Giovani italiani. Il muro torna a salire: Gli under 35 faticano a raggiungere lavoro stabile, casa e autonomia

Il VII Rapporto sul divario generazionale conferma ritardi strutturali per gli under 35 tra lavoro, casa, reddito, risparmio e prospettive di futuro. In Italia gli smodati apparati si divorano anche il futuro dei giovani

Sintesi

Il VII Rapporto 2025 della Fondazione RiES (Fondazione per la Ricerca Economica e Sociale, Ente del Terzo Settore) esplicita che il divario generazionale, GDI (Generational Divide Index, indice del divario generazionale) torna a peggiorare e arriva a 136 punti rispetto alla base 100 del 2006. I domini più critici restano pensioni, povertà, debito pubblico, parità di genere, reddito, ricchezza, welfare familiare, credito e risparmio. L’indagine sui giovani segnala che solo il 20% immagina il futuro nella propria città, mentre il 35,9% lo vede all’estero e il 44,1% in un’altra città italiana. Il dato da aggiornare è quello sui giovani nati all’estero, indicato nel rapporto al 53,7% e non al 53,6%. Sul piano normativo, il tema si lega alla riforma dell’articolo 9 della Costituzione del 2022, al D.M. (Decreto ministeriale) 8 luglio 2022 sulla VIG (Valutazione di Impatto Generazionale) e alla legge n. 167 del 10 novembre 2025, che ha introdotto l’obbligo di valutare l’effetto delle nuove norme sui giovani e sulle generazioni future.

Articolo

Il muro che i giovani italiani devono superare per costruire un percorso autonomo, stabile e dignitoso nella vita privata e professionale è tornato ad alzarsi. Non si tratta di una semplice immagine giornalistica, ma della rappresentazione usata dal VII Rapporto 2025 sul divario generazionale, intitolato “Nuove generazioni, vecchi squilibri: rompere l’inerzia”, curato dall’Osservatorio Politiche Giovanili della Fondazione RiES. La Fondazione ha pubblicato il rapporto il 28 maggio 2026, mentre il volume diffuso da Luiss University Press riporta nel PDF la prima edizione di aprile 2026. Per questo la data “ieri” presente nel testo di partenza va aggiornata con maggiore precisione, indicando la presentazione e pubblicazione del 28 maggio 2026.

Il dato centrale è confermato: l’Indice del divario generazionale, GDI (Generational Divide Index, cioè indice del divario generazionale), si attesta a 136 punti rispetto alla base 100 del 2006. Il peggioramento arriva dopo due anni di lieve recupero e segnala che la distanza tra giovani e generazioni adulte non si è ridotta in modo strutturale. Il rapporto misura il ritardo accumulato dagli under 35 (persone sotto i 35 anni) nel raggiungere alcune tappe essenziali della vita adulta, come l’ingresso nel lavoro, l’accesso a un’abitazione, la costruzione di una famiglia, la possibilità di risparmiare e la definizione di una prospettiva professionale stabile. Il metodo utilizza 14 domini e 43 indicatori riferiti al periodo 2006-2023, con fonti nazionali e internazionali, tra cui Istat (Istituto nazionale di statistica), Inps (Istituto nazionale della previdenza sociale), Banca d’Italia, Eurostat (ufficio statistico dell’Unione europea), Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), Onu (Organizzazione delle Nazioni Unite) e Commissione europea.

La fotografia che emerge è quella di una “persistente emergenza generazionale”. Le disuguaglianze non riguardano soltanto il reddito o la ricchezza, ma anche il benessere psicologico, l’accesso ai servizi fondamentali, le aspettative di vita, le opportunità abitative e la qualità dell’occupazione. I problemi più pesanti sono pensioni, povertà, debito pubblico, parità di genere, reddito, ricchezza e welfare familiare, oltre a credito e risparmio. Nel rapporto, pensioni, povertà e debito pubblico restano tra i punti più critici perché l’invecchiamento demografico comprime gli spazi di investimento per le politiche giovanili e sposta una parte crescente della spesa pubblica verso sanità e previdenza. L’indice di dipendenza, cioè il rapporto tra popolazione in età non attiva e popolazione in età lavorativa, è pari a 57,6 al 1° gennaio 2024, dato confermato anche da Istat. In pratica ogni 100 persone in età lavorativa, ci sono circa 58 persone considerate “non attive”, cioè soprattutto bambini, ragazzi e anziani. In parole semplici: chi lavora o potrebbe lavorare, deve sostenere (oltre che mantenere gli innumerevoli apparati), attraverso tasse, contributi, servizi pubblici e sistema pensionistico, un numero sempre più alto di persone che non sono nel mercato del lavoro. Più questo indice cresce, più aumenta il peso sociale ed economico sulle generazioni attive.

