Spese militari italiane al record: 33,9 miliardi nel 2026 e 130 miliardi per nuovi armamenti

L’Annuario Mil€x ha ricostruito l’aumento dei bilanci destinati alla Difesa, il peso crescente degli acquisti di sistemi d’arma e le difficoltà del controllo parlamentare

Sintesi

L’Osservatorio Mil€x è nato nel 2016 e ha pubblicato il 1° rapporto annuale nel 2017 per riunire spese militari distribuite tra più ministeri. Tra il 2010 e il 2015 gli stanziamenti reali sono rimasti relativamente stabili, mentre dal 2016 al 2019 è iniziata una ripresa graduale. Nel periodo 2020-2022 la crescita si è rafforzata. Con l’invasione russa dell’Ucraina, gli investimenti negli armamenti hanno accelerato tra il 2023 e il 2026, la spesa militare italiana ha raggiunto livelli mai registrati nella serie ricostruita, arrivando nel 2026 a 33,9 miliardi, quasi 35 con i costi indiretti. Gli acquisti di nuovi sistemi d’arma hanno superato 13 miliardi e il Parlamento ha autorizzato 78 programmi pluriennali per 36,4 miliardi. Nel 2025 la NATO ha fissato l’obiettivo complessivo del 5% del PIL entro il 2035 e nel luglio 2026 il vertice di Ankara ha confermato il percorso di rafforzamento militare e industriale. Mil€x ha stimato che, applicando la traiettoria annunciata, l’esborso aggiuntivo italiano potrebbe avvicinarsi a 498 miliardi nel decennio, ma si tratta di una proiezione indipendente fondata su ipotesi economiche e non di uno stanziamento già approvato.

Articolo

L’Osservatorio Mil€x sulle spese militari italiane è stato costituito nel 2016 da Enrico Piovesana (giornalista e ricercatore) e Francesco Vignarca (coordinatore delle campagne della Rete italiana pace e disarmo), con il sostegno del Movimento nonviolento e dell’allora Rete italiana per il disarmo. Il progetto ha pubblicato il suo 1° rapporto all’inizio del 2017 con l’obiettivo di ricomporre in una sola analisi le risorse destinate alla capacità militare, spesso distribuite fra bilanci, fondi e amministrazioni differenti. L’edizione 2026, presentata il 23 luglio alla Camera dei deputati a Roma, ha esaminato previsioni, spese definitive, programmi di armamento, missioni internazionali, trasparenza degli atti e rapporti tra politica e industria della Difesa.

Il lavoro non costituisce un rendiconto ufficiale dello Stato né una certificazione contabile, ma una valutazione indipendente. Il calcolo parte dalla Legge di Bilancio e dal bilancio proprio del Ministero della Difesa, dal quale vengono sottratte le funzioni civili o di Polizia dei Carabinieri e le attività forestali. Vengono poi aggiunti gli stanziamenti militari collocati presso il MIMIT (Ministero delle Imprese e del Made in Italy), le risorse del MEF (Ministero dell’Economia e delle Finanze) per le missioni, una stima della previdenza militare e alcuni costi indiretti, tra cui le infrastrutture utilizzate dagli Stati Uniti e la partecipazione italiana a iniziative militari dell’UE (Unione europea). I risultati descrivono pertanto le decisioni di spesa previste e autorizzate, non necessariamente tutte le somme effettivamente pagate entro la fine dell’anno.

La ricostruzione storica ha individuato una fase di sostanziale ristagno tra il 2010 e il 2015, quando la spesa complessiva si è mantenuta attorno a 22-23 miliardi annui. Dal 2016 al 2019 è iniziato un incremento progressivo, seguito da una nuova accelerazione nel periodo 2020-2022. Il cambiamento più marcato si è manifestato tra il 2023 e il 2026, quando l’espansione degli investimenti ha portato gli stanziamenti al massimo nominale e reale dell’intera serie. Sommando le previsioni annuali, Mil€x ha calcolato 429,625 miliardi di euro correnti destinati alla capacità militare tra il 2010 e il 2026, con una media di circa 25,3 miliardi ogni anno. Rivalutando gli importi al potere d’acquisto del 2026, il totale è salito a 503,6 miliardi, pari a una media annua di 29,6 miliardi. La tabella pubblicata a pagina 18 e quella in euro costanti a pagina 21 mostrano però valori previsionali, alcuni dei quali ricostruiti retrospettivamente e quindi da considerare come ordini di grandezza, non come conteggi definitivi al milione.

