Nozze imposte, social e discoteche: giovani donne tra minacce e violenze

Ricercatrice pakistana minacciata dalla famiglia. Il precedente di Saman Abbas. Il Viminale registrò 35 reati nel 2019–21 legati a matrimoni forzati. Nel Centro-Sud spicca la Sicilia. Presunte violenze a Castellammare e Rimini

Sintesi

Ayesha, nome di fantasia, ha 29 anni, vive a Trieste e svolge un dottorato di ricerca. Gli zii materni vorrebbero imporle il matrimonio con un parente che non ha mai incontrato e l’avrebbero minacciata di morte in caso di rifiuto. La giovane valuta di chiedere protezione internazionale: tornare nel proprio villaggio, sostiene, significherebbe mettere a rischio la sua vita.

La Sicilia emerge nel Centro-Sud per i casi registrati di costrizione o induzione al matrimonio, secondo il rapporto del Ministero dell’Interno del febbraio 2022: in Italia erano stati rilevati 35 reati tra agosto 2019 e dicembre 2021, con vittime prevalentemente femminili e circa un terzo minorenni. Sono dati storici sulle vicende arrivate alle Forze dell’ordine, non una fotografia completa del fenomeno né della situazione attuale nell’isola.

A Castellammare di Stabia, un ventiseienne è stato arrestato il 14 settembre con le accuse di violenza sessuale, lesioni e sequestro di persona aggravati. Secondo la Procura, avrebbe attirato in una cantina una ventiduenne conosciuta sui social, bloccato l’ingresso e abusato di lei per oltre 3 ore. Le contestazioni devono ancora essere giudicate definitivamente.

A Rimini, una turista tedesca di 17 anni ha riferito di temere di avere subito una violenza dopo una serata in discoteca, nella notte tra l’11 e il 12 settembre. È stata rintracciata in stato confusionale nella camera di un ventisettenne turco e non ricorda diverse ore della notte. Serviranno gli esami medici e tossicologici per stabilire che cosa sia accaduto.

La storia di Ayesha richiama il delitto di Saman Abbas, uccisa nel 2021 dopo essersi opposta a un matrimonio imposto. Nel luglio 2026 la Cassazione ha reso definitive 4 condanne all’ergastolo e la pena di 22 anni inflitta allo zio. Un rifiuto che la famiglia trasformò in una condanna a morte.

Articolo

Ayesha e la minaccia del matrimonio imposto

“Se ritorno nel mio villaggio la mia famiglia mi uccide”. È il timore espresso da Ayesha, nome scelto per proteggerne l’identità, una ricercatrice pakistana di 29 anni che vive da circa 2 anni a Trieste con un permesso di soggiorno per motivi di studio. Gli zii materni avrebbero stabilito che debba sposare un parente del quale non conosce neppure il nome e che non ha mai visto, nemmeno in fotografia. La giovane ha raccontato ai quotidiani del Gruppo Nord Est Multimedia di avere subito in passato violenze fisiche, psicologiche ed emotive e di essere riuscita a proseguire gli studi soltanto grazie all’aiuto di un professore.

Ayesha ha precisato che l’imposizione non deriverebbe dalla religione islamica, ma da un sistema familiare e sociale nel quale le unioni vengono decise all’interno delle reti parentali, dei clan e delle appartenenze tradizionali. La madre aveva autorizzato la sua partenza per l’Italia e, secondo il racconto della ricercatrice, gli zii avrebbero reagito stringendole le mani intorno al collo; avrebbero inoltre fatto cadere a terra il nonno intervenuto per difenderla. La giovane sta seguendo un percorso psicologico per affrontare i traumi e valuta opportunità di ricerca in Canada o negli Stati Uniti, ma soprattutto pensa di presentare in Italia una domanda di protezione internazionale.

Il diritto alla protezione

Quello comunemente definito matrimonio combinato diventa matrimonio forzato quando manca il consenso libero di una delle persone e intervengono minacce, violenze o altre forme di costrizione. In Italia l’articolo 558-bis del Codice penale, introdotto nel 2019 dalla legge n. 69 conosciuta come Codice rosso, punisce con la reclusione da 1 a 5 anni chi costringe o induce una persona a contrarre matrimonio o unione civile. La norma si applica anche a determinati fatti commessi all’estero e prevede pene più severe quando la vittima è minorenne.

