Sintesi
La Riviera jonica messinese e il suo entroterra, tra Alì Terme, Sant’Alessio Siculo, Scaletta Zanclea e i borghi collinari, restano un mosaico di piccoli comuni che da anni parlano di sviluppo e viabilità integrati, turismo di sistema, ambiente, cultura, agricoltura e innovazione, ma faticano a trasformare gli atti amministrativi in risultati percepibili dalle comunità. Dal 2020 al 2026 risultano protocolli, convenzioni, piani territoriali, fondi PR FESR (Programma regionale del Fondo europeo di sviluppo regionale), interventi GAL (Gruppo di azione locale), opere sui fronte e nuovi presidi sanitari, ma tutto questo non basta ancora a configurare una vera infrastruttura economica unitaria. Il nodo non è negare l’esistenza degli atti, bensì chiedere se essi abbiano prodotto lavoro, servizi, mobilità, approdi, imprese e una gestione sovracomunale capace di superare il frazionamento municipale, il peso delle clientele e la consuetudine di una politica che spesso si riaccende soprattutto in prossimità del voto.

Articolo
La Riviera jonica messinese e il suo entroterra, da Alì Terme a Sant’Alessio Siculo e fino all’area di Scaletta Zanclea, vengono spesso raccontati come un unico comprensorio naturale, storico, turistico e interconnesso, ma nella realtà amministrativa restano un insieme di piccoli comuni, molti sotto i 10.000 abitanti e alcuni con comunità molto ridotte, uniti più dalla geografia che da una strategia realmente condivisa. I dati ANCI (Associazione nazionale comuni italiani) del 2023 confermano questa frammentazione: l’Unione dei Comuni delle Valli Joniche dei Peloritani comprende 11 enti, tra cui Antillo, Casalvecchio Siculo, Forza d’Agrò, Furci Siculo, Limina, Mandanici, Pagliara, Roccafiorita, Roccalumera, Sant’Alessio Siculo e Savoca, per 22.613 residenti complessivi, mentre altre unioni vicine, come Valle del Nisi-Area delle Terme e Valle di Monte Scuderi, raccolgono altri piccoli centri della stessa fascia territoriale.

In questo quadro, la politica locale continua a muoversi dentro una dimensione molto minuta, dove il Municipio resta spesso il principale centro di potere, relazione, aspettativa e mediazione sociale. È qui che, da decenni, si ripetono formule altisonanti sulla possibilità di costruire un’offerta turistica integrata, capace di coniugare patrimonio materiale e immateriale, ambiente, cultura, agricoltura, natura e innovazione tecnologica. La formula è suggestiva, ma il problema è che, sotto gli occhi di chi osserva senza retorica, il comprensorio non ha ancora visto nascere un sistema economico unitario capace di trattenere giovani, attrarre imprese strutturate, generare occupazione privata stabile e collegare davvero costa, colline e borghi.

La cronologia degli atti esiste e va riportata con precisione. Nel dicembre 2020 venne sottoscritto un Protocollo d’intesa tra 18 comuni dell’area jonica e l’Università degli Studi “Mediterranea” di Reggio Calabria per avviare una pianificazione strategica di sistema. Nel gennaio 2021 l’Unione dei Comuni delle Valli Joniche dei Peloritani destinò 91.000 euro a varie iniziative, tra cui 20.000 euro per il protocollo con l’Università Mediterranea e altri 20.000 euro per attività di mappatura e individuazione di aree omogenee di sviluppo. Nel giugno 2021 venne formalizzata una prima convenzione attuativa per la pianificazione delle Valli Joniche dei Peloritani. Nel settembre 2021 furono illustrati i primi risultati, con il richiamo agli strumenti finanziari europei e nazionali, tra cui il PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza) e il Piano nazionale Borghi.