Per il 2026 il bilancio proprio della Difesa è stato fissato in 32,398 miliardi, dato confermato dalla documentazione parlamentare sulla manovra finanziaria. Dopo gli scorpori e le integrazioni effettuate secondo il proprio metodo, l’Osservatorio ha stimato una spesa militare diretta di 33,948 miliardi, in crescita del 2,8% sul 2025 e di oltre il 45% rispetto al 2017. Includendo circa 1,05 miliardi di costi indiretti, il totale ha raggiunto quasi 35 miliardi. La componente più consistente è rimasta quella del personale operativo, valutata in circa 12,3 miliardi, ma l’incremento strutturale più evidente ha riguardato gli investimenti e le acquisizioni di mezzi, munizioni e sistemi tecnologici.

Il confronto con la NATO (Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord) richiede particolare prudenza. Mil€x ha rapportato la propria stima della spesa militare “pura” al PIL, ottenendo per il 2026 l’1,46%, che sale all’1,51% comprendendo i costi indiretti. L’ultima tabella ufficiale della Nato, pubblicata nel luglio 2026 sulla base dei dati comunicati dai singoli Paesi, ha invece attribuito all’Italia una spesa per la difesa fondamentale pari al 2,10% del PIL. La distanza non dimostra automaticamente che una cifra sia corretta e l’altra errata: dipende soprattutto dalle diverse voci considerate, dalle pensioni, dalle funzioni dei Carabinieri, dalle infrastrutture, dalla mobilità militare e dalla cybersicurezza. Il rapporto contesta tuttavia l’assenza di informazioni abbastanza dettagliate per ricostruire e verificare integralmente l’ampliamento del perimetro comunicato dal Governo.

Il vero motore dell’aumento è stato individuato negli acquisti di armamenti. Nel 2026 le risorse previste hanno raggiunto 13,167 miliardi: circa 9,9 miliardi sono stati collocati direttamente nel bilancio della Difesa; oltre 3 miliardi nel programma del MIMIT dedicato alla difesa nazionale; circa 215 milioni in un ulteriore capitolo destinato ai comparti industriali ad alta tecnologia. Chi considerasse soltanto il ministero di via XX Settembre sottostimerebbe quindi di circa 1 quarto lo sforzo finanziario complessivo. La spesa annua per sistemi d’arma è passata da circa 3 miliardi nel 2006 a 13,2 miliardi nel 2026. Il valore cumulato è stato stimato in 138 miliardi tra il 2006 e il 2026 e in 121 miliardi restringendo il periodo al 2010-2026, mentre i soli esercizi 2023-2026 hanno concentrato oltre 46 miliardi di acquisizioni.

Durante la XIX legislatura, dalle prime approvazioni dell’aprile 2023, le Commissioni parlamentari hanno esaminato 78 programmi, autorizzando impegni pluriennali per 36,4 miliardi. Fra le operazioni più onerose figurano il GCAP (Global Combat Air Programme, Programma aereo da combattimento globale) per il futuro caccia Tempest, il cui costo indicato per la sola progettazione è arrivato a 18,6 miliardi; l’ampliamento della flotta F-35, riportata progressivamente da 90 a 115 velivoli, con oltre 20 miliardi stimati per l’acquisizione; le FREMM (Fregate europee multi-missione), i sommergibili, i carri armati, i sistemi missilistici e le infrastrutture destinate alle basi aeree. Le cifre complessive non vengono generalmente autorizzate in una sola decisione, ma attraverso quote successive che riducono il costo inizialmente percepito e rendono più difficile interrompere programmi ormai avviati.

Il DPP (Documento programmatico pluriennale) più recente ha consentito a Mil€x di stimare oltre 130 miliardi di nuove acquisizioni nei prossimi 15 anni, ai quali potrebbero aggiungersi circa 9 miliardi di infrastrutture. Circa 35 miliardi risultavano già finanziati da precedenti manovre. Il dato è riferito alla legislazione vigente e non comprende automaticamente tutte le risorse necessarie per raggiungere i nuovi obiettivi internazionali. La previsione rappresenta dunque la prosecuzione dei programmi già individuati, non un unico fondo di 130 miliardi immediatamente disponibile.

