Palermo. Il presunto mercato nero delle case popolari: a un soggetto in breve tempo assegnati dieci alloggi

L’inchiesta sulle case popolari di Palermo ipotizza assegnazioni irregolari e interessi mafiosi. Le indagini si estendono a traffici di droga e affari criminali collegati anche allo Stretto di Messina

Sintesi

A Palermo si allarga l’inchiesta sul presunto racket delle case popolari gestite dal Comune nelle aree di Tommaso Natale, Marinella e Zen 2. I Carabinieri hanno sequestrato documenti negli uffici comunali dell’Emergenza abitativa per verificare canoni, residenze, sgomberi e assegnazioni sospette. Al centro delle verifiche vi sarebbero cambi di residenza anomali collegati a un soggetto vicino agli ambienti criminali che avrebbe avuto intestati oltre 10 alloggi in pochi mesi. Gli investigatori ipotizzano un sistema di cessione abusiva delle abitazioni popolari a pagamento. L’indagine trae origine da episodi avvenuti tra la fine del 2024 e il 2025 durante operazioni di sgombero alla Marinella. Emergono inoltre sospetti su un tariffario illegale per l’acquisto o l’occupazione degli immobili con richieste di denaro assimilabili al pizzo mafioso. Parallelamente continuano tensioni e sparatorie allo Zen 2 legate a una possibile nuova faida tra gruppi criminali per il controllo del territorio, delle estorsioni, delle scommesse clandestine e di altri traffici illeciti.

Articolo

Si estende su Palermo la nuova ombra del presunto racket delle case popolari, un fenomeno che secondo gli investigatori intreccerebbe abusivismo, interessi criminali, pressioni mafiose e gestione irregolare degli alloggi pubblici comunali tra Tommaso Natale, Marinella e Zen 2. L’indagine, coordinata dalla Procura della Repubblica del capoluogo siciliano, avrebbe acceso i riflettori su documentazioni amministrative, cambi di residenza considerati anomali e presunte assegnazioni sospette relative agli immobili a canone calmierato amministrati dal Comune e non dall’IACP (Istituto Autonomo Case Popolari).

A marzo del 2025 i Carabinieri hanno eseguito un’acquisizione di atti negli uffici dell’assessorato comunale all’Emergenza abitativa situati nell’area dei Cantieri culturali della Zisa. I militari dell’Arma hanno sequestrato fascicoli, pratiche amministrative e documenti riguardanti canoni di locazione, procedure di acquisizione, ordinanze di sgombero, residenze temporanee, subentri e regolarizzazioni. Gli accertamenti mirano a ricostruire l’intera filiera gestionale delle palazzine popolari dove, secondo le ipotesi investigative, alcune abitazioni sarebbero state occupate abusivamente con documenti ritenuti dubbi o sospetti.

Uno dei casi ritenuti più delicati riguarderebbe i continui cambi di residenza collegati a un soggetto vicino ad ambienti della criminalità organizzata che avrebbe avuto intestati oltre 10 alloggi popolari in differenti quartieri della città nell’arco di pochi mesi. Secondo gli investigatori, tali passaggi potrebbero nascondere un presunto sistema di cessione illegale degli immobili a nuclei abusivi dietro compenso economico. Le verifiche starebbero tentando di comprendere se vi siano state complicità amministrative, omissioni oppure utilizzi impropri delle procedure previste per le emergenze abitative.

L’origine dell’inchiesta risalirebbe alla fine del 2024 quando una pattuglia della polizia municipale accompagnò personale comunale dell’Emergenza abitativa in alcuni immobili della Marinella per liberare e riconsegnare 2 appartamenti agli aventi diritto. In quella circostanza furono trovate famiglie provenienti dal quartiere San Filippo Neri, noto anche come Zen 2, che occupavano abusivamente gli alloggi. Dopo il primo invito bonario allo sgombero e l’avvio delle pratiche amministrative, gli agenti tornarono negli immobili per la riconsegna ufficiale delle abitazioni.

In uno degli appartamenti venne trovato Antonino Ciaramitaro, da poco scarcerato dopo una condanna definitiva a 6 anni per associazione mafiosa. L’uomo sostenne di avere diritto a rimanere nell’immobile mostrando un certificato di residenza collegato a un familiare deceduto. L’episodio provocò tensioni e rese necessario l’intervento della Polizia. Successivamente il documento venne revocato e la vicenda fu segnalata alla Procura, alla Prefettura e alla Questura. L’assessorato comunale guidato da Fabrizio Ferrandelli avviò ulteriori verifiche interne sugli atti e sulle procedure relative alla vicenda.

