Riviera ionica messinese, camion nei paesi e mini svincoli fermi. La politica deve rendere conto.

Rischi segnalati prima dei cantieri. Gli statuti impegnano anche le Unioni dei Comuni. Possibili risarcimenti e responsabilità penali per danni e omissioni accertati

Sintesi

I collegamenti autostradali destinati ai camion del raddoppio ferroviario restano al centro dell’emergenza viaria della Riviera ionica messinese. Alle procedure ambientali si aggiungono le criticità strutturali dei viadotti interessati. Il problema è arrivato nuovamente all’Assemblea regionale siciliana il 14 ottobre. Le comunità attendono percorsi sicuri.

Il rischio del traffico pesante nei centri abitati era stato segnalato prima dell’apertura degli attuali cantieri. Mediterranea24 ha ricostruito la richiesta di collegamento con l’A18 avanzata da Scaletta Zanclea nel 2018. Le soluzioni provvisorie si sono sviluppate successivamente. I disagi erano prevedibili.

Le Unioni dei Comuni hanno un ruolo da chiarire pubblicamente. Negli archivi consultati esistono iniziative sul raddoppio e sulla viabilità, ma non è emerso un piano unitario, aggiornato e verificabile per affrontare il traffico dei cantieri. Anche i paesi collinari dipendono dai collegamenti costieri. Serve un coordinamento riconoscibile.

Le responsabilità possono andare oltre il giudizio politico quando si verificano danni riconducibili a condotte o omissioni. La giurisprudenza richiama gli obblighi dei custodi delle strade e di chi deve prevenire i pericoli. Occorrono però accertamenti sulle singole competenze. Nessun risarcimento è automatico.

Articolo

I cantieri ferroviari sono partiti, ma il sistema di collegamenti necessario a ridurre il passaggio dei camion nei paesi non ha ancora fornito la risposta attesa. Sulla Riviera ionica messinese, il raddoppio ferroviario continua così a intrecciarsi con un problema che riguarda la vita quotidiana: attraversare le strade, raggiungere casa e lavoro, tutelare abitazioni e attività commerciali, mantenere accessibili i collegamenti con i centri collinari.

Il 14 ottobre la questione è tornata formalmente davanti alla commissione Ambiente, territorio e mobilità dell’Ars (Assemblea regionale siciliana). L’ordine del giorno dell’audizione ha riunito i ritardi delle rampe autostradali di cantiere, le limitazioni sui ponti Mili e Galati, l’interdizione della passerella sul torrente Nisi e i rischi per la prosecuzione dei lavori e per l’occupazione. Nella stessa giornata era prevista un’audizione sulle misure di sicurezza di A18 e A20. È il riconoscimento istituzionale di un problema che supera i confini dei singoli municipi.

Autorizzazioni ambientali e sicurezza dei viadotti

Alcuni controlli ambientali risultano superati, ma questo non significa che si possano già costruire tutte le rampe. Oggi, 17 ottobre 2026, la scheda del Ministero sugli svincoli provvisori indica che una verifica si è conclusa positivamente il 7 ottobre. La parola “Ottemperata” significa che le prescrizioni esaminate in quella procedura risultano rispettate. Un’altra verifica ambientale aveva avuto esito positivo il 4 agosto. Non essendo stato possibile leggere gli atti completi, non si può però affermare che ogni rampa abbia ottenuto tutti i permessi necessari.

Resta poi una questione diversa: verificare se i viadotti possano sostenere in sicurezza le modifiche previste e il passaggio dei camion. Il Mase (Ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica) si occupa degli aspetti ambientali. La sicurezza dei ponti, delle corsie e della circolazione riguarda invece anche il Mit (Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti) e il Cas (Consorzio per le autostrade siciliane, che gestisce l’autostrada). Il superamento dei controlli ambientali, quindi, non risolve automaticamente i problemi strutturali.

Le criticità segnalate dall’ingegnere Placido Migliorino (dirigente ministeriale incaricato delle verifiche sulla rete autostradale siciliana) riguardano proprio questo secondo piano. Secondo le ricostruzioni di stampa, la configurazione progettuale con 3 corsie per carreggiata sui viadotti Fiumedinisi e d’Agrò è stata giudicata incompatibile con le condizioni strutturali richiamate nella relazione. Il rilievo riguarda quella soluzione progettuale: non equivale alla dimostrazione che qualsiasi collegamento alternativo sia impossibile.