Un’altra questione riguarda la differenza tra le somme inizialmente approvate e quelle successivamente assegnate. Nel 2025 il bilancio della Difesa è passato dai 31,295 miliardi previsti nella Legge di Bilancio a 35,519 miliardi definitivi, con un aumento del 13,5%. Negli ultimi anni lo scarto è oscillato generalmente fra il 9% e il 16%, a causa di integrazioni, riassegnazioni e provvedimenti intervenuti durante l’esercizio. Nello stesso 2025 il settore degli investimenti ha registrato un disavanzo di cassa vicino a 2 miliardi. In sostanza nel 2025, la Difesa aveva programmato e impegnato più investimenti di quanti riuscisse materialmente a pagare nello stesso anno. Si è quindi creato un “buco” di liquidità vicino a 2 miliardi di euro. Per ridurlo, il MEF (Ministero dell’Economia e delle Finanze) ha versato altri 800 milioni, ma la somma non è bastata a coprire tutto. Contemporaneamente sono aumentati i pagamenti ancora dovuti a imprese e fornitori: il debito commerciale è salito da 96,8 a 360,9 milioni di euro. In sostanza, sono stati autorizzati molti acquisti, soprattutto nel settore degli armamenti, ma non c’era abbastanza denaro immediatamente disponibile per saldare tutti gli impegni assunti.

Per le missioni militari all’estero, il fabbisogno complessivo del 2026 è stato valutato in 1,806 miliardi. Nel conteggio generale della spesa militare, Mil€x ha però inserito in via prudenziale circa 1,18 miliardi provenienti dallo specifico fondo del MEF, distinguendo così la stima iniziale dalla successiva autorizzazione complessiva delle operazioni. Il rapporto ha inoltre richiamato l’analisi di Greenpeace Italia, secondo la quale circa 824 milioni, pari al 59% della spesa esaminata per le missioni, sarebbero collegati direttamente o indirettamente alla tutela degli approvvigionamenti di gas e petrolio, delle rotte marittime e delle infrastrutture energetiche. Questa classificazione costituisce una valutazione dell’organizzazione ambientalista basata sui mandati governativi e non una voce ufficiale del bilancio statale.

Il vertice dell’Aja (città dei Paesi Bassi e sede del Governo nazionale) del giugno 2025 ha fissato per gli alleati il traguardo complessivo del 5% del PIL entro il 2035: il 3,5% per la difesa fondamentale e l’1,5% per sicurezza allargata, resilienza, infrastrutture, innovazione e mobilità militare. Il vertice di Ankara (capitale della Turchia), svoltosi il 7 e l’8 luglio 2026, ha riesaminato i progressi compiuti, confermando l’espansione della capacità industriale, gli acquisti comuni e gli investimenti concordati. L’Alleanza atlantica (meglio nota come NATO, un’alleanza politico-militare intergovernativa fondata il 4 aprile 1949 con il Trattato di Washington con il principio cardine della difesa collettiva: un attacco armato contro uno dei 32 Paesi membri è considerato un attacco contro tutti) ha annunciato accordi per oltre 50 miliardi di euro in nuove capacità e un programma da 27 miliardi per la rete di depositi e distribuzione dei carburanti.

Se l’Italia aumentasse gradualmente la spesa per difesa e sicurezza dal 2% fino al 5% del PIL entro il 2035, spenderebbe complessivamente circa 498 miliardi di euro in più rispetto a quanto spenderebbe mantenendo la quota ferma al 2%. Non vuol dire che siano già stati stanziati o spesi 498 miliardi. È una proiezione di Mil€x sull’intero periodo 2025-2035, basata sul percorso ipotizzato e sulla crescita futura del PIL. In sostanza: raggiungere il 5% comporterebbe quasi 500 miliardi aggiuntivi in 11 anni rispetto allo scenario senza ulteriori aumenti.Non si tratta però di una previsione ufficiale del MEF né di una spesa già autorizzata dal Parlamento. Il calcolo dipende dall’evoluzione nominale del PIL, dal ritmo annuale degli aumenti, dalle categorie che potranno essere inserite nell’1,5% di sicurezza allargata e dal confronto scelto come riferimento. La cifra descrive quindi il possibile ordine di grandezza dell’impegno, ma non può essere presentata come un debito già contratto o come un conto definitivo.