Da allora, altri provvedimenti si sono aggiunti al quadro. Nel 2025 la Regione Siciliana ha approvato il Piano di azione locale 2023-2027 del GAL Taormina Peloritani “Terre dei miti e della bellezza”. Sempre nel 2025, nell’ambito della FUA (Area funzionale urbana) di Messina, è stato approvato un piano di interventi collegato al PR FESR 2021-2027, con una dotazione superiore a 73 milioni di euro e ulteriori proposte in overbooking (proposte eccedenti la copertura finanziaria immediata) per circa 400 milioni, includendo anche opere per Alì Terme, Itala e Scaletta Zanclea. Per Alì Terme risultano interventi su parco urbano, parcheggio e area a monte del lungomare, mentre per Scaletta Zanclea sono previste opere su illuminazione, rete idrica ed ex scuola da destinare a servizi sociali. Nel 2026 risultano inoltre atti regionali sul completamento, la messa in sicurezza e la valorizzazione dei lungomare, tra cui Alì Terme, progetto già finanziato nel 2022 e poi aggiornato secondo il nuovo codice dei contratti pubblici.
C’è tuttavia da chiedere se tali strumenti siano divenuti un cambiamento visibile, coordinato e duraturo. Una comunità non vive di protocolli, convegni, tabelle, comunicati e fotografie istituzionali, ma di opere terminate, servizi funzionanti, collegamenti efficienti, accessi al mare decorosi, imprese sane, formazione utile, lavoro non assistito e amministrazioni capaci di misurare pubblicamente i risultati. Se tutto resta confinato alla stagione degli annunci, il rischio è che ogni sigla diventi soltanto una cornice elegante per la stessa vecchia frammentazione.
Il tema delle infrastrutture resta centrale. In una Sicilia circondata dal Mediterraneo, e in un’area che potrebbe vivere anche di nautica leggera, pesca, escursionismo costiero e turismo integrato, la mancanza di un approdo realmente funzionale e riconoscibile lungo questo tratto continua a pesare. Le fonti istituzionali sul turismo nautico siciliano indicano nel Messinese strutture come Capo d’Orlando Marina e Marina del Nettuno a Messina, mentre le tavole regionali del demanio marittimo censiscono i comuni costieri, tra cui Alì Terme, Sant’Alessio Siculo e Scaletta Zanclea, ma la pianificazione demaniale non equivale da sola alla presenza di un porto turistico di comprensorio.
È dentro questa distanza tra linguaggio e realtà che si inserisce la cruda realtà. Il comprensorio continua spesso a galleggiare tra promesse di rete, panem et circenses (pane e giochi, espressione latina usata per indicare consenso costruito con distrazioni e benefici immediati), cerimonie, passerelle, oratorie estive, opposizioni e commenti da social network (rete sociale digitale) e improvvise accelerazioni preelettorali. L’impressione diffusa è che il lavoro pubblico, diretto o indiretto, resti per molti l’unica certezza desiderata, mentre l’iniziativa privata fatica a consolidarsi, chi ha competenze tende spesso a partire e chi resta senza agganci sopporta burocrazia, tributi, lentezze e timori reverenziali verso apparati percepiti come troppo chiusi.
Anche il quadro elettorale va aggiornato. Le elezioni amministrative siciliane si sono svolte il 24 e 25 maggio 2026 in 71 comuni, con eventuali ballottaggi fissati per il 7 e 8 giugno 2026. In provincia di Messina sono andati al voto, tra gli altri, Alì Terme, Giardini Naxos, Graniti, Limina e Savoca, mentre il Comune capoluogo ha votato nello stesso turno. Dunque non si tratta più di una scadenza futura, ma di una tornata appena celebrata, dentro la quale il consueto “scruscio” propagandistico si è già manifestato, intrecciando amministrative locali, posizionamenti regionali e prove di forza in vista degli equilibri siciliani.
