Il Governo di centrodestra guidato da Giorgia Meloni ha raggiunto 1.413 giorni di durata, diventando il più longevo della storia repubblicana e superando il Governo Berlusconi II. La presidente del Consiglio ha rivendicato la stabilità come condizione per programmare, decidere e mantenere gli impegni, riconoscendo nello stesso tempo che molto resta ancora da fare. Il primato offre quindi l’occasione per guardare oltre la durata e verificare quali risultati siano arrivati realmente ai cittadini, anche attraverso il PNRR. Essere più stabili conta soprattutto se il Paese funziona meglio.

Alla Sicilia sono stati destinati circa 13,5 miliardi di euro del PNRR, pari a circa il 7% della dotazione nazionale, con oltre 1 miliardo concentrato sulla Missione dedicata a inclusione e coesione. Ferrovie, sanità, digitalizzazione, infrastrutture sociali e interventi contro il dissesto hanno prodotto cantieri, apparecchiature e strutture che prima non esistevano o erano obsolete. Una parte dell’eredità del Piano è già materialmente visibile.

Nella sanità siciliana sono stati assegnati 638 milioni per 247 opere infrastrutturali e numerosi interventi tecnologici, comprese 301 grandi apparecchiature e la digitalizzazione di 29 Dipartimenti di emergenza e accettazione. Ad aprile risultavano operative 57 Case e Ospedali di comunità e altre 35 strutture avevano concluso i lavori. Ma nel primo semestre 2026 le prime visite rispettate nei tempi sono scese dall’87,2 al 79,7% e gli esami diagnostici dal 75,9 al 71,9%. Per il paziente, il risultato continua a misurarsi soprattutto nel tempo necessario per essere curato.

Anche sulla giustizia occorre distinguere. Il dato nazionale più recente dell’Istat mostra che l’obiettivo PNRR sulla durata del contenzioso civile è stato raggiunto e superato, con il tempo teorico necessario a smaltire i procedimenti ridotto del 50,2% rispetto al 2019. Restano però differenze territoriali, carenze di organico e uffici nei quali i tempi sono addirittura peggiorati. La giustizia è diventata mediamente più rapida, ma non ancora egualmente efficiente ovunque.

Il risultato quantitativo non esaurisce però il problema della giustizia. Il PNRR ha concentrato una parte rilevante della propria strategia sull’abbattimento dell’arretrato e sull’aumento dei procedimenti definiti, rafforzando gli Uffici per il processo e introducendo anche incentivi collegati al raggiungimento degli obiettivi. Resta quindi essenziale verificare che la corsa alla riduzione dei tempi non finisca per comprimere l’approfondimento delle singole controversie e la qualità delle decisioni. Chiudere più fascicoli non significa necessariamente rendere una giustizia migliore.
Sul fronte dei conti pubblici il peso è altrettanto concreto. Il debito è previsto al 138,6% del PIL nel 2026, mentre la spesa per interessi dovrebbe salire da 87,1 miliardi nel 2025 a 94,9 nel 2026, 100,2 nel 2027 e 106,6 miliardi nel 2028. Dei fondi PNRR italiani, 122,6 miliardi sono prestiti che dovranno essere restituiti all’Unione europea con gli interessi. Il capitale beneficia di 10 anni di sospensione prima dell’avvio dei rimborsi, poi viene restituito progressivamente; gli interessi dipendono invece dal costo sostenuto dall’UE per raccogliere il denaro sui mercati. Non esiste quindi una rata unica né un tasso fisso uguale per tutti i 122,6 miliardi.
Infine le tasse. Nel 2025 la pressione fiscale complessiva è salita dal 42,4 al 43,1% del PIL, nonostante la riduzione dell’IRPEF prodotta dalla riforma. Nel primo trimestre 2026 è cresciuta di ulteriori 0,3 punti rispetto allo stesso periodo del 2025. Si possono ridurre alcune imposte e, nello stesso tempo, far crescere il prelievo complessivo.
Articolo
Il record di durata e il bilancio dei risultati
Il 4 settembre 2026 il Governo di centrodestra Giorgia Meloni (presidente del Consiglio) ha raggiunto 1.413 giorni in carica, diventando il più longevo della storia della Repubblica e superando il secondo Governo guidato da Silvio Berlusconi. Meloni ha definito la stabilità non “un record da esibire”, ma la condizione necessaria per consentire al Paese di programmare, decidere e mantenere gli impegni, rivendicando risultati su occupazione, sostegno a famiglie e imprese, sicurezza, conti pubblici e ruolo internazionale e ammettendo che molte questioni restano ancora aperte.