Dalle successive attività investigative sarebbe emerso anche un presunto tariffario del mercato illegale delle abitazioni popolari. Secondo quanto ipotizzato dagli inquirenti, gli intermediari vicini agli ambienti mafiosi avrebbero offerto 2 possibilità agli occupanti abusivi: acquistare informalmente l’alloggio pagando somme comprese tra 25 mila e 30 mila euro oppure versare un pizzo mensile di circa 300 euro per mantenere l’occupazione senza subire pressioni o sgomberi. In alcuni casi, secondo le ricostruzioni investigative, energia elettrica e acqua sarebbero state fornite attraverso collegamenti irregolari controllati dalla criminalità. Il nome della famiglia Ciaramitaro ritorna frequentemente negli atti investigativi più recenti. Domenico Ciaramitaro, soprannominato “Pitbull”, era già stato coinvolto nell’operazione antimafia culminata nel febbraio 2025 con 181 arresti eseguiti dai carabinieri contro mandamenti mafiosi palermitani. Secondo gli atti giudiziari, il suo nome sarebbe stato collegato a estorsioni, piattaforme illegali e gestione del gioco d’azzardo clandestino. Attualmente risulta imputato insieme ad altri 36 soggetti in uno dei filoni processuali derivati dall’inchiesta.

Le nuove indagini starebbero inoltre seguendo la scia delle recenti intimidazioni avvenute tra Sferracavallo, Tommaso Natale e Isola delle Femmine. Gli investigatori starebbero monitorando anche figure storiche della criminalità organizzata tornate in libertà negli ultimi anni, tra cui Calogero Lo Piccolo e Giuseppe Biondino, figli rispettivamente del boss Salvatore Lo Piccolo, conosciuto come “Totuccio”, e di Salvatore Biondino, storico autista di Totò Riina al momento dell’arresto del capo di Cosa nostra il 15 gennaio 1993.

Nel frattempo allo Zen 2 continuano a registrarsi esplosioni di colpi d’arma da fuoco tra padiglioni e abitazioni. Secondo gli investigatori, gli episodi potrebbero essere collegati a una nuova contrapposizione interna tra gruppi emergenti intenzionati a conquistare spazi di comando nel territorio. Le intimidazioni contro automobili e finestre sarebbero interpretate come segnali di controllo mafioso e di pressione verso commercianti e residenti in relazione alle richieste estorsive degli ultimi mesi.

Gli inquirenti stanno verificando anche il possibile ruolo di detenuti e soggetti detenuti in regime carcerario che, pur reclusi, riuscirebbero ancora a trasmettere ordini e indicazioni operative all’esterno attraverso canali riservati. Secondo diverse inchieste antimafia degli ultimi anni, il fenomeno delle comunicazioni clandestine dal carcere continua infatti a rappresentare uno degli strumenti utilizzati da Cosa nostra per mantenere i collegamenti con i mandamenti territoriali. Tra i nomi nuovamente finiti sotto osservazione compare anche Gaetano Ciaramitaro, già coinvolto nell’operazione “Apocalisse” del 2014 e condannato in passato a 10 anni di reclusione con il sequestro di beni superiori a 200 mila euro, compresa una storica macelleria del quartiere Marinella ritenuta dagli investigatori luogo di incontri e relazioni mafiose. Attraverso il proprio legale, Gaetano Ciaramitaro ha dichiarato di essere estraneo agli episodi recenti.

Secondo le ricostruzioni investigative, la famiglia Ciaramitaro avrebbe operato seguendo le direttive di Francesco Stagno, ritenuto vicino ai reggenti Nunzio e Domenico Serio, considerati figure influenti nel settore delle scommesse clandestine e del riciclaggio di denaro. Gli investigatori ritengono che il business delle piattaforme illegali avrebbe consentito di moltiplicare rapidamente capitali illeciti e reinvestirli in ulteriori attività criminali.

Le indagini attualmente in corso si starebbero allargando anche oltre il territorio palermitano e comprenderebbero possibili interessi immobiliari, traffici di sostanze stupefacenti e collegamenti economici tra gruppi criminali attivi su entrambe le sponde dello Stretto di Messina. Magistrati e forze dell’ordine stanno inoltre approfondendo eventuali connessioni tra racket delle case popolari, estorsioni, spaccio e gestione delle occupazioni abusive.

Sul piano normativo, la legislazione italiana prevede già strumenti severi contro l’occupazione abusiva degli immobili pubblici e contro le infiltrazioni mafiose nell’edilizia residenziale pubblica. Il Codice antimafia, aggiornato negli ultimi anni con nuove misure patrimoniali e preventive, consente sequestri, controlli amministrativi e interdittive nei confronti di soggetti ritenuti collegati alla criminalità organizzata. Diverse sentenze della Corte di Cassazione hanno inoltre ribadito negli anni recenti la legittimità degli sgomberi immediati negli alloggi occupati senza titolo e la possibilità di contestare reati associativi quando l’occupazione abusiva viene gestita attraverso metodi mafiosi o intimidatori.

Negli ultimi mesi Magistrati, studiosi ed esponenti delle istituzioni hanno più volte evidenziato come il controllo delle case popolari rappresenti storicamente uno degli strumenti attraverso cui le organizzazioni mafiose consolidano consenso sociale e presenza territoriale. Secondo diversi osservatori antimafia, la gestione illegale degli alloggi pubblici consentirebbe infatti ai clan di esercitare pressione economica sulle famiglie fragili, alimentare reti clientelari e rafforzare il controllo sociale nei quartieri periferici.