Sintesi
All’inizio degli anni 2000 la comunicazione pubblica ha cercato di rendere comprensibili attività, servizi e decisioni delle Amministrazioni ma senza molto riuscirci stante la farraginosità e spesso cripticità burocratica degli Albo pretorio e rispettivi atti. Con la successiva diffusione dei social, il confine tra informazione istituzionale e promozione politica personale si è di tutta evidenza progressivamente allineato al referente di turno.

Negli anni seguenti, pagine istituzionali, profili personali, dirette e televisioni locali hanno moltiplicato la visibilità di sindaci, assessori, presidenti del consiglio e consiglieri. Interventi ordinari, dalla manutenzione di una strada alla pulizia di una piazza, sono stati spesso raccontati come risultati eccezionali, spostando l’attenzione dai diritti dei cittadini alla figura del politico locale.

Dal 2021 il PNRR, il FSC e gli stanziamenti regionali hanno riversato sugli Enti territoriali una quantità considerevole di risorse. Nel 2026 la Regione siciliana ha disposto oltre 289 milioni di euro per i Comuni, 50 milioni per 8 interventi nelle città metropolitane e 75 milioni per 57 progetti nelle aree artigianali. Questi finanziamenti hanno alimentato opere, annunci e inaugurazioni, ma non costituiscono da soli una prova di miglioramento della qualità amministrativa o civica.

I dati relativi al 2024 hanno mostrato una Sicilia più giovane e più femminile nella composizione degli amministratori comunali, ma ancora debole nella partecipazione politica, irregimentata da poteri locali, territoriali e regionali. Nell’Isola alle elezioni europee ha votato il 38% degli aventi diritto, contro il 49,8% nazionale, mentre la regione è rimasta fra quelle in cui più persone non si informano e non discutono mai di politica.
Nel 2025, 179 amministrazioni comunali sono state commissariate per il mancato rispetto dei termini di approvazione dei bilanci e altri 176 interventi sostitutivi hanno riguardato i rendiconti. Nel frattempo, il personale comunale siciliano si è ridotto del 36,2% tra il 2010 e il 2023. Le nuove risorse hanno quindi convissuto con uffici svuotati, difficoltà organizzative e servizi essenziali diseguali.
Nel 2026 sono proseguiti anche gli interventi contro l’uso improprio della comunicazione pubblica durante le campagne elettorali. I controlli hanno confermato che siti, pagine social e profili apparentemente personali possono essere ricondotti all’Ente quando mescolano funzioni istituzionali, contenuti politici e risorse pubbliche.
Articolo
In Sicilia (regione autonoma italiana) sembra essersi consolidata una particolare grammatica del potere locale: l’amministrazione ordinaria viene trasformata in rappresentazione, il servizio pubblico diventa un omaggio concesso dall’alto e il cittadino, invece di essere riconosciuto come titolare di diritti, viene trattato come destinatario riconoscente della benevolenza del sindaco, dell’assessore o del presidente del consiglio comunale.
Una strada spazzata, una buca richiusa, una lampada sostituita, uno scuolabus avviato o una fontana riattivata diventano occasioni per fotografie, filmati, conferenze e ringraziamenti. Il messaggio implicito non è più “il Comune ha svolto il proprio compito”, ma “l’amministratore ha fatto qualcosa per voi”. È un ribaltamento culturale che altera il rapporto fra istituzione e comunità, poiché converte un dovere finanziato attraverso imposte e tributi in una concessione personale da ricambiare con approvazione, fedeltà o consenso.
Il ricambio generazionale e di genere non ha necessariamente modificato questa mentalità. Nel 2024 le donne hanno rappresentato il 37,8% degli amministratori comunali siciliani, contro il 34,1% nazionale, mentre gli eletti con meno di 40 anni hanno raggiunto il 29,8%, rispetto al 25,5% italiano. Sono dati positivi sul piano della rappresentanza, ma l’età e il genere non garantiscono automaticamente una diversa concezione del potere. Cambiano i volti, gli abiti, la cura dell’immagine e il linguaggio, mentre possono restare identici il campanilismo, la personalizzazione, il clientelismo relazionale e l’insofferenza verso il serio controllo pubblico.
