Amministrative 2026. Secondo l’Antimafia sono 28 i candidati “impresentabili” tra Sicilia e Calabria

La Commissione parlamentare antimafia ha pubblicato l’elenco dei candidati ritenuti non conformi al codice etico dei partiti

Sintesi

La Commissione parlamentare antimafia ha indicato 28 candidati ritenuti “impresentabili” in vista delle elezioni amministrative del 24 e 25 maggio 2026 dopo controlli effettuati in 35 Comuni italiani, compresi diversi centri siciliani e calabresi. Nell’elenco figurano candidati sindaco e consiglieri coinvolti in processi, rinvii a giudizio o amministrazioni comunali sciolte per infiltrazioni mafiose. Tra i nomi più discussi vi sono Luigi Gentile ad Agrigento e alcuni candidati di Randazzo, Comune sciolto per mafia nel 2024. I diretti interessati respingono le accuse e rivendicano la presunzione di innocenza. La Commissione precisa che non si tratta di sentenze giudiziarie ma dell’applicazione del codice di autoregolamentazione sottoscritto dai partiti politici.

Articolo

Sono 28 i candidati definiti “impresentabili” dalla Commissione parlamentare antimafia in vista delle elezioni amministrative del 24 e 25 maggio 2026. L’elenco è stato illustrato dalla presidente della Commissione, Chiara Colosimo, al termine delle verifiche condotte in 35 Comuni italiani sulla base del codice di autoregolamentazione adottato dai partiti, dai movimenti politici e dalle liste civiche. Le verifiche hanno riguardato soprattutto Comuni sciolti per infiltrazioni mafiose oppure territori considerati sensibili sotto il profilo della criminalità organizzata.

Tra i casi maggiormente discussi compare quello di Luigi Gentile, candidato sindaco di Agrigento sostenuto dalle liste “Democrazia cristiana”, “Noi moderati-Partito popolare europeo-Sud chiama Nord”, “Lega-Agrigento” e “Gentile sindaco di Agrigento-Prima l’Italia”. Secondo la Commissione antimafia, nei confronti del candidato il GUP (Giudice dell’udienza preliminare) del Tribunale di Agrigento dispose il 12 marzo 2021 il rinvio a giudizio per bancarotta fraudolenta in relazione a vicende societarie risalenti al 2007. Il procedimento risulta ancora pendente. Gentile, commercialista di professione, ha dichiarato pubblicamente di confidare in una futura assoluzione sostenendo che la contestazione riguardi esclusivamente approvazioni di bilanci societari datati.

Il capitolo più consistente dell’elenco riguarda però Randazzo, Comune della provincia di Catania sciolto per infiltrazioni mafiose il 26 gennaio 2024 durante l’amministrazione guidata dall’ex sindaco Francesco Sgroi, successivamente dichiarato incandidabile dalla Corte di Cassazione nel marzo 2026. Dopo circa 18 mesi di gestione commissariale, poi prorogata di ulteriori 6 mesi, il Comune è tornato al voto con 5 candidati sindaco sostenuti da liste civiche. Tra i candidati considerati “impresentabili” figura Alfio Pillera, noto anche come Freddy Pillera, candidato della lista “Trasparenza e legalità-Freddy Pillera sindaco Randazzo”. La Commissione richiama un rinvio a giudizio per truffa aggravata collegata ai contributi agricoli AGEA (Agenzia per le erogazioni in agricoltura), con aggravante del metodo mafioso prevista dall’articolo 416-bis del Codice penale. Pillera ha respinto ogni addebito dichiarando di non avere riportato alcuna condanna e sostenendo che il dibattimento non sia ancora iniziato.