La durata dell’Esecutivo diventa così anche un parametro con il quale misurare ciò che quasi 4 anni di continuità politica hanno prodotto concretamente: non soltanto gli indicatori rivendicati dal Governo, ma la capacità degli investimenti, compresi quelli straordinari del PNRR, di modificare servizi e condizioni di vita. È da questo confronto che emergono risultati tangibili, ma anche problemi rimasti strutturali nella sanità, nella giustizia, nei conti pubblici e nella pressione fiscale, con criticità particolarmente evidenti in Sicilia.
Il PNRR entra nella fase del rendiconto
Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) italiano, dopo 7 revisioni, vale 194,4 miliardi di euro: 71,8 miliardi di sovvenzioni e 122,6 miliardi di prestiti. Con il pagamento della nona rata, avvenuto il 3 giugno 2026, l’Italia aveva ricevuto circa 166 miliardi, l’85% dell’importo complessivo, avendo conseguito 416 dei 575 traguardi e obiettivi previsti. È il quadro riportato nell’aggiornamento della Camera dei deputati sul PNRR.
Il 31 agosto 2026 è scaduto il termine europeo per conseguire materialmente traguardi e obiettivi. Entro il 30 settembre gli Stati devono presentare l’ultima richiesta di pagamento con la documentazione necessaria, mentre la Commissione europea potrà effettuare le erogazioni finali entro il 31 dicembre. Questo significa che, al 4 settembre, non è ancora possibile trattare come definitivo l’intero consuntivo italiano e, a maggior ragione, quello territoriale della Sicilia.
In primavera Mediterranea24 aveva già documentato l’avanzamento ancora lento del PNRR siciliano, quando a marzo risultava concluso il 12,6% degli interventi censiti. Quel dato apparteneva però a una fase precedente alla corsa finale dei cantieri e non può essere utilizzato oggi come fotografia conclusiva del Piano. Occorrerà attendere la chiusura della rendicontazione per stabilire quanti interventi siano stati effettivamente portati al traguardo europeo.
Cosa ha guadagnato concretamente la Sicilia
Un decreto regionale dell’aprile scorso quantifica in circa 13,5 miliardi le risorse PNRR destinate alla Sicilia, equivalenti a circa il 7% del Piano nazionale, precisando che oltre 1 miliardo riguarda la Missione 5 “Inclusione e coesione”. Non significa che tutti questi soldi siano stati direttamente gestiti dalla Regione né che siano già stati interamente spesi, ma individua la dimensione degli investimenti ricadenti sull’Isola.
Uno dei cambiamenti più visibili riguarda le ferrovie. Sul raddoppio Giampilieri-Fiumefreddo sono in costruzione 42 chilometri di nuova linea, per un investimento di circa 2,3 miliardi finanziato anche dal PNRR. Rete ferroviaria italiana (RFI) prevede maggiore capacità, regolarità e velocità sulla Messina-Catania e, nel comunicato dell’aprile 2026, una riduzione fino a 30 minuti dei tempi di percorrenza, oltre alla possibilità di sviluppare servizi di tipo metropolitano. Sono benefici infrastrutturali destinati a rimanere ben oltre la durata del Piano.
Il PNRR ha lasciato risultati anche meno appariscenti. Nel settore della protezione civile la Sicilia ha coordinato 46 interventi per circa 99 milioni di euro destinati al ripristino dei danni e alla mitigazione del dissesto idrogeologico, contribuendo al raggiungimento del target nazionale certificato al 30 giugno 2026. Sono opere che non producono immediatamente nuovi servizi allo sportello, ma riducono una vulnerabilità particolarmente grave per il territorio siciliano.
Sanità, dove gli investimenti non coincidono ancora con le cure
Nella Missione Salute la Sicilia ha ricevuto 638 milioni di euro per 247 opere infrastrutturali, oltre agli investimenti per l’innovazione. Sono state programmate 301 grandi apparecchiature sanitarie e la digitalizzazione di 29 Dipartimenti di emergenza e accettazione (DEA). Già alla fine del 2025 risultavano operative 276 grandi attrezzature e 287 erano state collaudate.
Ad aprile 2026 la Regione dichiarava inoltre 57 strutture territoriali già operative, tra Case della comunità e Ospedali di comunità, con altri 35 interventi materialmente conclusi e ancora da attivare. La spesa registrata su ReGiS per la sanità territoriale risultava al 54%, contro una media nazionale del 33,5%. Anche alla fine di agosto sono proseguite le certificazioni: il decreto assessoriale del 28 agosto ha attestato altri 35 posti di terapia intensiva e 26 di semi-intensiva.