La nuova classe politica locale appare spesso più levigata esteriormente, sempre pronta davanti a una telecamera, composta e irrigidita in pose ufficiali, quasi avesse inghiottito un manico di scopa. Tuttavia, dietro vestiti impeccabili, sorrisi studiati e fotografie accuratamente predisposte, la sostanza può risultare persino più feudale di quella del passato. La modernità viene imitata attraverso l’immagine, senza essere necessariamente tradotta in trasparenza, pluralismo, programmazione e capacità di accettare il dissenso.
L’origine della comunicazione istituzionale moderna risale soprattutto alla legge 7 giugno 2000, n. 150, che ha disciplinato l’informazione e la comunicazione delle pubbliche amministrazioni secondo criteri di trasparenza ed efficacia. La normativa ha distinto l’ufficio stampa, incaricato dell’informazione giornalistica, dal portavoce, legato all’attività politico-istituzionale del vertice, e dall’URP (Ufficio relazioni con il pubblico), destinato al rapporto diretto con cittadini e utenti. Ha previsto che l’amministrazione illustri norme, attività, servizi, procedimenti e funzionamento degli uffici, consentendo anche la promozione della propria immagine istituzionale con i soldi pubblici.
Quella disciplina è nata quando l’attuale ecosistema digitale non esisteva ancora. Con la diffusione dei social, il confine tra Comune, sindaco, candidato e cittadino privato è divenuto sempre più incerto. La stessa fotografia può comparire sul sito istituzionale, essere ripubblicata sul profilo personale dell’amministratore, condivisa dai componenti della Giunta e infine rilanciata in diretta da una televisione locale. Nel giro di poche ore, anche il più elementare intervento amministrativo assume così l’aspetto di una mobilitazione collettiva, costruita attorno alla figura di un solo esponente politico.
Daltra parte, sono sotto gli occhi di chi può e vuole ancora osservare anche i finanziamenti elargiti dai governi nazionali e regionali secondo la logica del “panem et circenses”, soprattutto durante la stagione estiva, quali sagre, spettacoli e manifestazioni, diventano spesso passerelle politiche, nelle quali l’amministratore non si limita a presenziare o a rivendicare il finanziamento, ma arriva talvolta persino a condurre personalmente l’evento, confondendo ulteriormente il ruolo istituzionale con quello di protagonista dello spettacolo.
La personalizzazione non avviene soltanto attraverso i contenuti. Contano anche la scelta delle immagini, la prevalenza dei volti sui documenti, il tono enfatico, l’uso insistente della prima persona, i ringraziamenti rivolti al sindaco per attività già comprese nelle competenze dell’Ente e l’anticipazione di informazioni d’ufficio sui profili personali. Quando il simbolo del Comune, il lavoro dei dipendenti, le fotografie realizzate durante il servizio e i dati amministrativi vengono impiegati per alimentare una pagina politica individuale, la distinzione formale tra profilo privato e canale pubblico può diventare soltanto apparente.
Durante il periodo elettorale interviene l’articolo 9 della legge 22 febbraio 2000, n. 28, che consente alle Amministrazioni di comunicare esclusivamente quando l’informazione sia indispensabile per lo svolgimento delle proprie funzioni e venga diffusa in forma impersonale. L’AGCOM (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) ha precisato che la regola può riguardare siti, pagine social, servizi di messaggistica e profili personali quando risultano collegati all’attività o alle risorse dell’Ente. Anche un account intestato al sindaco può quindi essere considerato istituzionale quando mescola stabilmente comunicazione amministrativa e promozione politica.
La questione non è teorica. Ancora nel luglio 2026 l’Autorità ha adottato ordini nei confronti di diversi Comuni per comunicazioni ritenute incompatibili con la disciplina elettorale. La Corte costituzionale, già con la sentenza n. 502 del 2000, ha chiarito che il divieto serve a impedire una rappresentazione suggestiva dell’amministrazione e dei suoi titolari capace di influenzare la formazione della volontà degli elettori. La prassi applicativa più recente ha confermato che iniziative, manifestazioni e singoli eventi possono rientrare nel divieto quando vengono pubblicizzati senza i requisiti di indispensabilità e impersonalità.
Fuori dal periodo elettorale il problema resta soprattutto politico, deontologico e culturale. Non tutto ciò che è formalmente consentito è anche corretto. Un’amministrazione può legittimamente informare la cittadinanza, ma dovrebbe farlo fornendo costi, tempi, responsabili, fonti finanziarie, ritardi, obiettivi e risultati verificabili. Limitarsi a mostrare il taglio di un nastro o il sopralluogo di un assessore significa sostituire la rendicontazione con la celebrazione.
