Altman, Sundar Pichai e Jeff Bezos. La presenza dei vertici delle maggiori aziende tecnologiche ha sottolineato il peso assunto dall’intelligenza artificiale (AI) nella competizione tra le 2 potenze, ma non ha prodotto, almeno finora, un accordo capace di superare le divergenze strategiche.

Commercio, chip e intelligenza artificiale

Sul piano commerciale Washington e Pechino hanno prorogato di 2 mesi la tregua che limita l’inasprimento reciproco di dazi e altre misure. Reuters riferisce che alcuni ulteriori accordi commerciali dovrebbero essere resi pubblici, mentre la relazione economica resta condizionata soprattutto dall’accesso alle materie prime strategiche e dalle tecnologie avanzate.

Il punto più sensibile continua a riguardare i semiconduttori avanzati, indispensabili per addestrare e utilizzare i modelli più potenti di intelligenza artificiale. L’amministrazione statunitense non ha mostrato l’intenzione di rimuovere i principali controlli sulle esportazioni verso la Cina, considerandoli collegati alla sicurezza nazionale e alle applicazioni militari delle tecnologie più sofisticate.

Il vertice ha quindi consolidato il canale politico senza eliminare la competizione tecnologica. Anche l’ipotesi di forme di cooperazione per ridurre i rischi derivanti dall’intelligenza artificiale resta agli inizi, mentre Washington e Pechino continuano a contendersi investimenti, capacità di calcolo, semiconduttori e sviluppo industriale.

Taiwan resta il dossier più delicato

Un altro nodo è Taiwan. Alla vigilia del vertice Reuters aveva riferito che Xi avrebbe chiesto a Trump di fermare le vendite di armamenti statunitensi all’Isola, richiamando il comunicato congiunto sino-americano del 1982. Washington continua però a sostenere la capacità di autodifesa di Taipei (capitale di Taiwan) e nei giorni precedenti aveva ribadito l’importanza della pace e della stabilità nello Stretto.

Non è quindi emerso un mutamento sostanziale della posizione americana. Il confronto resta aperto sia sulle forniture militari sia sul futuro politico dell’Isola, che Pechino considera parte del proprio territorio e sulla quale non esclude l’uso della forza, mentre Taipei è amministrata autonomamente.

Iran, una proposta per riaprire Hormuz in 7 giorni

Parallelamente al vertice sino-americano si muove il dossier iraniano. Abbas Araghchi (ministro degli Esteri dell’Iran) ha illustrato a New York, a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (ONU), una proposta che prevede un percorso di 7 giorni per riaprire lo Stretto di Hormuz e riavviare il confronto con Washington sul programma nucleare. La proposta era stata trasmessa agli Stati Uniti tramite intermediari e si inserisce nei contatti diplomatici sviluppati proprio durante i lavori dell’ONU.

Lo Stretto di Hormuz rimane uno dei punti più sensibili dell’intero conflitto per la sua importanza nelle rotte energetiche mondiali. Trump nelle scorse settimane aveva persino proposto pubblicamente di ribattezzarlo “Trump Strait”, sostenendo che gli Stati Uniti ne avessero assunto il controllo. Il 2 settembre aveva formulato l’idea su Truth Social e il 10 settembre l’aveva ripetuta durante un appuntamento politico in Texas. Si tratta evidentemente di una denominazione politica utilizzata dal presidente statunitense, non di un cambiamento geografico o giuridico riconosciuto internazionalmente.

Ad agosto e settembre Trump aveva inoltre diffuso immagini nelle quali lo Stretto veniva raffigurato come un “nuovo territorio Usa”. Anche in questo caso non si tratta di un’annessione reale: nessun mutamento della sovranità territoriale risulta riconosciuto sul piano internazionale.

Teheran rivendica la propria posizione

Sul versante iraniano le dichiarazioni continuano ad alternare disponibilità al negoziato e rivendicazioni militari. Kazem Gharibabadi (viceministro degli Esteri iraniano) ha ribadito che Teheran si considera disponibile al dialogo ma non alla resa, mentre rappresentanti dei Guardiani della Rivoluzione continuano a sostenere che l’Iran mantenga una posizione di forza nello Stretto.