Sono risultati da riconoscere. Il problema è che un edificio terminato, un apparecchio acquistato o un target certificato non equivalgono automaticamente a un servizio sanitario più accessibile. Occorrono medici, infermieri, tecnici, personale amministrativo, turni, manutenzione, agende aperte, collegamenti con i medici di famiglia e capacità di indirizzare realmente il paziente verso la struttura appropriata.
La dimostrazione arriva dalle liste d’attesa. Nel primo semestre 2026 in Sicilia la quota delle prime visite effettuate entro i tempi massimi è scesa dall’87,2 al 79,7%, mentre per gli accertamenti diagnostici è passata dal 75,9 al 71,9%. Mediterranea24 ha già approfondito il divario tra risultati amministrativi e vita quotidiana dei pazienti nell’analisi sulla sanità siciliana e sui target PNRR.
Il paradosso è ancora più evidente osservando i conti nazionali. Il Documento di finanza pubblica prevede che la spesa sanitaria passi da 141,5 miliardi nel 2025 a 148,5 nel 2026 e a 155,1 nel 2028. Dunque la questione non può essere ridotta alla sola quantità di denaro stanziato. Le risorse restano indispensabili, ma organizzazione, personale e capacità gestionale decidono se quei soldi diventino realmente assistenza.
Giustizia, un miglioramento che va riconosciuto
Sulla giustizia il quadro è più complesso di una sostanziale immobilità. L’ultimo monitoraggio Istat pubblicato il 31 agosto 2026 ha certificato che il target PNRR della giustizia civile è stato superato. Il Disposition Time (tempo teorico necessario a esaurire il carico pendente) dei 3 gradi di giudizio è sceso da 2.512 giorni del 2019 a 1.251, con una riduzione del 50,2% a fronte dell’obiettivo europeo del 40%. Nei Tribunali il calo è stato del 47,6%, nelle Corti d’Appello del 46,2% e in Cassazione del 53,3%. Anche i procedimenti civili pendenti sono passati da quasi 1,9 milioni a circa 1,26 milioni.
Il rischio che i numeri prevalgano sulla qualità
Il dato del -50,2% certificato dall’Istat misura un miglioramento reale del Disposition Time, ma non può essere utilizzato da solo come indicatore della qualità della giustizia resa al cittadino. Il PNRR ha dichiaratamente puntato sull’abbattimento dell’arretrato, rafforzando l’Ufficio per il processo e prevedendo anche meccanismi premiali per gli uffici che raggiungono gli obiettivi annuali di riduzione delle pendenze. La magistratura onoraria continua inoltre a concorrere in misura significativa al funzionamento degli uffici, sebbene non vi siano dati ufficiali che consentano di attribuirle prevalentemente la riduzione dei tempi.
Proprio per questo la misurazione quantitativa dell’efficienza deve essere accompagnata da indicatori sulla qualità, sulla tenuta delle decisioni nei successivi gradi di giudizio e sulla capacità di valutare compiutamente le circostanze concrete di ogni controversia. Il rischio da evitare è che l’esigenza istituzionale di ridurre rapidamente arretrato e tempi, trasformi il numero dei fascicoli definiti nel principale metro di efficienza, quando dietro ciascun procedimento vi sono diritti, patrimoni e condizioni personali che possono produrre conseguenze esistenziali, individuali, economiche e familiari anche gravissime. Una causa definita rapidamente non è necessariamente una causa decisa meglio.
Il Ministero della Giustizia ha inoltre impiegato il PNRR per rafforzare l’Ufficio per il processo (UPP): alla verifica della relativa tappa europea risultavano in servizio 11.999 unità, di cui 8.980 addetti UPP e 3.019 amministrativi e tecnici. Al 30 giugno 2026 risultavano spesi circa 2,415 miliardi dei 2,716 miliardi PNRR affidati al Ministero quale amministrazione titolare delle misure.
Ma lo stesso Istat invita a non confondere la media nazionale con l’uniformità del sistema: rispetto al 2019 i tempi risultano ancora aumentati in 7 Tribunali e 2 Corti d’Appello. L’Istituto indica esplicitamente come prossima sfida quella di rendere la giustizia “più rapida, prevedibile e uniforme” sull’intero territorio. Ed è proprio qui che rimane una delle debolezze percepite più fortemente dai cittadini.