Il capitolo sulla povertà conferma una condizione particolarmente fragile per i giovani. Il rapporto considera povertà assoluta, rischio povertà e grave deprivazione materiale, espressione che indica l’impossibilità di sostenere spese essenziali, come riscaldare adeguatamente l’abitazione, affrontare imprevisti, consumare pasti adeguati o permettersi beni e servizi minimi. Nel dominio della parità di genere, il nodo più evidente resta il divario retributivo, soprattutto nel privato, tra giovani donne e giovani uomini, calcolato come differenza tra i guadagni orari lordi medi dei dipendenti di sesso maschile e femminile tra 25 e 34 anni. Nel denaro accantonato, il rapporto segnala una debolezza persistente nella capacità di accumulare risorse e proteggersi economicamente, con particolare attenzione all’indebitamento delle giovani famiglie, al risparmio sul PIL (Prodotto interno lordo) e alle polizze assicurative.

Il tema non è soltanto economico, ma anche territoriale e sociale. L’indagine condotta tra studenti e studentesse delle scuole secondarie di secondo grado e dei percorsi di formazione professionale dell’anno scolastico 2024-2025 ha coinvolto 908 giovani tra 13 e 20 anni. Solo il 20% immagina di costruire il proprio futuro nella propria città. Il 35,9% pensa all’estero, il 22,7% a un’altra regione italiana e il 21,5% alla propria regione ma non alla propria città, per un totale di 4 giovani su 5 proiettati altrove. Il dato racconta un Paese percepito come poco capace di trattenere energie, competenze e desideri, soprattutto nei territori in cui lavoro, casa, servizi e mobilità sociale appaiono più deboli. L’Italia è di tutta evidenza (almeno per chi ancora può e vuole vedere) divenuta una democrazia ormai da anni sulla via deviata, dominata sempre più per legge (le loro e per loro e seguiti) dagli innumerevoli smodati apparati pubblici-politici-istituzionali-economici, i quali per garantirsi e farsi mantenere insieme alle rispettive varie cerchie, divorano da sempre anche le risorse per i giovani e quando non bastano le forzose estorsioni fiscali e vessazioni burocratiche, ricorrono al debito pubblico che prima o poi potrebbe trasformarsi in un baratro per le nuove generazioni.

La propensione all’estero cresce in modo molto netto tra i giovani con una storia familiare migratoria. Il rapporto indica che il 65,1% dei nati in Italia da un genitore italiano e uno straniero immagina il proprio futuro fuori dai confini nazionali. La quota è del 57,2% tra i nati in Italia da genitori stranieri, del 53,7% tra i giovani nati all’estero e del 31,5% tra i nati in Italia da genitori italiani.

In ordine cronologico: l’analisi parte dal primo studio della Fondazione Bruno Visentini del 2015 sul divario generazionale, prosegue dal 2017 con la pubblicazione annuale dei rapporti sul tema da parte della Fondazione, arriva nel 2022 con due passaggi decisivi e giunge poi al 2025-2026. Il primo passaggio del 2022 è la legge costituzionale n. 1 dell’11 febbraio 2022, che ha modificato gli articoli 9 e 41 della Costituzione e ha inserito la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi anche nell’interesse delle future generazioni. Il secondo è il D.M. 8 luglio 2022, che ha adottato le Linee guida per la valutazione dell’impatto generazionale delle politiche pubbliche. Nel 2024 è stato presentato al Senato il disegno di legge sulla semplificazione normativa. Nel 2025 l’iter parlamentare si è chiuso con l’approvazione definitiva alla Camera del 29 ottobre. Il 10 novembre 2025 è stata approvata la legge n. 167, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 265 del 14 novembre 2025, che introduce la VIG, cioè la Valutazione di Impatto Generazionale, per gli atti normativi del Governo, con esclusione dei decreti-legge.