Sulle Regionali siciliane, il dato certo è che il dibattito politico è già acceso, ma la scadenza ordinaria resta il 2027, salvo eventuali sviluppi anticipati. Cateno De Luca ha più volte evocato l’ipotesi di elezioni regionali anticipate nell’ottobre 2026, collegandola a possibili dimissioni di deputati regionali, mentre il presidente Renato Schifani ha replicato che la legislatura dovrebbe arrivare alla sua conclusione naturale nell’ottobre 2027. Anche Nino Minardo, segretario regionale della Lega in Sicilia, in un’intervista riportata dalla stampa siciliana, ha definito prematuro trasformare ogni passaggio amministrativo in campagna per Palazzo d’Orléans. Sono commenti politici rilevanti poiché mostrano come implicitamente il voto locale venga ormai letto anche come anticamera degli assetti regionali, quindi, sembrerebbe: da controllare e veicolare preventivamente, ciò che è in sostanza la Riviera ed entroterra ionico messinese e null’altro per la politica e le istituzioni. Insomma in questa zona ha funzionato: “dividi et impera” (letteralmente “dividi e comanda” o “dividi e conquista”) la nota locuzione latina che indica una strategia politica e sociale volta a mantenere il potere. Consiste nel governare e amministrare un popolo diviso fomentando rivalità e discordie, impedendo loro di coalizzarsi. Conosco bene qualche amministrazione che da decenni alternandosi è maestra in ciò mentenedo i rispettivi abitanti l’uno contro l’altro e ognuno per se. I risultati del paese sono sotto gli occhi di chi ancora può e vuole vedere.
Eppure la legge offre già strumenti per superare l’anacronistico subdolo campanilismo imperante in quest’area. Il TUEL (Testo unico degli enti locali), decreto legislativo 267 del 2000, prevede all’articolo 30 le convenzioni tra Enti locali, all’articolo 32 le unioni di Comuni e all’articolo 34 gli accordi di programma, cioè strumenti con cui più amministrazioni possono coordinare funzioni, servizi, uffici, risorse e obiettivi. Lo stesso TUEL prevede anche partecipazione, accesso agli atti e pubblicità dell’attività amministrativa, principi che dovrebbero consentire ai cittadini di controllare programmi, tempi, costi e risultati. La giurisprudenza più recente ha inoltre chiarito che la convenzione tra Enti locali non crea automaticamente un nuovo soggetto autonomo, ma serve a gestire funzioni e servizi condivisi, spesso attraverso un ente capofila. Dopo l’intervento della Corte costituzionale e il superamento dell’obbligo generalizzato di gestione associata, per i piccoli comuni la cooperazione è oggi soprattutto una scelta politica e amministrativa, non una formula magica imposta dall’alto.
Quando si parla di clientelismo, voto di scambio sociale e controllo del consenso, occorre però distinguere il giudizio politico dall’accertamento giuridico e specialmente dalla rilevanza penale, poiché le leggi intal senso sono state negli anni opportunamente annacquate e se non ci sono implicitazioni mafiose di solito il clientelismo non è perseguibile. La critica pubblica può denunciare opacità, dipendenze, promesse, rendite e relazioni di potere, ma le fattispecie penali richiedono prove precise. L’articolo 86 del DPR 570 del 1960 (Decreto del presidente della Repubblica sulle elezioni comunali) disciplina la corruzione elettorale, mentre l’articolo 416-ter c.p. (codice penale) riguarda lo scambio elettorale politico-mafioso. La Cassazione, con decisioni recenti, ha ribadito che lo scambio politico-mafioso è una fattispecie tecnica, legata a un accordo per procurare voti con modalità mafiose in vista di una consultazione determinata, e non può essere usata come semplice etichetta giornalistica per definire genericamente il malcostume politico.