Messina e gli organici che continuano a mancare
Il problema diventa concreto osservando il distretto di Messina. La relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2026 della Corte d’Appello segnala persistenti vuoti nell’organico dei magistrati: 2 consiglieri mancanti in Corte d’Appello, tutti e 4 i posti vacanti della pianta organica flessibile giudicante, 4 giudici mancanti al Tribunale di Messina, 3 a Barcellona Pozzo di Gotto (Comune, Messina, Sicilia), 2 a Patti (Comune, Messina, Sicilia), oltre a scoperture nelle Procure.
Il PNRR ha portato personale aggiuntivo anche nel distretto. Alla fine del 2025 risultavano 173 addetti all’Ufficio per il processo in servizio tra Corte d’Appello e Tribunali del distretto di Messina, oltre a 83 unità tecniche distribuite negli uffici. È stato un aiuto rilevante, ma non elimina il problema delle piante organiche ordinarie, della stabilità del personale e delle scoperture che riemergono quando terminano strumenti straordinari.
Discrezionalità dei giudici e certezza del diritto
L’articolo 101 della Costituzione dispone che “i giudici sono soggetti soltanto alla legge”. Le decisioni devono essere motivate e il sistema prevede impugnazioni e controllo di legittimità secondo le rispettive regole processuali. Esiste tuttavia un problema diverso e più concreto: l’Italia non applica un principio generale di precedente giudiziario vincolante paragonabile allo stare decisis dei sistemi anglosassoni. La stessa Corte di Cassazione ha ricordato che il precedente giurisprudenziale, “financo” quello proveniente dalle Sezioni Unite, non rientra tra le fonti del diritto. Il precedente ha un fortissimo valore interpretativo e le Sezioni Unite svolgono la funzione di nomofilachia, cioè di promozione dell’interpretazione uniforme della legge, ma il Giudice di merito resta soggetto alla norma e non meccanicamente alla precedente sentenza.
È qui che la critica può essere formulata in termini più solidi: l’indipendenza interpretativa è una garanzia costituzionale, ma una giurisprudenza eccessivamente oscillante può produrre imprevedibilità, costringendo talvolta il cittadino ad attendere anni e più gradi di giudizio per capire quale interpretazione finirà per prevalere. La riforma del processo civile ha introdotto anche il rinvio pregiudiziale alla Cassazione per consentire al Giudice di sottoporre anticipatamente questioni di diritto particolarmente difficili e suscettibili di presentarsi in numerosi giudizi. Lo strumento nasce proprio dall’esigenza di ridurre la frammentazione interpretativa.
Il problema, quindi, non è eliminare l’autonomia del Giudice, che appartiene allo Stato di diritto, ma rendere più prevedibile l’applicazione delle medesime norme a situazioni sostanzialmente analoghe. Velocità e certezza non sono la stessa cosa: un processo può diventare più rapido e lasciare comunque aperta la questione dell’uniformità delle decisioni.
Debito pubblico, il costo che attraversa i Governi
Esiste poi una questione che precede il PNRR e attraversa governi tecnici, di centrosinistra, di centrodestra e coalizioni differenti: il debito pubblico italiano continua a condizionare lo spazio disponibile per tutte le politiche pubbliche. Il Documento di finanza pubblica 2026 prevede il debito al 137,1% del PIL nel 2025, 138,6% nel 2026, 138,5% nel 2027, 137,9% nel 2028 e 136,3% nel 2029. Ancora più immediato è il costo degli interessi: 87,146 miliardi nel 2025; 94,934 nel 2026; 100,164 nel 2027; 106,642 nel 2028; 111,579 nel 2029. Risorse che non finanziano un ospedale, una scuola, una ferrovia o nuove assunzioni, ma servono a remunerare il debito accumulato.
Questa è forse la continuità più evidente tra Governi diversi: ogni esecutivo eredita il debito precedente e ne aggiunge o riduce la crescita attraverso le proprie politiche, mentre l’aumento dei tassi e la dimensione dello stock possono modificare fortemente il conto degli interessi.
Dal 2028 il PNRR si paga
Anche qui occorre separare dati diversi. Il PNRR italiano vale attualmente 194,4 miliardi, ma 122,6 miliardi sono prestiti e 71,8 miliardi sovvenzioni.
Dal 2028 inizierà il rimborso dei debiti contratti dall’Unione europea per finanziare NextGenerationEU, con pagamenti che potranno proseguire fino al 2058. I prestiti ricevuti dai singoli Paesi, compresa l’Italia, dovranno essere restituiti dagli stessi Stati. Le sovvenzioni, invece, saranno rimborsate attraverso il bilancio europeo, al quale anche l’Italia contribuisce ogni anno. Per prestiti si intendono somme che l’UE anticipa all’Italia e che lo Stato dovrà restituire nel tempo, con gli interessi. Per sovvenzioni si intendono invece fondi che l’Italia riceve senza doverli restituire direttamente; il loro costo viene sostenuto attraverso il bilancio europeo, al quale anche l’Italia contribuisce.