Sempre a Randazzo risultano indicati dalla Commissione Gianluca Giuseppe Anzalone e Concetta Carla Luisa Foti, candidati sindaco rivali ma già assessori dell’amministrazione comunale poi sciolta per mafia. La Commissione ha richiamato il principio contenuto nel codice etico che considera non opportuno sostenere amministratori coinvolti in enti locali sciolti per infiltrazioni mafiose. Foti ha dichiarato di non essere mai stata coinvolta in procedimenti giudiziari né in vicende collegate allo scioglimento del Comune. In sua difesa è intervenuto anche Marco Falcone, sostenendo che le valutazioni della Commissione antimafia non possano essere equiparate a sentenze giudiziarie definitive.

Analoga posizione è stata espressa da Anthony Barbagallosegretario regionale del Partito Dermocratico, in favore di Anzalone. Quest’ultimo, già vicesindaco dell’amministrazione Sgroi e sostenuto senza simbolo dal PD (Partito democratico) siciliano, ha affermato di avere il casellario giudiziale pulito, di non essere indagato e di non comparire nella relazione prefettizia che portò allo scioglimento del Comune.

Nell’elenco compare inoltre Emilio Emanuele La Piana, anch’egli amministratore del Comune sciolto. Il candidato ha contestato l’etichetta di “impresentabile” dichiarando di avere sempre operato con correttezza e spirito di servizio verso la comunità locale.

Fuori dall’elenco ufficiale della Commissione ma frequentemente citato nel dibattito politico randazzese vi è anche Enzo Ceraulo, assessore designato dal candidato sindaco Filippo Bertolo e coinvolto in un procedimento penale relativo ai fondi AGEA per presunti fatti del 2017. Ceraulo ha dichiarato di sentirsi estraneo alle accuse e di attendere il processo davanti ai Magistrati di Catania.

Tra i nomi discussi nel contesto politico locale compare pure Maria Cristina Gullotto, ex consigliera comunale e sindacalista candidata nella coalizione di Nino Grillo. Alcuni ambienti politici locali hanno richiamato i legami familiari del compagno con Francesco Rosta, ritenuto dagli investigatori vicino alla famiglia mafiosa dei Ragaglia. Gullotto ha replicato sostenendo l’assoluta estraneità personale e ricordando di essere stata all’Opposizione durante l’amministrazione poi sciolta.

Tra gli altri candidati indicati dalla Commissione figurano Giovanni Macrì, candidato sindaco di Tropea in Calabria con la lista “Forza Tropea”, e Giuseppe Rodolico, candidato con la lista “Insieme per Tropea”. Anche Tropea rientra tra i Comuni monitorati per precedenti vicende di infiltrazione mafiosa e commissariamento.

La Commissione parlamentare antimafia ha precisato che il criterio adottato non coincide con una condanna definitiva ma con il codice di autoregolamentazione sottoscritto dai partiti politici. Tale codice prevede l’impegno a non candidare soggetti rinviati a giudizio, condannati anche in via non definitiva, sottoposti a misure cautelari oppure coinvolti in amministrazioni sciolte per mafia. Si tratta di una disciplina politica interna e non di una sanzione giudiziaria.

Sul piano giuridico, il riferimento normativo resta il decreto legislativo n. 235 del 2012, conosciuto come “Legge Severino”, che disciplina incandidabilità, ineleggibilità e decadenza degli amministratori pubblici condannati per determinati reati. A ciò si aggiungono il Codice antimafia e le disposizioni sugli scioglimenti dei Comuni per infiltrazioni mafiose previste dal Testo unico degli enti locali. Negli ultimi anni la Corte costituzionale e il Consiglio di Stato hanno più volte ribadito la legittimità delle misure preventive contro il rischio di condizionamento mafioso delle amministrazioni locali.

Il dibattito politico resta molto acceso soprattutto in Sicilia, dove diversi esponenti istituzionali hanno sottolineato la necessità di distinguere il piano etico-politico da quello giudiziario. Alcuni partiti rivendicano infatti il principio della presunzione di innocenza garantito dall’articolo 27 della Costituzione, mentre associazioni antimafia e movimenti civici chiedono criteri ancora più rigidi nella selezione delle candidature per evitare ombre sulle istituzioni locali, ma saranno almeno cinquantanni che se dibatte.