La situazione riferita da Ayesha potrebbe essere valutata dalle Autorità italiane anche ai fini dello status di rifugiata o di un’altra forma di protezione. La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 9333 depositata il 13 aprile 2026, ha ribadito che la costrizione al matrimonio costituisce una forma tipica di violenza di genere e può rappresentare una persecuzione, indipendentemente dall’età adulta della donna. La decisione richiede di verificare concretamente anche se lo Stato d’origine sia davvero capace di proteggerla. La domanda si presenta personalmente all’Ufficio immigrazione della Questura e viene esaminata individualmente: non esiste quindi un riconoscimento automatico, ma il racconto, le minacce, le violenze pregresse e la situazione del luogo di provenienza devono essere approfonditi.

Anche la Sicilia compare nella rilevazione nazionale sui matrimoni forzati pubblicata dal Ministero dell’Interno nel febbraio 2022. Tra il 9 agosto 2019, data di entrata in vigore del Codice rosso, e il 31 dicembre 2021 furono registrati in Italia 35 reati di costrizione o induzione al matrimonio: 7 nel 2019, 8 nel 2020 e 20 nel 2021. L’85% delle vittime era di genere femminile, circa una su tre minorenne e la maggior parte aveva origini straniere. La distribuzione mostrava una maggiore concentrazione nelle regioni settentrionali, mentre la Sicilia rappresentava un’eccezione rispetto ai numeri generalmente bassi o nulli del Centro-Sud: un riferimento che non consente, da solo, di ricostruire singole vicende o descrivere l’andamento attuale regionale. Paura di ritorsioni, isolamento e controllo familiare possono ostacolare le denunce, lasciando parte del fenomeno nascosta. Il documento del 2022 va inoltre indicato come fonte storica, non come ultimo rapporto specifico disponibile: l’archivio ministeriale ne comprende uno del marzo 2023.

Castellammare, il primo incontro nella cantina

A Castellammare di Stabia (comune della provincia di Napoli, in Campania), la mattina del 14 settembre i Carabinieri di Sant’Antonio Abate hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di un ventiseienne residente. L’uomo è gravemente indiziato di violenza sessuale, lesioni personali e sequestro di persona aggravati ai danni di una ventiduenne conosciuta attraverso un social network. I fatti contestati risalgono alla notte tra il 2 e il 3 agosto 2026.

I 2 avevano parlato attraverso Instagram e WhatsApp, ma non si erano mai incontrati personalmente. Secondo la ricostruzione accolta dal Giudice per le indagini preliminari, il giovane avrebbe promesso alla ragazza di condurla in una casa con giardino, portandola invece in una cantina buia e isolata di corso Alcide De Gasperi. Dopo il suo ingresso avrebbe bloccato la porta con un pesante termosifone e le avrebbe sottratto il cellulare, inizialmente chiesto con la scusa di illuminare il locale.

La ragazza sarebbe stata trattenuta dalle 21.15 alle 24.30, percossa, minacciata di morte e immobilizzata anche mediante 2 travi di legno appoggiate sul petto. Il ventiseienne avrebbe tentato di soffocarla stringendole le mani al collo e versandole acqua in bocca, per poi costringerla a subire ripetuti atti sessuali nonostante il dissenso, le suppliche e i tentativi di difesa. Il racconto della giovane è stato ritenuto chiaro e coerente e avrebbe trovato riscontri nei referti ospedalieri, nei rilievi fotografici e nelle testimonianze raccolte dagli investigatori.

Dopo essere stata liberata, la ventiduenne ha raggiunto la propria automobile in stato di choc. Il mattino seguente ha raccontato l’accaduto a un amico e ha contattato il 1522 (il numero di pubblica utilità gratuito e attivo 24 ore su 24 per il sostegno alle vittime di violenza di genere e stalking) attraverso la conversazione telematica, per poi recarsi al Pronto soccorso e rivolgersi a un Centro antiviolenza. La denuncia ha avviato gli accertamenti coordinati dalla Procura di Torre Annunziata, diretta da Nunzio Fragliasso. L’ordinanza cautelare non costituisce una condanna: il procedimento è ancora nella fase delle indagini preliminari e l’indagato deve essere considerato non colpevole fino a un’eventuale sentenza definitiva.