Anche il rapporto con le televisioni, le radio e le testate locali richiede maggiore equilibrio. Nelle redazioni con personale ridotto e risorse economiche fragili, la pubblicazione integrale dei comunicati politici può diventare un implicito o anche dieretto sostegno finanziario. Non esiste infatti una normativa nazionale o regionale che sostenza l’Informqazione digitale che è ormai la più diffusa. Sicché il talk show (programma televisivo di confronto) senza serio contraddittorio, oppure l’intervista concordata e la diretta non accompagnata da domande sui costi o sui ritardi trasformano l’informazione in una prosecuzione della comunicazione politica.
In questo circuito, l’annuncio vale più dell’esecuzione e la presenza davanti alla telecamera pesa più della continuità del servizio. Un’opera viene presentata più volte: quando viene finanziata, quando si firma il decreto, quando si approva il progetto, quando si apre il cantiere e quando si inaugura. Ogni passaggio produce fotografie e dichiarazioni, mentre restano spesso in secondo piano la durata effettiva dei lavori, le varianti, la manutenzione futura e l’utilità concreta per i residenti.
A rafforzare questa vetrina è intervenuto negli ultimi anni un flusso eccezionale e composito di denaro pubblico. Al PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza) si sono affiancati il FSC (Fondo per lo sviluppo e la coesione), i programmi europei, le risorse nazionali e gli stanziamenti regionali. Nel marzo 2026 sono stati destinati oltre 289 milioni di euro ai Comuni siciliani. Ad aprile sono stati finanziati 8 interventi per complessivi 50 milioni nelle città metropolitane e a maggio sono stati assegnati 75 milioni a 57 progetti per le aree artigianali.
Queste somme rappresentano opportunità reali e non devono essere svalutate. Possono riqualificare scuole, strade, impianti, servizi sociali e spazi pubblici. Il problema nasce quando il denaro ottenuto attraverso programmi sovracomunali viene raccontato come una risorsa conquistata personalmente dall’amministratore, omettendo o relegando in fondo al comunicato la provenienza dei fondi. Il sindaco finisce così per apparire come il benefattore che ha “portato” l’opera, mentre il finanziamento deriva da una programmazione europea, statale o regionale alla quale il Comune ha partecipato come soggetto attuatore.
L’arrivo di notevoli finanziamenti ha inoltre prodotto un effetto di generale carenza di verifiche e parallelo astensionismo sociale. Cantieri, mezzi nuovi, facciate restaurate e inaugurazioni rendono visibile un movimento che può nascondere la regressione civica sottostante. È infatti percepibile una netta divergenza: cresce la quantità di denaro da amministrare, mentre restano deboli il controllo dei cittadini, il confronto pubblico e la capacità organizzativa di molti Enti.
Alle elezioni europee del 2024 la partecipazione in Sicilia si è fermata al 38%, con un divario di 11,8 punti rispetto alla media italiana. L’Istat ha inoltre collocato la regione, insieme a Calabria e Campania, fra i territori con i livelli più bassi di partecipazione politica non elettorale, rilevando una maggiore presenza di persone che non si informano e non parlano mai di politica. Nel Mezzogiorno soltanto il 43,5% degli intervistati ha attribuito un voto almeno sufficiente alla propria amministrazione comunale, contro il 53,2% del Nord.
La fragilità non riguarda soltanto l’atteggiamento dei cittadini. L’indicatore elaborato dall’Istat sulla funzionalità organizzativa dei Comuni ha collocato la Sicilia a 83,3, fra i risultati più critici del Paese, segnalando nel Mezzogiorno diffuse carenze di personale qualificato, digitalizzazione e capacità gestionale. La presenza di finanziamenti non elimina automaticamente questi limiti, perché disporre di una somma non equivale a possedere gli uffici, le professionalità e i procedimenti necessari per trasformarla in un servizio stabile.
Nel maggio 2025 l’ANCI (Associazione nazionale dei Comuni italiani) Sicilia ha denunciato che 179 amministrazioni erano state commissariate per la mancata approvazione del bilancio di previsione. Nel luglio dello stesso anno la Regione è intervenuta in via sostitutiva nei confronti di 176 enti che non avevano approvato il rendiconto 2024.