Sul piano della trasparenza, il problema principale è rappresentato dal progressivo impoverimento delle informazioni contenute negli atti ufficiali. Le edizioni del DPP pubblicate tra il 2017 e il 2024 riportavano più chiaramente fabbisogni complessivi, profili finanziari e scadenze. Il documento 2025-2027 ha invece indicato prevalentemente le risorse residue e i decreti autorizzativi, eliminando in diversi casi il costo totale dei programmi. L’articolo 536 del decreto legislativo 66 del 2010, modificato dalla legge 244 del 2012, prevede che il ministro presenti entro il 30 aprile il quadro pluriennale delle esigenze e degli investimenti. Tuttavia, alla data della verifica, la pagina istituzionale della Difesa indicava ancora la documentazione 2026 come “in corso di elaborazione” e rendeva disponibile come ultima edizione completa quella riferita al 2025-2027. Alla presentazione romana Laura Boldrini (deputata del Partito Democratico) ha richiamato la necessità di spiegare attraverso quali entrate, nuovo debito o spostamenti di bilancio sarebbero finanziati gli incrementi e quali effetti potrebbero ricadere su sanità, istruzione e servizi sociali. Arnaldo Lomuti (deputato del Movimento 5 Stelle) ha contestato la riduzione del controllo parlamentare. Francesco Vignarca (Coordinatore Campagne della Rete Italiana Pace e Disarmo) ha sintetizzato la propria valutazione affermando che “mancano controllo e trasparenza”, mentre Sofia Basso (responsabile di campagne di Greenpeace Italia) ha sottolineato il legame individuato tra alcune missioni militari e la protezione degli interessi energetici. Sono posizioni politiche e associative, che vanno distinte dai dati contabili, ma pongono il tema delle priorità pubbliche e della verificabilità delle decisioni.

Mil€x ha proposto di riunire in un allegato obbligatorio alla Legge di Bilancio tutte le spese militari collocate presso amministrazioni differenti, fissare contenuti minimi e scadenze effettive per il DPP, rendere più incisivo il parere parlamentare sui programmi maggiori, introdurre un’istruttoria tecnica indipendente sui costi e riesaminare automaticamente i progetti che superino determinate soglie di spesa. Ha inoltre chiesto regole sulle cosiddette revolving doors (porte girevoli tra incarichi pubblici e industria), sulla lobbying (attività organizzata di pressione sui decisori), sui finanziamenti a fondazioni e centri di ricerca e sui conflitti d’interesse. Nel giugno 2026 le proposte generali per disciplinare la rappresentanza degli interessi erano ancora all’esame parlamentare e l’ANAC (Autorità nazionale anticorruzione) aveva presentato osservazioni, ma non risultava ancora approvata una legge organica specifica per il settore militare. Nella documentazione verificata non è emersa una recente pronuncia giurisprudenziale capace di modificare il sistema di autorizzazione degli armamenti: il nodo è rimasto essenzialmente legislativo, contabile e parlamentare.

Il quadro complessivo ha confermato una crescita reale della spesa, concentrata soprattutto negli ultimi 2 anni e nell’acquisto di nuovi mezzi. Ha mostrato anche che i numeri cambiano sensibilmente a seconda delle finalità dell’analisi: bilancio ministeriale, spesa militare ricostruita, bilancio integrato, dati NATO o stanziamenti definitivi non sono grandezze perfettamente sovrapponibili. Proprio per questa ragione il confronto pubblico dovrebbe fondarsi su documenti tempestivi, perimetri dichiarati e costi complessivi verificabili, evitando sia di ridurre l’intera Difesa al solo acquisto di armi sia di utilizzare riclassificazioni generiche per rappresentare come nuovi investimenti risorse già presenti in altri capitoli.

L’immagine di copertina si riferisce al vertice Nato di Ankara del 21 e 22 aprile 2026 durante la visita preparatoria del Segretario generale dell’Alleanza atlantica Mark Rutte.