Sicché, sono implicitamente da comprendersi molti concittadini: per certi versi è vero che il clientelismo “sociale”, se resta generico, opaco o fondato su favori non provati come scambio diretto con il voto, di solito è difficilmente perseguibile penalmente; però non è del tutto vero che il voto di scambio non mafioso sia sempre irrilevante, poiché l’articolo 96 del DPR (Decreto del presidente della Repubblica) 361 del 1957, varato sotto il Governo Segni I, punisce chi offre o promette denaro, utilità o impieghi pubblici o privati per ottenere voto o astensione, mentre l’articolo 86 del DPR 570 del 1960, sotto il Governo Tambroni, punisce condotte analoghe nelle elezioni comunali. Ma poi, a seguito di efferati eventi mafiosi, cogliendo l’occasione (come si fa in Italia da sempre sull’onda emozionale ed emergenziale), l’attenzione sul clientelismo politico si è iniziata a spostare essenzilmente a quello mafioso, con l’articolo 416-ter c.p. (codice penale) sullo scambio elettorale politico-mafioso, introdotto sull’onda dell’indignazione e rabbia popolare dopo la strage di Capaci del 23 maggio di quell’anno in cui fu ucciso il Magistrato Giovanni Falcone, sua moglie e parte della scorta. Emanato durante l’allora ennesimo VII Governo Andreotti, il decreto n. 306 dell’8 giugno 1992 (noto anche come Decreto Scotti-Martelli) sancì anche il regime carcerario del 41-bis per potenziare la lotta alla criminalità organizzata ed era stato una precedente proposta dello stesso Falcone). Fu poi convertito nella legge 7 agosto 1992, n. 356 al successivo Governo Amato I e dopo anche la strage di Via d’Amelio del 19 luglio nella quale fu ucciso il Magistrato Paolo Borsellino e quasi tutta la propria scorta. Fu ancora riformato nel 2014 con la legge 62 del Governo Renzi, che ampliò la nozione includendo “altra utilità” ma abbassò la pena da 7-12 anni a 4-10 anni; nel 2017, con la legge 103 del Governo Gentiloni, la pena fu riportata a 6-12 anni; nel 2019, con la legge 43 del Governo Conte I, la norma fu di nuovo rafforzata. In sintesi, il concetto pertanto appare anche corretto quando si dice, con rassegnazione e assuefazione e per sopravvivenza, che il clientelismo ordinario, senza prova di una promessa specifica, di un’utilità concreta e cospicua o di un metodo mafioso, spesso resta sul piano politico, etico o amministrativo; diventando invece penalmente rilevante quando si dimostra uno scambio elettorale preciso e cospicuo e nei casi più gravi, un patto con soggetti mafiosi o con modalità mafiose. Sicché il sottobosco politico-istituzionale è oggi più che mai notoriamente stracolmo quanto (guarda caso) altrettanto dissimulato, a cominciare dalle alte cariche dello Stato fino all’ultimo sgabello del più piccolo Ente locale, mentre contestualmente si inonda media, social e convegni, di morale, deontologia e sermoni.
Resta allora il nodo essenziale: la Riviera jonica messinese non ha bisogno dell’ennesima dichiarazione sulla bellezza dei luoghi, né dell’ennesimo documento che prometta di mettere in rete ciò che da anni resta scollegato. Ha bisogno di un’agenda pubblica comprensibile, con priorità poche e verificabili: mobilità tra costa ed entroterra, gestione unitaria della promozione turistica, accessi al mare dignitosi, sostegno alle imprese vere, servizi sociali e sanitari non episodici, recupero dei borghi, manutenzione, digitale utile e non ornamentale, attrazione di investimenti privati e un rapporto più maturo tra cittadini e amministrazioni. Senza questo salto, ogni campagna elettorale continuerà a riaccendere la stessa scena: promesse di sistema, piccoli feudi municipali, gruppi di fedelissimi, professionisti dell’attesa e residenti ridotti a spettatori di decisioni prese altrove. La democrazia formale c’è, le procedure pure, gli atti anche. Ora manca la parte più difficile: trasformare la legalità amministrativa in sviluppo reale, responsabilità misurabile e dignità quotidiana per chi in quei paesi vive, lavora, resta o vorrebbe tornare.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.