È questa la contraddizione che la comunicazione celebrativa tende a rimuovere: amministrazioni con uffici non organizzati, bilanci tardivi, tasse in crescendo e servizi discontinui. La ricchezza della vetrina attenua la percezione della povertà istituzionale. Più denaro produce più fotografie, ma non necessariamente più comunità, responsabilità o cittadinanza consapevole.
La regressione civica si manifesta anche nella crescente intolleranza verso la critica. Alcuni profili personali vengono utilizzati come se fossero bollettini comunali, ma restano sottoposti al controllo esclusivo dell’amministratore, che può nascondere osservazioni, bloccare interlocutori e selezionare soltanto i messaggi di approvazione. Nasce e siperpetua così un monologo apparentemente partecipativo: il cittadino può applaudire e condividere, ma incontra maggiori difficoltà quando domanda documenti, tempi, responsabilità o spiegazioni.
Il risultato è un potere locale ancora campanilistico e feudale, mascherato da modernità digitale. Il sindaco diviene il signore simbolico del territorio, gli assessori formano la corte, i sostenitori più assidui occupano il ruolo dei celebranti e il Comune viene percepito come proprietà temporanea della Maggioranza. Cambiano il linguaggio, il genere e l’età dei protagonisti, ma resta la pretesa che il cittadino debba ringraziare chi esegue un compito per il quale è stato eletto e dispone di risorse collettive.
Una comunicazione adulta dovrebbe invece ridurre la distanza tra amministratore e amministrato. Dovrebbe spiegare anche ciò che non ha funzionato, distinguere il merito politico dal lavoro degli uffici, indicare sempre la provenienza delle risorse e pubblicare dati confrontabili. Giuseppe Busia (presidente dell’ANAC, Autorità nazionale anticorruzione, magistrato e figura istituzionale non partitica nell’esercizio dell’incarico) ha collegato il Piano nazionale anticorruzione 2026-2028 alla legalità e al buon impiego delle risorse. È proprio questa la misura che dovrebbe sostituire l’enfasi: non quanto un’opera sia stata fotografata, ma quanto denaro sia stato utilizzato correttamente e quale beneficio durevole abbia prodotto per la cittadinanza.
La vera innovazione non consiste nell’avere amministratori più giovani, più eleganti o più presenti sui social. Consiste nel restituire al cittadino il ruolo di controllore e titolare di diritti, rinunciando alla narrazione del favore. Una piazza pulita non è un dono, uno scuolabus non è una grazia e una strada sicura non è un privilegio. Sono il risultato minimo che una comunità ha diritto di pretendere dall’ente al quale versa imposte, affida competenze e concede temporaneamente il potere.
L’opinione
Questo articolo non nasce oggi. Da anni segnalo dai miei articoli, prima anche di presenza oppure da un palco, una deviazione politica sempre più trasversalmente diffusa, da destra a sinistra, nonchè la profonda delusione provocata dalle nuove generazioni di amministratori, uomini e donne, che troppo spesso hanno riprodotto, se non persino aggravato, i peggiori difetti del passato. Una mentalità che non cambia neppure nel passaggio dalla maggioranza all’opposizione e viceversa: chiunque a turno occupi le poltrone dell’esecutivo sembra ormai utilizzarle soprattutto per curare i propri interessi.
Il fenomeno appare ancora più inquietante nei Comuni con meno di 15.000 abitanti, dove la normativa statale non impone agli amministratori e ai loro familiari gli stessi obblighi di pubblicità sulla situazione patrimoniale previsti altrove. Accade così che persone entrate in politica senza particolari disponibilità economiche ne escano benestanti, talvolta persino molto, senza che i cittadini dispongano di strumenti adeguati per verificare con chiarezza l’evoluzione dei loro patrimoni.
Ma anche ciò rappresenta un tratto ormai noto, sebbene spesso edulcorato o dissimulato, dello Stato italiano: moralista, vessatorio e pubblicano nei confronti del comune cittadino, ma compiacente, indulgente e sempre pronto ad attenuare responsabilità e sanzioni quando sono coinvolti coloro che ne fanno parte, direttamente o implicitamente.