La contrapposizione riguarda anche il ruolo europeo. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei ha accusato Europa e NATO di avere partecipato alla guerra contro l’Iran richiamando dichiarazioni del segretario generale dell’Alleanza Atlantica Mark Rutte. La circostanza richiede però una precisazione: Rutte aveva affermato che tra 4.000 e 5.000 voli militari statunitensi erano partiti da basi europee nell’ambito dell’operazione Epic Fury, grazie ad accordi bilaterali con singoli Paesi. Aveva contestualmente precisato che la NATO come organizzazione non partecipava direttamente alle operazioni.

Il bilancio americano sale a 861 feriti

Il costo umano del conflitto per le forze statunitensi è stato intanto aggiornato. Secondo il Defense Casualty Analysis System (sistema ufficiale del Pentagono per il conteggio delle perdite), il numero dei militari americani feriti è salito a 861, dopo l’aggiunta di altri 37 casi, 29 appartenenti alla Marina e 8 ai Marines.

Non risulta che tutti i 37 siano stati feriti negli ultimi giorni. Il Pentagono non ha infatti spiegato quando o in quali circostanze siano avvenuti i singoli episodi e in passato alcune lesioni, soprattutto traumi e commozioni cerebrali, sono state registrate con ritardo. Il dato rappresenta quindi un aggiornamento amministrativo del bilancio complessivo, non necessariamente 37 nuovi feriti verificatisi nell’ultima settimana.

Yemen, al-Alimi chiama alla mobilitazione

Oggi 26 settembre arriva anche un nuovo sviluppo dallo Yemen. Rashad al-Alimi (presidente del Consiglio di leadership presidenziale, organo alla guida del governo yemenita riconosciuto internazionalmente) ha invitato la popolazione alla mobilitazione generale e all’arruolamento nelle forze armate e di sicurezza attraverso i canali ufficiali.

Il discorso è stato pronunciato in occasione del 64° anniversario della Rivoluzione del 26 settembre del 1962. Al-Alimi ha indicato come obiettivo il ripristino delle istituzioni dello Stato e della sua sovranità sull’intero Paese, compresa Sana’a (capitale dello Yemen), controllata dagli Houthi dal 2014.

Ha inoltre annunciato un’amnistia generale per gli appartenenti agli Houthi che abbandoneranno il movimento e cesseranno di combattere o operare per suo conto. Le modalità dovranno essere definite attraverso le procedure costituzionali e legislative previste.

Ucraina, Kiev smentisce l’invito di Trump a Mosca

Sul fronte ucraino l’ufficio del presidente Volodymyr Zelensky (presidente dell’Ucraina) ha smentito una ricostruzione di Bloomberg secondo la quale Trump avrebbe suggerito al leader ucraino di recarsi a Mosca per incontrare Vladimir Putin (presidente della Federazione Russa).

Il consigliere presidenziale Dmytro Lytvyn ha definito la notizia falsa. Kiev ha però confermato che nel colloquio con Trump è stata affrontata la possibilità di una nuova riunione tecnica trilaterale fra Stati Uniti, Russia e Ucraina, eventualmente negli Emirati Arabi Uniti.

Via libera americano alle licenze per i Patriot

Zelensky ha inoltre dichiarato che Trump avrebbe assunto una decisione definitiva sulla concessione all’Ucraina di licenze statunitensi per la produzione di missili destinati ai sistemi di difesa aerea Patriot. La notizia deriva al momento principalmente dalle dichiarazioni del presidente ucraino e richiederà la successiva definizione degli accordi industriali, delle tecnologie trasferibili e dei tempi di produzione.

Il Cremlino ha reagito affermando di seguire con attenzione i Paesi che concedono licenze e forniscono armamenti a Kiev. Il dossier conferma quindi che, mentre vengono ipotizzati nuovi colloqui, continua anche il rafforzamento della capacità militare ucraina.