Rimini, le ore cancellate dalla memoria

A Rimini, nella notte tra venerdì 11 e sabato 12 settembre, una turista tedesca di 17 anni si è allontanata da una discoteca con un turista turco di 27 anni conosciuto nel locale. Gli amici, non vedendola rientrare, l’hanno cercata ripetutamente al telefono e sarebbero riusciti a localizzarla in una camera d’albergo a Miramare. La minorenne appariva scossa, piangeva e si trovava in evidente stato confusionale.

La ragazza ha riferito di avere bevuto e di non ricordare diverse ore della notte. Ha quindi espresso agli amici il timore di essere stata violentata e ha chiesto di essere accompagnata in ospedale, dove è stato applicato il protocollo antiviolenza con visite, prelievi e accertamenti. La Squadra mobile ha perquisito la stanza del ventisettenne e sequestrato il cellulare e alcuni oggetti personali. L’uomo è stato ascoltato e ha negato di avere usato violenza.

Le indagini devono chiarire se vi siano segni compatibili con un abuso e se la perdita di memoria sia dipesa dall’alcol oppure dall’assunzione, volontaria o inconsapevole, di sostanze capaci di provocare stordimento e amnesia. Non risulta applicata alcuna misura cautelare personale al ventisettenne e, allo stato, nessuna delle ipotesi può essere presentata come definitivamente accertata. Gli esiti medici, chimici e investigativi dovranno ricostruire le ore che la minorenne non riesce a ricordare.

Il precedente di Saman Abbas

Il timore manifestato da Ayesha riporta alla vicenda di Saman Abbas, la diciottenne pakistana residente a Novellara (comune della provincia di Reggio Emilia, in Emilia-Romagna), uccisa nella notte tra il 30 aprile e il 1° maggio 2021 dopo essersi opposta al matrimonio con un cugino scelto dalla famiglia. Saman desiderava vivere autonomamente e aveva una relazione sentimentale non accettata dai parenti. Il suo corpo è stato ritrovato nel novembre 2022, sepolto nei pressi del casolare vicino all’azienda agricola nella quale lavorava il padre.

Il 15 luglio 2026 la prima sezione penale della Corte di Cassazione ha reso definitive le condanne all’ergastolo per i genitori Shabbar Abbas e Nazia Shaheen e per i cugini Ijaz Ikram e Noman Ul Haq; allo zio Danish Hasnain sono stati confermati 22 anni di reclusione. Il fratello minore Alì Haider ha avuto un ruolo determinante nel procedimento testimoniando contro la propria famiglia. La giustizia ha accertato definitivamente che il desiderio di libertà di Saman venne considerato dal clan una colpa da punire.

Prudenza senza colpevolizzare le vittime

Il caso di Castellammare e l’indagine di Rimini ricordano che un’identità costruita sui social, alcuni messaggi o una conoscenza nata in discoteca non permettono di valutare con certezza la persona che si ha davanti. Per un primo incontro è prudente scegliere un luogo pubblico e frequentato, informare amici o familiari, condividere la posizione e conservare la possibilità di allontanarsi autonomamente. La Polizia di Stato raccomanda, quando si incontra dal vivo una persona conosciuta in rete, di fissare l’appuntamento in un luogo affollato e, se possibile, di non andare soli. Questa precauzione riguarda chiunque e non trasferisce mai sulla vittima la responsabilità di una violenza, che appartiene esclusivamente a chi la commette.

Il 1522 è gratuito, anonimo e attivo ogni giorno, 24 ore su 24, anche attraverso la conversazione telematica. Orienta le vittime verso Centri antiviolenza, case rifugio e servizi territoriali; nelle emergenze occorre chiamare il 112. Nel 2025 il 1522 ha registrato 25.970 vittime: in 17.032 casi è stata riferita violenza psicologica e in 12.492 violenza fisica. La casa della vittima è rimasta il luogo più indicato e coniugi, ex compagni, partner e familiari figurano tra gli autori maggiormente segnalati. La violenza può quindi arrivare da uno sconosciuto, ma molto spesso nasce proprio dentro relazioni considerate sicure.

Mediterranea24 ha già richiamato la necessità di prevenire la violenza prima che raggiunga il punto estremo e di educare al rispetto, alla libertà personale e alla gestione non violenta del rifiuto. La testata ha inoltre ricostruito recenti casi di abusi e aggressioni legati anche a contatti nati attraverso profili social e le difficoltà incontrate dalle donne quando le tutele predisposte non vengono applicate in tempo.

Nell’immagine di copertina, Saman Abbas; i Carabinieri a Castellammare di Stabia; la Polizia in servizio notturno a Rimini.