La VIG (Valutazione di Impatto Generazionale) serve a misurare in anticipo gli effetti sociali, ambientali ed economici delle norme sui giovani e sulle generazioni future. La legge n. 167 del 2025 collega questa valutazione all’AIR (Analisi di Impatto della Regolamentazione), cioè lo strumento con cui si stimano prima dell’approvazione gli effetti di una norma. La stessa legge introduce anche l’Osservatorio per l’impatto generazionale presso la Presidenza del Consiglio dei ministri e rafforza la valutazione dell’impatto di genere. In termini semplici, il principio è questo: prima di approvare nuove regole, il Governo deve domandarsi se quelle scelte lasceranno ai giovani più opportunità o più pesi.

Sul piano giurisprudenziale esiste una linea giuridica collegata all’equità tra generazioni. Il documento di analisi del Senato del febbraio 2026 richiama la riforma dell’articolo 9 della Costituzione e ricorda che la Corte costituzionale aveva già sviluppato il tema dell’interesse delle generazioni future in materia di risorse pubbliche, bilanci, pensioni e ambiente. Tra i precedenti richiamati figurano la sentenza n. 120 del 2024, sul rischio di trasferire nel tempo gli effetti di gestioni finanziarie inefficienti, le sentenze n. 235 del 2021 e n. 115 del 2020 sui disavanzi degli Enti, la sentenza n. 173 del 2016 sul trattamento pensionistico e le sentenze n. 105 del 2024 e n. 228 del 2021 in materia ambientale.

Tra i commenti autorevoli più recenti, Luciano Monti, docente di Politiche dell’Unione europea alla Luiss (Libera università internazionale degli studi sociali) e curatore del rapporto, collega l’altezza del “muro” alla scarsa capacità del Paese di aprire porte ai giovani e di attrarre talenti dalle economie avanzate. La ministra Maria Elisabetta Alberti Casellati, commentando l’approvazione della legge sulla semplificazione normativa, ha parlato di una legge innovativa pensata per semplificare il sistema normativo e fare in modo che le nuove norme guardino al futuro. ASviS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile), in un paper del 2026, ha definito delicato il passaggio dall’approvazione della norma alla sua concreta attuazione, perché la VIG può diventare utile solo se trasformata in pratica amministrativa reale e non in un adempimento formale.

Il significato politico e sociale del rapporto è quindi chiaro. L’Italia non è soltanto un Paese che invecchia, ma un Paese che rischia da tempo e tutt’oggi, di scaricare sui giovani il costo del proprio rallentamento. Il lavoro arriva tardi e spesso è fragile. La casa resta difficile da raggiungere. I redditi bassi comprimono il risparmio. Il debito pubblico riduce gli spazi di investimento. Le pensioni pesano sulla spesa futura. La parità di genere avanza meno di quanto servirebbe. La conseguenza è un senso di distanza che spinge una parte significativa dei giovani a immaginarsi altrove, non sempre per vocazione internazionale, ma spesso per mancanza di fiducia nel contesto in cui vivono.

Il rapporto citato non descrive un disagio passeggero, bensì uno squilibrio consolidato. Il “muro” dei 136 punti non è solo una misura statistica, ma il simbolo di un Paese che ha bisogno di spostare la politica pubblica dalla riparazione tardiva alla prevenzione. La nuova legge sulla Valutazione di Impatto Generazionale offre uno strumento, ma non basta scrivere il futuro nelle norme. Occorre finanziare politiche misurabili su lavoro, casa, istruzione, salute, risparmio, servizi e parità, altrimenti il rischio è che il muro continui a crescere e che i giovani, invece di scavalcarlo, scelgano semplicemente di andarsene.