La risposta deve quindi essere tecnica e pubblica: chiarire se occorrano modifiche ai progetti, quali interventi siano necessari sui viadotti, chi debba autorizzarli e quale calendario sia concretamente sostenibile. Continuare ad annunciare un generico “ultimo miglio” senza sciogliere questi punti alimenta aspettative che i cittadini non possono verificare.

Un problema conosciuto prima dei cantieri

Si sapeva già prima dell’apertura dei cantieri che i camion avrebbero attraversato i paesi, creando traffico e rischi per i cittadini. Il Consiglio comunale di Scaletta Zanclea (Comune costiero ionico della Città metropolitana di Messina), con la deliberazione n. 37 del 27 novembre 2018, aveva segnalato il problema e chiesto collegamenti diretti con l’A18 per ridurre il passaggio dei mezzi pesanti sulla Statale 114. Come ha ricostruito Mediterranea24 nell’approfondimento sul traffico dei camion già previsto negli atti del 2018, quella proposta non fu inserita nelle opere del progetto originario. Gli attuali svincoli provvisori sono stati progettati successivamente e non sono la stessa soluzione chiesta allora.

Nel settembre 2023 veniva già annunciato un calendario dei passaggi necessari per realizzare le rampe. Le notizie riguardavano anche gli accessi di Sant’Alessio Siculo e Nizza di Sicilia (Comuni costieri ionici della Città metropolitana di Messina). Nel marzo 2024 la stampa riferiva della presentazione delle richieste di verifica ambientale al Ministero. Lo scopo era chiaro: consentire ai camion dei cantieri di raggiungere direttamente l’autostrada, riducendo il transito nelle strade dei paesi. Nel 2026, con il problema ancora aperto, gli enti coinvolti devono spiegare perché quei passaggi non abbiano ancora portato alla soluzione attesa.

La domanda politica è quindi che cosa sia stato fatto concretamente per proteggere i cittadini e con quali risultati. Presentare richieste, partecipare a riunioni e protestare conta, ma occorre anche spiegare quali risposte siano arrivate, quali ostacoli siano rimasti e chi debba superarli. I documenti dimostrano che alcuni amministratori avevano segnalato il problema. La critica riguarda l’insufficienza dei risultati ottenuti rispetto a un rischio conosciuto da anni.

Le Unioni dei Comuni, quali iniziative risultano

Da Taormina a Scaletta, i Comuni sono riuniti in Unioni diverse, ciascuna con propri amministratori e compiti. Operano le Valli joniche dei Peloritani, il Comprensorio Naxos-Taormina, la Valle del Nisi-Area delle Terme e la Valle di Monte Scuderi. Per capire chi abbia agito e chi eventualmente sia rimasto fermo, bisogna verificare separatamente le decisioni di ciascuna.

L’Unione delle Valli joniche dei Peloritani si è occupata di questioni collegate al raddoppio e alla viabilità. Nell’archivio dell’Albo pretorio risultano 2 deliberazioni del 3 novembre 2022: la n. 12 sul futuro della vecchia linea ferroviaria dopo il raddoppio e la n. 11 sui lavori del ponte Agrò. Questi documenti dimostrano che l’Unione è intervenuta su quei temi. Resta da sapere quali azioni concrete siano seguite e quali risultati abbiano prodotto per i cittadini.

Ambiente, salute, viabilità e trasporti rientrano negli impegni previsti dal suo statuto. Gli articoli 2 e 6 dello statuto dell’Unione richiamano questi settori insieme alla protezione civile. È quindi fondato chiedere che cosa abbia fatto per affrontare il traffico dei cantieri. Per stabilire se abbia mancato a un preciso obbligo amministrativo, bisogna però verificare anche quali compiti le siano stati effettivamente affidati e quali fondi, personale e mezzi abbia ricevuto dai Comuni.

Per l’Unione Naxos-Taormina, tra gli atti più recenti esaminati non è stata individuata una decisione specifica sulle rampe dei cantieri ferroviari. Le deliberazioni visualizzate riguardano soprattutto bilanci, programmi e incarichi negli organi dell’ente. Questo non dimostra che l’Unione non abbia fatto nulla: potrebbero esistere altri documenti o lettere non esaminati. Anche il suo statuto comprende ambiente, protezione civile, viabilità e trasporti. L’ente dovrebbe quindi rendere pubblico quali iniziative abbia assunto su questa emergenza.