122,6 miliardi di prestiti del PNRR non sono infatti denaro a fondo perduto. L’Italia dovrà restituirli all’UE secondo il piano previsto per ciascuna erogazione: dopo un periodo di grazia di 10 anni sul capitale, sono previsti rimborsi annuali pari al 5% delle somme ricevute. A questi si aggiungono gli interessi, calcolati sulla base del costo effettivo sostenuto dall’Unione per finanziarsi sui mercati. Tale costo è variato nel tempo: per esempio, nella seconda metà del 2024 era circa il 2,97%. Il conto finale degli interessi italiani non può quindi essere indicato oggi con una cifra unica, perché dipende dai costi attribuiti alle diverse tranche del prestito.
La restante parte del PNRR, pari a 71,8 miliardi di euro, è costituita da sovvenzioni a fondo perduto: l’Italia non dovrà quindi restituirla direttamente all’Unione europea. Tuttavia, il debito contratto dall’UE per finanziare queste risorse sarà rimborsato attraverso il bilancio europeo, al quale anche l’Italia continuerà a contribuire con i propri versamenti annuali. Non si tratta quindi di una restituzione diretta dei 71,8 miliardi, ma di una partecipazione al finanziamento complessivo del bilancio dell’Unione.
Tasse, la contraddizione tra aliquote e pressione fiscale
Anche l’affermazione secondo cui le tasse vengono ridotte presenta una realtà più articolata. Nel 2025, secondo Istat, la pressione fiscale complessiva è salita al 43,1% del PIL dal 42,4% del 2024, pur essendo diminuito il gettito IRPEF per effetto della modifica degli scaglioni, delle aliquote e delle detrazioni. Sono aumentati invece, tra gli altri, IRES, IVA, imposte sostitutive e contributi sociali.
Il primo trimestre 2026 conferma che non si può ancora parlare di una generale riduzione del prelievo: la pressione fiscale è stata del 37,6%, 0,3 punti in più rispetto allo stesso trimestre del 2025. Alcune imposte infatti si pagano soprattutto in determinati mesi, quindi nei primi 3 mesi dell’anno il gettito fiscale può essere naturalmente più alto o più basso rispetto ad altri periodi. Confrontando invece lo stesso periodo dei 2 anni, la pressione fiscale risulta comunque aumentata.
In Sicilia l’addizionale regionale IRPEF applicabile nel 2026 è pari all’1,23%, senza un nuovo aumento dell’aliquota regionale. A livello provinciale (oggi Città metropolitane e Liberi consorzi) non emerge nel 2026 in Sicilia un aumento generalizzato delle aliquote, anche se alcuni dei principali tributi risultano già applicati da tempo ai livelli massimi consentiti. Nei Comuni, addizionale IRPEF, IMU, TARI e tariffe dei servizi possono seguire percorsi molto diversi e spesso anche in crescendo, in relazione alle singole deliberazioni e ai costi sostenuti dagli Enti.
La vera verifica comincia adesso
La Sicilia ha ottenuto ferrovie in trasformazione, nuove strutture sanitarie, apparecchiature moderne, digitalizzazione e interventi di sicurezza territoriale che senza quelle risorse sarebbero stati molto più difficili da realizzare. Il limite appare altrove. Lo Stato può costruire una Casa della comunità, ma non può farla funzionare senza professionisti; può digitalizzare un Tribunale, ma non sostituire Magistrati e cancellieri mancanti; può ridurre statisticamente la durata dei processi, ma deve ancora garantire maggiore uniformità interpretativa; può finanziare un’infrastruttura, ma dovrà poi mantenerla quando il PNRR sarà terminato.
È questo il passaggio che la Sicilia e l’Italia stanno affrontando dopo la scadenza europea del 31 agosto: trasformare investimenti straordinari in servizi ordinari che funzionino. I miliardi investiti sono importanti, ma il giudizio finale non potrà essere scritto contando soltanto cantieri, decreti e target. Dovrà misurare quanto sia diventato più semplice per un cittadino ottenere una cura, una sentenza in tempi ragionevoli, un treno efficiente o una risposta dalla pubblica amministrazione. Il cemento costruisce le strutture. Sono organizzazione, personale, regole e responsabilità a costruire lo Stato.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