Allo stesso modo, l’elettore sembra non contare più nulla. Una volta tracciata la propria X sulla scheda e depositato il voto nell’urna, il cittadino viene di fatto escluso da ogni partecipazione realmente efficace alla gestione della cosa pubblica del proprio Comune, figurarsi dai livelli decisionali superiori. Viene così relegato al ruolo di semplice comparsa o, tutt’al più, ridotto a un numero all’interno di qualche consulta, spesso trasformata in una propaggine del feudo comunale di turno.
Gli amministratori, e soprattutto i sindaci, si comportano sempre più come feudatari, capaci di assoggettare e condizionare, anche dietro le quinte, persino la vita civile dei propri concittadini. Talvolta viene persino da domandarsi come sia possibile che individui palesemente teatrali, mistificatori, millantatori, doppiogiochisti o anche peggiori siano riusciti a ottenere il consenso elettorale. Non sorprende, allora, che il cittadino civile (non i delinquenti, i faccendieri, i piccoli intermediari e i mercenari, uomini o donne che siano) venga trattato come un suddito e valutato soltanto in base al pacchetto di voti che può garantire o all’utilità materiale che può offrire. Tutto il resto invece sembra appartenere alla narrazione edificante e autocelebrrativa dei dibattiti estivi, dei convegni e dei discorsi di fine anno.
A determinare molte elezioni, del resto e notoriamente, non sono le retoriche degli oratori di turno, né i programmi, le idee o le competenze, ma schiere organizzate di opportunisti, adulatori e cortigiani e senza distinzione di età, titolo di studio, estrazione sociale o genere. La forza di ogni fazione dipende soprattutto dall’ampiezza della rete di allineati e affiliati che riesce a raccogliere e mobilitare. Altrettanto parallelamente sono la forza delle assoldate emittenti, testate, pagine e gruppi social.
Questa complessiva richiamata amara riflessione del presente testo, nasce anche da una frase che ho sentito ripetere in comuni diversi e che, ogni volta, mi costringe per l’amaro impatto a fermarmi per qualche secondo: “Il paese è nelle mani di un sistema politico-mafioso”. A pronunciarla recentemente è stata una persona anziana con vita alle spalle.
Il termine “mafioso”, comunemente in gergo, non è nella fattispecie riferito alla criminalità, ma a una mentalità politica oppressiva, fondata sull’assoggettamento, sullo bisogno, sul favore, sulle appartenenze e sul controllo sociale, sul gruppo politico che sfrutta la forza intimidatrice del vincolo associativo, con assoggettamento e omertà, per controllare il territorio o le attività economiche e sociali. Una mentalità che, secondo le mie osservazioni, troverebbe da smepre coperture anche in settori deteriorati delle istituzioni locali e distrettuali, ormai scarsamente sottoposti a controlli realmente efficaci.
Posso soltanto continuare a scrivere e denunciare che tutto questo è anche il risultato di ciniche decennali scelte politiche trasversali, compiute dal centrosinistra e dal centrodestra soprattutto a livello nazionale e regionale. Scelte che hanno progressivamente privato i cittadini di strumenti semplici, accessibili e poco costosi attraverso i quali partecipare davvero alla gestione della Cosa pubblica specialmente nel proprio Comune, aspetto che dal basso ocnzionerebbe il resto della “piramide”. Per questo nessuno lo vuole più.
Al cittadino resta così il ruolo di comparsa e di lamentarsi sui social ma anche a rischio, se non calibra, di prendersi qualche querela per diffamazione aggravata (e i politici locali hanno schiere di avvocati nell’elenco comunale). Il cittadino può anche tentare di aggregarsi alle consuete rappresentazioni di quartiere propagandate come autentiche forme di partecipazione, ma per scoprire che in realtà sono ulteriori propaggini del potere politico del momento. O si adegua oppure, come per tutto il resto, diviene un fastidio da isolare con il rischio potenziale di ritorsioni soiciali, burocratiche e giudiziarie sul lavoro, attività, proprietà, anche verso i propri familiari, tanto più se non ha la disponibilità di pagarsi legali, consulenti e molto altro per difendersi, oltre ad una sana e robusta costituzione e ancora anni da vivere.
Altro che democrazia continuamente proclamata. A dominare sono i feudi, oggi soltanto più eleganti e imbellettati rispetto al passato, gestiti anche per utilizzare media e social e circondati da una folla di adulatori ben vestiti, cortigiani e menestrelli, meglio ancora se dotati di forbita oratoria telegenica.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