Per l’Unione Valle del Nisi-Area delle Terme non sono stati reperiti documenti specifici sui mini-svincoli. L’ente riunisce Fiumedinisi, Alì Terme e Nizza di Sicilia (Comuni della Città metropolitana di Messina, il primo collinare e gli altri costieri ionici) e indica fra i propri obiettivi la programmazione del territorio e la collaborazione fra le comunità. Occorre chiarire se abbia affrontato il problema, con quali richieste e con quali risposte. La mancanza di documenti reperiti non basta, da sola, a dimostrare che non sia intervenuta.

Per l’Unione Valle di Monte Scuderi, formata da Itala e Scaletta Zanclea, la verifica è rimasta limitata perché il sito non era accessibile durante la consultazione. Nell’Albo di Scaletta è stato trovato un atto del settembre 2026 relativo a un progetto di sentieri, che conferma attività dell’Unione ma non riguarda i camion o le rampe ferroviarie. Non ci sono dunque elementi sufficienti per dire che cosa abbia fatto su questa vicenda.

Dai documenti esaminati non è emerso un piano condiviso fra queste Unioni per affrontare insieme il traffico dei cantieri. Non sono stati controllati integralmente tutti gli archivi di tutti i Comuni, ma la domanda politica resta precisa: quali decisioni comuni sono state prese, chi deve attuarle e quando si vedranno i risultati? Le Unioni dovrebbero pubblicare richieste, risposte ricevute, interventi e scadenze. Il problema riguarda anche i paesi collinari, perché i loro abitanti devono percorrere le stesse strade costiere per raggiungere scuole, servizi e luoghi di lavoro.

La sicurezza viene prima della propaganda

La critica politica è che i cittadini non sono stati protetti abbastanza da un problema conosciuto da anni. Si sapeva che i camion dei cantieri avrebbero attraversato i paesi, ma le soluzioni per ridurre traffico, disagi e rischi non sono arrivate in tempo. Ogni Ente deve spiegare che cosa poteva fare e che cosa ha fatto: chi doveva progettare i collegamenti, chi autorizzarli, chi imporre condizioni di sicurezza e chi controllarne il rispetto.

Un’Amministrazione non si giudica soltanto dalle feste, dalle sagre e dagli spettacoli che organizza con soldi pubblici. Deve dimostrare altrettanto impegno nel garantire strade sicure, manutenzione e tutela della salute. I cittadini hanno diritto di conoscere le priorità della spesa. Per affermare che i soldi degli eventi siano stati tolti alla sicurezza, però, bisogna dimostrarlo attraverso i bilanci: alcune risorse potrebbero avere una destinazione obbligatoria e non essere utilizzabili per altri interventi.

Gli applausi sui social non cancellano i problemi e non rendono un’Amministrazione immune dalle critiche. Chi segnala un pericolo o chiede conto di un ritardo esercita un proprio diritto e non deve essere trattato come un nemico del sindaco o del Comune. Amministratori e sostenitori dovrebbero rispondere nel merito delle osservazioni, senza screditare chi le presenta. Il consenso non esonera dal dovere di dare spiegazioni.

Chi può rispondere dei danni

Chi ha il compito di gestire una strada deve mantenerla sicura, controllarne le condizioni e segnalare i pericoli. Lo prevede l’articolo 14 del Codice della strada. Per individuare chi debba intervenire bisogna prima sapere a chi appartiene la strada e chi la gestisce: il Comune non è automaticamente responsabile di tutte le strade che attraversano il suo territorio. Per quelle affidate in concessione, questi obblighi spettano normalmente al concessionario.

Se una buca o un altro difetto della strada provoca un danno, chi lo subisce può chiedere un risarcimento al soggetto che doveva custodirla. L’articolo 2051 del Codice civile richiede al cittadino di dimostrare che quel difetto abbia causato il danno: per esempio, che una determinata buca abbia provocato la caduta o danneggiato l’auto. Non deve anche dimostrare che il gestore conoscesse già quella buca. Il custode, per evitare il risarcimento, deve provare una causa che lo liberi dalla responsabilità, come un evento imprevedibile e inevitabile. Anche il comportamento del danneggiato può incidere sul diritto al risarcimento e sul suo importo.