Putin: “Non prepariamo una guerra con l’Europa”

Ieri 25 settembre Putin, intervenendo a San Pietroburgo, ha dichiarato che la Russia non starebbe preparando un conflitto con l’Europa e ha attribuito all’Ucraina la responsabilità del rallentamento del negoziato. Mosca, secondo il presidente russo, valuterà la ripresa dei colloqui sulla base dei propri interessi dopo gli attacchi ucraini avvenuti durante le elezioni della Duma. Sono dichiarazioni del Cremlino, che non eliminano le preoccupazioni espresse negli ultimi mesi da diversi Governi e servizi di sicurezza europei sulla minaccia russa.

Raid su Kiev: il bilancio verificato è di 1 morto e 7 feriti

Nel frattempo continuano gli attacchi. Ieri un drone russo ha colpito un edificio residenziale di Kiev. Secondo il bilancio comunicato da Zelensky e ripreso dall’agenzia ucraina Ukrinform, è morto un ragazzo di 14 anni e altre 7 persone sono rimaste ferite. Il presidente ucraino ha definito l’attacco privo di una logica militare.

Nella notte fra il 25 e oggi 26 settembre sono stati segnalati inoltre nuovi attacchi con droni in diverse regioni ucraine. A Kiev un edificio adibito a uffici ha preso fuoco nel distretto di Solomianskyi, mentre sono stati segnalati detriti anche in altre aree della capitale.

Colpita la zona della raffineria russa di Ilsky

Dall’altra parte del fronte un attacco con droni ha interessato nella notte la raffineria di Ilsky (località nel territorio russo di Krasnodar, nella Russia meridionale). Filmati pubblicati online hanno mostrato un vasto incendio e il governatore regionale Veniamin Kondratiev ha confermato un attacco nel distretto di Seversky, dove si trova l’impianto.

Le autorità russe hanno riferito anche di incendi in 2 strutture industriali e di danni a un edificio residenziale. Le informazioni sull’effettiva entità dei danni alla raffineria devono essere considerate ancora provvisorie.

Il caso dei reduci reclutati dai cartelli messicani

Un ulteriore effetto indiretto della guerra in Ucraina riguarda l’esperienza maturata nell’impiego dei droni. Un’inchiesta del Washington Post, basata su funzionari statunitensi e messicani, riferisce che cartelli della droga messicani stanno cercando di reclutare soprattutto cittadini colombiani rientrati dopo avere combattuto in Ucraina, utilizzandoli come istruttori nell’impiego di droni e nelle tecniche per aggirare i sistemi di disturbo elettronico.

Non si tratta quindi genericamente di “reduci ucraini”: le informazioni disponibili riguardano principalmente combattenti stranieri, soprattutto colombiani, che hanno acquisito sul fronte esperienza nell’impiego militare dei velivoli senza pilota e successivamente sono stati avvicinati dalle organizzazioni criminali.

Cisgiordania, nuovi blocchi nell’area di Betlemme

Restano alte le tensioni anche in Cisgiordania. Secondo l’agenzia palestinese WAFA, forze israeliane hanno chiuso diversi accessi militari ai villaggi a ovest di Betlemme, limitando gli spostamenti dei residenti. Le restrizioni si inseriscono in un quadro più ampio già documentato dall’OCHA (Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari), che continua a segnalare ostacoli alla mobilità, operazioni militari, demolizioni e violenze dei coloni in numerose zone della Cisgiordania.

Quattro militari italiani feriti in Lettonia

Ieri 25 settembre 4 militari italiani dell’11° Reggimento Bersaglieri sono rimasti feriti durante un’esercitazione a fuoco nell’area addestrativa di Ādaži (località della Lettonia, a nord-est di Riga), nell’ambito della missione NATO Forward Land Forces (forze terrestri avanzate).

Il ministero della Difesa ha precisato che un’arma installata su un veicolo militare italiano ha esploso colpi che hanno raggiunto un secondo mezzo italiano sul quale si trovavano i 4 militari. Le cause sono ancora oggetto di accertamento. I feriti sono stati trasferiti in una struttura sanitaria di Riga: uno presenta condizioni più serie, ma nessuno risulta in pericolo di vita.

Nell’immagine di copertina, Donald Trump e Xi Jinping alla Casa Bianca; un richiamo all’Iran e allo Stretto di Hormuz; e militari italiani impegnati in ambito NATO.