La Cassazione ha confermato questi principi con la sentenza n. 20943 del 2022 e con l’ordinanza n. 21762 del 29 luglio 2025, relativa a una caduta provocata da una buca. Queste pronunce spiegano come valutare la responsabilità del custode della strada, ma non stabiliscono chi sia responsabile dei problemi dei cantieri della Riviera ionica.

Chi provoca un danno per imprudenza, negligenza o volontariamente può essere obbligato a risarcirlo. È la regola dell’articolo 2043 del Codice civile. Se un camion urta un’auto, bisogna accertare la responsabilità di quell’incidente. Se si danneggia un’abitazione, bisogna verificare attraverso accertamenti tecnici se il danno dipenda dai lavori, dalle vibrazioni o da altre cause. Il fatto che una crepa compaia mentre il cantiere è aperto non dimostra, da solo, che sia stato il cantiere a provocarla.

Per ottenere un risarcimento bisogna quindi documentare che cosa è successo, quale danno è stato subito e da che cosa è stato causato. Sono utili fotografie datate, verbali, certificati medici, fatture delle riparazioni, perizie e segnalazioni scritte con ricevuta di consegna o numero di protocollo. Per rumori e polveri possono servire anche misurazioni tecniche. Un disagio che riguarda tutto il paese non dà automaticamente diritto a un pagamento: ciascuno deve dimostrare il danno per il quale chiede di essere risarcito.

Quando può esserci una responsabilità penale

Se una persona rimane ferita o muore a causa di un pericolo sulla strada, può esserci anche una responsabilità penale di chi doveva intervenire e non lo ha fatto. Bisogna però dimostrare che quella persona avesse il compito e i poteri per agire, che abbia mancato ai propri doveri e che questo abbia contribuito a provocare l’incidente. Essere sindaco, assessore, dirigente o presidente di un’Unione non rende automaticamente colpevoli: occorre accertare le responsabilità di ciascuno.

La Cassazione, con la sentenza n. 5353 del 10 febbraio 2026, ha chiesto di verificare proprio chi dovesse occuparsi della sicurezza. Il caso riguardava una persona ferita dopo una caduta su una pista ciclabile. La Corte ha disposto un nuovo processo per chiarire chi avesse i compiti di manutenzione e controllo, considerando sia gli incarichi ufficiali sia le funzioni svolte concretamente. Non ha emesso una condanna definitiva. Ha spiegato che bisogna ricostruire come funzionavano davvero gli uffici e che, sullo stesso pericolo, possono avere obblighi più persone.

Sul piano politico si può quindi chiedere con fermezza agli amministratori perché un problema conosciuto non sia stato risolto. Per affermare che qualcuno debba risarcire un danno o rispondere di un reato servono invece prove precise. Chiedere conto delle decisioni è legittimo; dichiarare tutti colpevoli senza accertamenti non lo è.

Progetti, costi e scadenze da rendere pubblici

Resta da chiarire chi pagherà le rampe: chi dovrà costruirle, modificarle se necessario, mantenerle sicure e demolirle quando non serviranno più. Per saperlo bisogna leggere contratti e accordi. Nei documenti esaminati non è stato trovato un prospetto completo che indichi quanto spetti a ciascuno. Non si può quindi affermare con certezza quali costi siano a carico delle imprese, di Rfi, del Cas o dei Comuni.

Gli Enti coinvolti devono rendere pubblico un piano che spieghi che cosa manca per aprire ogni rampa, chi deve provvedere e in quali tempi. Il piano deve indicare anche i controlli sulla sicurezza dei viadotti, le strade che i camion potranno percorrere e le misure per proteggere gli abitanti. Anche per la riapertura del ponte Agrò sulla Statale 114, tra Santa Teresa di Riva e Sant’Alessio Siculo, bisogna stabilire come far circolare i mezzi pesanti senza creare nuovi pericoli nei paesi. Le fonti consultate indicano la riapertura entro fine ottobre, ma si tratta di una previsione, non della conferma che il ponte sia già aperto.

Il problema riguarda anche il lavoro e il reddito delle famiglie. Mediterranea24 ha già raccontato le difficoltà dei cantieri e il ricorso alla cassa integrazione, oltre alle richieste di collegamenti autostradali avanzate fin dal 2018. Ora servono decisioni con responsabili e scadenze precise: i cittadini devono sapere chi deve intervenire, quando e con quali soldi.